venerdì 26 ottobre 2012

SEMPLICE COME IL PANE....



“…C’era stato un tempo in cui l’impensabile era diventato pensabile e l’impossibile era successo davvero…”

“…l’aria era piena di Pensieri e Cose da Dire…Ma in momenti simili vengono sempre dette solo le Piccole Cose. Le Grandi Cose si acquattano dentro, non dette…”


...Pillole letterarie tratte dal libro “Il dio delle piccole cose” di Roy Arundhati; una lettura particolare, intrigante, insolita…un romanzo nel quale le coordinate temporali e la cronologia dei fatti non seguono un andamento preciso, dove le COSE sono ANIMATE e le sensazioni acquistano la CONCRETEZZA di un’immagine disegnata dalla FANTASIA  dei suoi personaggi; COSE che acquistano un’anima e che percorrono strade, si arrampicano sui muri, strisciano su corpi e superfici e che poi svaniscono come un soffio di fiato del loro dio su un vetro... E’ la saga di una famiglia indiana del Kerala che gestisce la fabbrica di “Conserve e Composte Paradiso”;  tra le righe del libro sfilano ambienti domestici, lutti, gioie, tradizioni, miti, riti, liti… le piccole cose che costituiscono la quotidianità di una famiglia e che rispecchiano i cicli e gli accadimenti di una vita, il fango che la macchia, l’acqua che poi la può inondare. Sullo sfondo i BOSCHI in cui vivono arcane leggende, CASE che custodiscono segreti secolari, l’evoluzione di un popolo diviso da caste e da antichi pregiudizi…in primo piano la vicenda umana e sentimentale di Ammu, una giovane donna indiana che con il suo amore “proibito”per un intoccabile osa sfidare le convenzioni della sua cultura, ribellandosi con coraggio silenzioso ad un ordine che si vorrebbe già stabilito da un certo corso della storia. Il tutto è vissuto attraverso gli occhi dei suoi due bambini, Rahel ed Estha, gemelli dizigotici che vengono divisi, amareggiati da personaggi che violano la loro ingenuità, ma che mantengono sempre quello sguardo curioso e speranzoso che gli permette di ritrovarsi, di affrontare e superare le prove difficili della vita, resi forti dal loro legame invisibile di complicità …
Nel finale una sensualità che, rimasta velata nel corso del racconto, finisce per esplodere dirompente, conferendo alla trattazione un risvolto passionale che non tradisce quel clima di continua attesa che stimola il lettore ad andare avanti…

E visto che uno dei luoghi in cui si possono trovare quelle cose piccole e semplici che scaldano il cuore è la cucina....ecco che abbino a questa lettura la ricetta di una delle cose più semplici e genuine: il pane...questa è una variante di panini ultra morbidi, leggermente aromatizzati allo zafferano. Buona panificazione!!


Gli ingredienti (per circa 7/8 panini)

-  farina 500 gr (ho usato metà farina manitoba e metà farina 00)
-       latte ml 125
-       acqua ml 125
-       1/2 bustina di lievito di birra disidratato
-       burro g 25
-       olio extravergine di oliva ml 75
-       2 pizzichi di zafferano in polvere.

Impastate energicamente tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto ben amalgamato, lasciatelo riposare a temperatura ambiente per circa 30/45 minuti. Poi formare dei panini rettangolari (aiutandovi se mai con altra farina) e metteteli su una teglia coperta con carta da forno e lasciateli a lievitare per altri circa 30 minuti. Fate dei segni sulla superficie (una croce o dei tagli delicati) e cuocete in forno già caldo a 180° per circa 25 minuti.



martedì 9 ottobre 2012

...TORNIAMO AI FORNELLI...


Dopo l’ultimo mio post, in cui vi ho raccontato un pò delle mie vacanze, torno a munirmi di forchetta e coltello e vi segnalo una ricetta, facile facile, molto sfiziosa…un primo piatto a base di zucchine e semini...proprio così...semi misti di sesamo, lino, zucca e girasole. Si trovano, già miscelati, nei negozi di alimentazione biologica. Aggiungerli alle insalate è una buona abitudine (visto che i semi di questo tipo sono ricchi, tra l’altro, di fosforo, manganese, rame, selenio) e si possono anche utilizzare per personalizzare varie pietanze, aggiungendo un tocco croccante e insolito. Come in questo piatto di pasta e zucchine, ma si possono aggiungere anche nell’impasto del pane, o versarli sulle bruschettine spalmate di salsine morbide (patè o formaggi cremosi).
A volte ignoriamo completamente certe cose, altre volte invece non le vogliamo proprio prendere in considerazione. La curiosità restringe entrambe le situazioni: spinge ad una conoscenza sempre più approfondita sulle cose e induce ad allungare lo sguardo (o le papille gustative) fin dove non avremmo mai pensato di poter arrivare...questo per dire che i semini non sono cibo per gli uccellini, ma fanno parecchio bene anche a noi...e cmq, al di là della funzione nutrizionale positiva, sono proprio sfiziosi! 


Ingredienti:
-       Pasta trafilata al bronzo o di kamutt (o pasta che più gradite)
-       Zucchina
-       Un cucchiaio di formaggio cremoso
-       Una manciata di semini misti
-       Scalogno, olio, sale (e pepe a scelta)


Intanto che aspettate che bolle l’acqua per la pasta, preparate il condimento: fate rosolare in padella con filo d’olio qualche fettina di scalogno, aggiungete la zucchina tagliata a pezzetti, salate, aggiungete un pò d’acqua e fate cuocere (una decina di minuti).
Aggiungete poi un cucchiaio di formaggio cremoso e amalgamate, aggiungendo eventualmente altra acqua di cottura della pasta.
Quando la pasta sarà cotta, saltatela in padella con le zucchine (aggiungendo una spolverata di pepe, se gradite) e come ultimo tocco una bella manciata di semini misti. Amalgamate per bene e gustatevela...;-)





martedì 25 settembre 2012

FLASHBACK POST VACANZE...


Una foto (tra le tante scattate ed autoscattate...) dove sono racchiuse tutte le sensazioni meravigliose della mia recente vacanza itinerante...una vacanza “coast to coast” come l’ho definita ironicamente, da Roma a Como, passando per la Liguria, l’Emilia Romagna, la Toscana.
Ho visto posti splendidi, ho assistito a scene indimenticabili, ho provato e condiviso emozioni intense.
Laghi, mari, scogli, vicoli, piazze, centri storici, piatti tipici, tramonti, cieli azzurri o stellati, colazioni da re, pranzi “sciuè sciuè” e cene gustose, oasi di pace, silenzi, rumori, balli, la natura, la gente, la passione che muove la gente, la gentilezza di chi ti accoglie come ospite più che come cliente, l’abbraccio della famiglia, i saluti degli amici, le strette di mano.
Il senso del viaggio si manifesta già lungo il tragitto. E allora che sensazione di rilassatezza partire, far scorrere i kilometri e vedere cambiare i paesaggi dal finestrino della macchina! E poi fermarsi all’autogrill per un caffè, una sosta al bagno e un’occhiata ai gadgets (sempre quelli, in tutti gli autogrill....) un pò ironici (quest’estate andava per la maggiore un maialino che schiacciandolo, emetteva il suo tipico verso...) e un pò mangerecci (sono stata incuriosita da una confezione di tagliolini trafilati al bronzo al gusto di limone che facevano bella mostra negli scaffali dei prodotti artigianali).
Scorrono i cartelli...finisce il Lazio, inizia la Toscana, un pò di pioggia ed eccoci in Liguria.
Mettersi a salire su per la montagna e lì, nascosto tra le colline liguri, ecco il nostro agriturismo.
Un angolo di paradiso verde, dove lo sguardo può perdersi tra gli alberi e finalmente distendersi dopo aver visto per troppo tempo solo macchine, semafori, gente, palazzi(www.locandadelpapa.com).

E da lì partire alla scoperta di Portovenere, sostare nella banchina del porto, perdersi tra i carruggi colorati, entrare nelle botteghe, rimanere estasiati davanti allo spettacolo a cui si assiste visitando le Grotte di Byron.

E il giorno dopo macinare kilometri a piedi per visitare le Cinque Terre (Riomaggiore, Manarola, Corniglia Vernazza, Monterosso)...appena in tempo, visto il tragico episodio capitato ieri proprio lungo quel tragitto.

Dopo aver assaggiato i panigacci e riempito i nostri occhi di scorci e di paesaggi si è ripartiti alla volta di Como.
Como è la mia città, ma è sempre bello scoprirne nuovi angoli, passeggiare per i vicoli che, vissuti ora, mi sembrano diversi di quelli dove sono passata mille e mille volte.
Quanto aveva ragione Proust scrivendo “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi”.
I miei occhi scoprono ora una cittadina suggestiva, il fascino di navigare su un lago che sembra non avere confini, scopro la suggestione dei vicoletti di Bellagio, la spiaggetta di Lenno, le ville incastonate nel verde, una pizzeria che sforna deliziose pizze al Kamutt (http://www.ristorantealsalice.com/), un faro infestato da formiche volanti (ahimè...) ma che anche dall’esterno è in grado di sedurmi per la svettante maestosità.
Ovviamente è l’abbraccio familiare quello più caldo, confortante, ossigenante, superiore anche a quello delle montagne o dei rami, seppur lunghi e conturbanti, del lago. Quell’abbraccio è in grado di stringersi attorno a ciò che sono stata, a ciò che sono, di spingersi fino al nucleo dove sono impresse le mie orme più profonde.
Il viaggio di ritorno non può esaurirsi senza qualche altra sosta interessante. E allora eccoci a Montieri, in provincia di Grosseto. Ad ospitarci, questa volta, un agriturismo incastonato in un bosco, da dove ho potuto ammirare uno dei cieli stellati più suggestivi(http://www.hotel-toscana-tuscany.com/).
E da ultimo, ma non certo come ordine di importanza e di emozione, una visita improvvisata ed istintiva ad un vero monastero zen (decisa lì per lì, all’imbocco autostradale). Il cartello suggeriva l’uscita per Berceto, e noi abbiamo accolto l’invito che premeva dentro ai nostri cuori, indicandoci proprio quella direzione.(http://www.monasterozen.it/it/sanbo-ji-eremo-di-montagna.html).
Non dimenticherò mai la sensazione di pace interiore respirata camminando in quel giardino o quando il monaco Koren ha aperto la porta della sala dedicata alla meditazione. Mi sembra di sentire ancora il suono armonioso di quel silenzio, di percepire quel vuoto pieno di sensazioni profonde.
Questo status comunque non può esaurirsi con la fine di un viaggio, qualunque sia stata la sua meta.
È sopratutto nella quotidianità del vivere che bisogna esercitarsi a mantenere uno sguardo sempre acceso, vigile, ogni volta diverso, eppure uguale nella sua intensità. E’ allora che il nostro viaggio non avrà bisogno di nessun biglietto di ritorno, perchè la nostra mente sarà sempre in posti nuovi, in quei luoghi che sapremo coltivare dentro la nostra anima.
E perché i momenti sereni non finiscano con la chiusura degli ombrelloni o con lo sbiadirsi della tintarella è fondamentale costruire, giorno per giorno, non solo durante l’atmosfera vacanziera, già di per sè rilassata, con il/la/i proprio/a/i compagno/a/i di viaggio quella autenticità e complicità che fanno la differenza!


lunedì 20 agosto 2012

PORTARE IN VIAGGIO IL PROPRIO SGUARDO...

…tempo di ferie, di feste e di sagre, di gite mordi e fuggi, di vestiti comodi e di bibite fresche…tempo di sole rovente, di notti stellate, di spiagge affollate e di prati occupati…ognuno può indossare l’idea di vacanza che preferisce.
Per me “vacanza” è anche solo poter passeggiare per i vicoli di una cittadina prima sconosciuta, fermarsi a mangiare in una trattoria tipica, affacciarsi su un ponte, portare il proprio sguardo sulla cima di una montagna o nel mezzo di una distesa di acqua marina…persino fare sosta in un autogrill racchiude per me quel certo fascino del sentirsi in vacanza…
Proust scrisse "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre....... ma nell'avere nuovi occhi".…una nuova terra non deve essere necessariamente un luogo rinomato, trendy per regalarci un’esperienza. E’ il nostro approccio a rendere l’ordinario qualcosa di straordinario.
Anche un borgo antico, una piccola cittadina senza strutture avveniristiche può regalare emozioni. Dipende sempre da una sola condizione che deve essere presente per trarre, da ogni viaggio, un arricchimento interiore: la curiosità. Per il mondo, per la vita, per i luoghi. Ogni cosa, ogni luogo, ogni istante, anche il più banale (in apparenza…), ha qualcosa da dirci, da darci.
Ma a sta noi saperlo cogliere.
Ho scelto due flash back del mio assaggio vacanziero: uno è un piatto di strengozzi zucchine e salsicce (gustate alla Trattoria “Da Antonietta” di Rieti, che consiglio vivamente per la genuinità dei piatti e l’atmosfera “casalinga” che vi si respira)



e l’altro è un panorama che parla da solo.


Il verde disegna armonia nello spazio e i monti sussurrano, tra lo scampanellio dei pascoli e il fruscio del vento, una semplice verità: la natura custodisce le nostre emozioni più antiche e profonde. E ogni volta che la onoriamo, lei è in grado di “restituircele” sotto forma di gioia dello spirito.  
Le ricette “home made” possono aspettare. Ora è tempo di andare in giro a cercare “ispirazioni”…avrò tempo e modo per trasferirle poi nel mio piatto ;-)
La cucina non è solo uno spazio dove far circolare cibo, è un luogo dove liberare la fantasia e questa, per alimentarsi, ha bisogno di compiere viaggi di continua scoperta.

mercoledì 1 agosto 2012

LA FELICITA' TRA LE PIEGHE DI UN CROISSANT....



La felicità è fatta di piccole cose, risiede nel sorriso stimolato da uno sguardo d’amore, nei viaggi che ti portano a scoprire cosa c’è oltre la tua siepe, nelle conversazioni interessanti e costruttive con gli amici, nella mano che ti accarezza, in una poesia che qualcuno ti dedica, in una foto che ti ricorda un istante in cui tutto è stato perfetto e completo, in una riflessione che ti sgorga spontanea rivelando una consapevolezza finalmente acquisita, in un risveglio reso dolce da un bacio scambiato sul cuscino, in una colazione rilassata e consumata senza sguardo alle lancette dell’orologio…e poi…la felicità…è anche dentro quella soddisfazione che capita di provare quando si sforna una creazione per la quale hai accuratamente mescolato nella ciotola, insieme agli ingredienti, anche un’ autentica passione e pensieri dolci, più dolci dello zucchero impiegato per caramellare…
La vita sono istanti di semplice e carezzevole “presenza”, messi uno dietro l’altro finchè diventano la quotidianità… quando non vorresti trovarti in nessun posto diverso da dove ti trovi e con nessun’altra/e persona/e diversa da quella/e che eventualmente hai accanto proprio nel momento in cui ti stai accorgendo di essere presente, e di esserci davvero, non solo con il corpo, ma anche con lo spirito.
Il resto è sopravvivenza. Il resto sono immagini di copertura di quel film in cui il protagonista sei tu.
Bisognerebbe cercare di limitare al massimo quegli eventi di margine, a vantaggio dello svolgersi della pellicola nella sua parte centrale, quella che conta, quella in cui c’è la sostanza della storia.
Tagliare man mano ciò che non ci appartiene e che non fa altro che appesantire il racconto e la nostra mente, rendere l’immaginato possibile e lasciar andare l’impossibile…o meglio ciò che è tale perché magari frutto di un capriccio o non funzionale, evidentemente, alla nostra evoluzione.
Adesso, per alleggerire un po’ il discorso…spargiamo nell’aria un po’ di farina, zucchero e profumo di vaniglia…e andiamo a preparare dei golosi cornetti sfogliati…vi avviso ci vuole un po’ di tempo…ma il risultato…eh bhe…il risultato ripaga della scrupolosa preparazione!!
Mi sono ispirata alla ricetta di  Anice e Cannella che è strepitosa quanto all’illustrazione fotografica della ricetta….  (http://www.aniceecannella.blogspot.it/search/label/Cornetti%20del%20bar ), apportando qualche piccola modifica. Ecco la mia versione...e il mio risultato...


Ingredienti:

-       500 gr di farina (io usato 250 gr di farina manitoba e 250 gr di farina di Kamutt)
-       80 gr di zucchero di canna
-       70 gr di burro
-       Un pizzico di sale
-       2 uova
-       1 bustina di vanillina
-       la buccia grattugiata di un limone
-       120 ml circa di acqua
-       mezzo panetto di lievito di birra fresco

Per le sfogliature: circa 200 gr di burro

La sera prima sciogliete il lievito di birra nell’acqua.
Mescolate le due farine.
Versarne in una ciotola i 2/3 circa, aggiungere l’acqua (quella dove avete sciolto il lievito) e iniziate ad impastare. Aggiungere 1 uovo e impastate. Aggiungete l’altro uovo, il resto della farina (tranne un paio di cucchiai) e lo zucchero.
A questo punto, impastate bene sulla spianatoia per circa 10 minuti. Dovete ottenere un impasto compatto ed elastico.
Aggiungete il pizzico di sale, il burro morbido a pezzetti, la buccia di limone, la vanillina e la farina avanzata.
Rimpastate con energia fino a che non risulti tutto amalgamato.
Porre l’impasto nella ciotola, coprire con la pellicola e lasciatelo in frigorifero per tutta la notte.
Al mattino, tirare fuori la ciotola.
Mettete il burro (quello per le sfogliature) tra due panni bagnati e strizzati e lasciatelo così per una ventina di minuti.
Poi seguite queste 4 fasi:
A)           prendete l’impasto, stendetelo a formare un quadrato. Modellate anche il burro in modo da ottenere un cubo regolare e posizionatelo sul quadrato di impasto, lasciando liberi i 4 bordi.
B)           Sollevate i 4 bordi (uno alla volta) sull’impasto.
C)           Ripiegarli sul borro coprendo interamente e fissandoli come a formare un pacchetto

Ora seguite queste altre 4 fasi (che dovrete poi ripetere per 3 volte, alla distanza di venti/trenta minuti una dall’altra, per fare le sfogliature):
I SFOGLIATURA

1.      versate della farina sul piano di lavoro e il pacchetto di pasta e burro e spianatelo col mattarello a formare un rettangolo  (circa 8 mm di spessore)
2.      ripiegare sul centro la parte più vicina a voi e premetela leggermente
3.      piegare sopra l’altro lato (quello superiore) e passarvi il mattarello
4.      si ottiene un nuovo rettangolo; girate in modo che il dorso  si trovi alla vostra sinistra

5. Coprite il panetto con la pellicola e mettete in frigo per 20/30 minuti.
Poi tirate fuori e rifate la procedura di cui ai punti 1,2,3,4 e 5. (II sfogliatura)
Poi rimettete in frigo per altri 20/30 minuti.
Tirate fuori e rifate la procedura (III sfogliatura)
Riporre in frigo per altri 30 minuti.
A questo punto stendete un rettangolo lungo e stretto (8 mm).
Tagliate dei triangoli con la base di circa 8/10 cm.
Fate un taglietto di 1 cm al centro della base.
Poi formate i cornetti, arrotolando, partendo dalla base verso la punta e tenendo largo il taglio. Poi finito di arrotolare, curvate delicatamente le punte laterali verso di voi.
Disponete i cornetti sulla placca da forno rivestita di carta da forno, coprite con la pellicola e lasciare ancora lievitare per 2 ore e 45’.
Poi pennellateli con l’uovo sbattuto, spolverizzateli di zucchero e infornate per circa 6 minuti a forno caldo a 200° e per altri 8/10 minuti a 180° o comunque fino a doratura. 
Una bella fatica…ma ne vale la pena!!!




venerdì 20 luglio 2012

SUL CAMBIAMENTO...E SUI RAVIOLI....

"Non c'è niente di costante, tranne il cambiamento. La realtà è un processo dinamico in continua ed irreversibile evoluzione, caratterizzata da cambiamenti" (Buddha)

I cambiamenti mettono sempre un po’ di paura, ma non bisogna permettere che si depositi la polvere su di noi, o sulle cose attorno a noi…altrimenti quella polvere finirebbe per volare nell'aria, annebbierebbe la vista e nasconderebbe la gamma di nuove possibilità…
Dietro ad ogni "grande costruzione" c'è una vasta gamma di tentativi falliti, prove superate e distruzioni subite…
cambiare è anche un po’ viaggiare e viceversa…quel viaggiare lungo le strade del vivere che ci espone necessariamente a cambiamenti di rotta, adattamenti e reinvenzioni.
Spesso ci sentiamo costretti a cambiare case, scatole, cartoni, lavoro, città, quartiere, amici, vicini, abitudini, MATERIA insomma…ma ciò che abbiamo deciso di insediare, nel tempo, dentro di noi (le nostre idee, valori, il nostro marchio, l’IO più profondo…), insomma la SOSTANZA…quella può e deve restare stabilmente insediata proprio dove abbiamo permesso che si insediasse: nel nostro cuore. L’unica cosa che dovremmo preoccuparci di non cambiare o far cambiare mai (salvo miglioramenti ed assestamenti che NOI stessi decideremo di apportare), che dobbiamo difendere con tenacia e caparbietà è: la nostra IDENTITA’…quella non deve mai restare apolide, da quella mai nessuno potrà sfrattarci…ciò che siamo e quanto valiamo come persone non può essere soggetto a termini o condizioni, non è negoziabile, manovrabile. Per restare centrati, bisogna rendersi consapevoli di ciò che si vuole essere e fare in modo di assomigliarvi sempre di più…non permettere che siano i cambiamenti esterni a cambiare il nostro interno; caso mai è la nostra anima che può decidere di cavalcare quei cambiamenti che le sono congeniali per la sua crescita.
Solo così si potrà imparare a vivere (non subire) il cambiamento (o quanto meno tentare di farlo…) non come spettatori passivi e inermi, non considerandolo come un vento minaccioso in grado di sradicarci, ma come una corrente marina, parte stessa del flusso del vivere.  
"Ciò a cui opponi resistenza, persiste. Ciò che accetti può essere cambiato" (C.Jung)

E ora, cambiando registro…rechiamoci in cucina e prepariamoci un bel piatto di ravioloni al salmone profumati al limone…


Ecco gli ingredienti (dosi per 2 persone):
Per la pasta
- 200 gr di farina di kamutt
- acqua tiepida quanto basta
- un pizzico di sale e di curcuma
Per il ripieno:
- salmone affumicato
- formaggio spalmabile
- rucola     
- olio, pepe  
Per il condimento:
-       formaggio spalmabile (2/3 cucchiai abbondanti)
-       latte (quanto basta)
-       la scorza grattugiata di un limone (deve essere un limone di qualità)
-       semi di papavero
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            
Per il ripieno: frullate con il minipimer il salmone affumicato con il formaggio spalmabile, un filo d’olio, qualche foglia di rucola e una macinata di pepe.
Impastare la farina con l’acqua (regolarsi; per 200 gr circa 100 ml di acqua. Dovete ottenere un impasto morbido, tipico da pasta fatta in casa). Aggiungete un pizzico di sale  e uno di curcuma.
Tirate bene la pasta con il mattarello, fino ad ottenere una sfoglia; con il coppa pasta o una formina ritagliate tanti piccoli dischetti.  Posate un cucchiaino di ripieno sulla base del dischetto, chiudetelo, schiacciando bene i bordi aiutandovi anche con i lebbi di una forchetta.
Potete anche surgelare i vostri ravioloni, così saranno pronti in ogni occasione.
Far rosolare un po’ di scalogno in 2 cucchiai di olio; aggiungere il formaggio spalmabile e sciogliere aggiungendo un po’ di latte.
Aggiungete la scorzetta del limone grattugiata e spegnete.
Condite con questa cremina i ravioloni, decorando con altre zest di limone, una macinata di pepe e semini di papavero.

giovedì 12 luglio 2012

IL DISTACCO COME BLACK OUT...


Un film che definisco, al tempo stesso, brutale e delicato, violento e pacato, che in molte sequenze ti da pugni nello stomaco e in altre, stimolando riflessioni profonde, non può che accarezzare le corde più sensibili del pensiero, a dispetto dell’iniziale sensazione claustrofobica di allucinazione metropolitana. Un film d’impatto emotivo notevole e immediato che riesce a far commuovere con pochi elementi e che si svolge in un ristretto spazio ambientale. Tutto il pathos del racconto è affidato agli sguardi intensi dei suoi protagonisti, a mani fuori campo che tratteggiano le dinamiche rappresentate, a lacrime intrise di malinconia che rappresentano le sbarre di quella prigione dell’anima che impedisce agli occhi dei personaggi di ammirare orizzonti diversi rispetto a quelli che gli si parano davanti. Sullo schermo, il regista ci regala inquadrature strettissime e a tratti traballanti, quasi a sottolineare l’aspirazione documentaristica del lungometraggio e lo scombussolamento, anche fisico, che provoca una narrazione del genere. Le luci cedono il posto ad ombre e ad atmosfere underground, abbracci disperati o liberatori sciolgono la morsa del pessimismo cosmico, la voce narrante è il flusso di coscienza dello stesso protagonista che scorre man mano direttamente sugli spettatori. Le vicende, messe in scena con spregiudicata crudezza, si svolgono all’interno di luoghi ben rappresentativi di quella decadenza fisica o psicologica della società che il film vuole rappresentare. 
Non c’è una struttura che distrae, non ci sono fronzoli, panorami mozzafiato o abbellimenti scenografici: solo una scuola dalle pareti asettiche, strade squallide, interni essenziali. Quasi a voler far risaltare solo l’interiorità dei personaggi, il senso di alienazione, di annichilimento che porta, chi lo subisce, a distaccarsi dai rapporti, dai sentimenti, dalla sua stessa vita.
Il protagonista è Henry Barthes (interpretato da un cupo ed espressivo Adrien Brody), un professore che viene assunto come supplente in una scuola di periferia che accoglie e raccoglie, e tenta di dare una formazione a quelle frange più disperate e alla deriva della gioventù. Inizialmente Henry dà l’idea di un professore simile a quello de “L’attimo fuggente”, uno che  tratta i ragazzi alla pari, che sa conquistare la loro fiducia, li scuote, li incita a coltivare il proprio coraggio, ad essere consapevoli delle proprie scelte, a mantenere la propria capacità di giudizio rispetto ai facili impulsi e ai modelli preconfezionati offerti dall’omologazione sociale.
Uno, che rivolgendosi ad una studentessa complessata, le infonde coraggio recitandole: 
“...non è indispensabile essere forti, sai? ...quello che conta davvero è che molte persone mancano di consapevolezza...è fondamentale che tu lo tenga ben presente Meredith, perché ne incontrerai sempre...a qualsiasi età...”.
Ho usato il verbo “recitare” perché dietro la facciata saggia del professore emerge un uomo fragile che non ha superato i traumi e le batoste del suo passato e che non essendo interprete autenticamente convinto delle sue stesse lezioni di vita, finisce per sembrare un mero attore al quale sia stato affidato il ruolo di insegnante.
Henry, sul piano teorico, è un tipo forte. Sa ottenere, grazie al suo bel parlare e al suo saper professare “le idee giuste”, la fiducia e il rispetto anche dei ragazzi più difficili che, pur in silenzio, chiedono disperatamente aiuto a chi li sa ascoltare o semplicemente prendere in considerazione. Riesce a stimolare in loro la speranza che possa esserci un domani migliore, in grado di riscattarli da un presente problematico e rabbioso. Ma ad uno sguardo più approfondito ci si rende conto che lui, in realtà, si limita a leggere pagine di erudita saggezza, senza riuscire a metterne in pratica, per la sua stessa salvezza, la sostanza.  
Al di là della sua saggezza teorica, c’è infatti un uomo impenetrabile, che vaga randagio nella notte tentando di alienarsi dai ricordi e dai traumi del passato, che ha fatto del distacco emotivo la sua arma di difesa per tenere gli altri e se stesso a distanza. E’ un uomo che porta impressa nella sua anima una ferita che viene da lontano, mai superata: una ferita che parla di soprusi e tragedie familiari, di silenzi, di abbandono. I flashback dolorosi della sua infanzia lo stordiscono, rendono cupo il suo sguardo, superficiale e in alcuni casi vano il suo tentativo di aiutare chi gli si avvicina, perché dietro la sua facciata si cela una profonda fragilità, un percorso interiore tormentato e accidentato. Al di là della filosofia professata, lui stesso è l’emblema del vuoto, perché impermeabile a quello scambio autentico tra anime, che può comportare sì sofferenza, ma dal quale può anche sgorgare fiducia, emozione, conforto.
Henry è un tipo che, con lo strumento della consapevolezza ha scoperto le origini del suo male di vivere, della sua malinconia, ma ciò non gli ha permesso di evolvere. Non riesce ad andare oltre lo scoglio di un’infanzia violata. Se lo facesse si ritroverebbe in mare aperto, in balia delle onde, ma almeno questo non significherebbe restare vuoto.  Andare oltre vorrebbe dire esporsi alle sfide rischiose del vivere, mentre lui pare volersi accontentare di una rassicurante, teorica quanto superficiale sopravvivenza.
Entra ed esce dalla vita delle persone, dalle aule delle scuole, senza approfondire, restando una semplice parentesi.
Solo una prostituta bambina, nella quale incappa per caso in uno dei suoi vagabondaggi notturni per la città, lo scuote a tal punto da farlo uscire in parte dal suo isolamento affettivo: infatti per tentare di salvarla dalla strada e dalla violenza feroce dei suoi clienti, la ospita addirittura a casa sua, offrendogli quindi non solo parole, insegnamenti teorici, ma un sostegno concreto. Anche in questo caso però la complessità dei rapporti umani provoca un altro distacco: infatti Henry si sentirà costretto ad allontanarla per evitare di alimentare l’anelito amoroso della ragazzina nei suoi confronti, frutto del suo disperato bisogno affettivo, e che avrebbe reso ambiguo un rapporto puro e platonico.
Il film mette ben a fuoco le debolezze umane, i limiti, le disillusioni, ma anche la ferocia della rabbia, l’amarezza di fronte a quello che, per alcune anime indifese, pare essere un destino inesorabile e segnato, la difficoltà nel rivestire ruoli formativi, il peso della responsabilità che grava sulle spalle delle figure educative (quali sono insegnanti e genitori). Queste infatti non possono illudersi di poter assolvere, con successo, la loro funzione solo con le parole, “predicando bene e razzolando male”, ma devono mettersi in gioco con tutto il loro essere, affrontando in primis i propri traumi per superarli prima che siano questi a insabbiarli nel terreno dell’oblio. Senza una preventiva evoluzione di se stesso, un educatore non può illudersi di raggiungere gli altri o di fornire loro gli strumenti necessari per affrontare la selva della vita: l’esempio, infatti, arriva dritto al cuore di chi si affida a lui, prima ancora delle pagine ben scritte di un manuale che vorrebbe insegnare la vita.