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mercoledì 8 marzo 2017

...PUEDE PARLAR DE MADRID? ;-)


Su Madrid avevo letto recensioni molto contrastanti. C’è chi la ama e chi alza il ciglio in segno di una stringata sufficienza.
Premetto che in viaggio sono una persona di bocca buona. Nel senso che sono talmente entusiasta di partire che, al di là della meta e delle curiosità che poi riesco o meno ad appagare, mi ritengo quasi sempre soddisfatta del mio semplice partire. Sarà una specie di attrazione per il gesto di preparare un trolley; talmente forte è il desiderio di andare che non riesco a provare repulsione nemmeno per quel disbrigo, sempre troppo lungo, in aeroporto o per le file interminabili davanti ai musei o per quel fugace senso di smarrimento che precede la ricerca, su google o su mappa, del primo indirizzo da cercare in una città sconosciuta. Mi basta avere un trolley e un biglietto di A/R (perché dopotutto non sono ancora pronta a partire senza pensare al ritorno, nonostante apprezzi il verso di quella canzone di Irene Grandi che fa “prima di partire per un lungo viaggio…porta con te la voglia di non tornare più…”). 

Mi piace girare senza itinerari prestabiliti; mi appunto giusto quelle poche tappe che non voglio mancare e sfizi e vizi tradizionali del luogo dove mi sto recando. Il resto mi piace scoprirlo affidandomi all’impatto emozionale e visivo, senza acquisire troppa preventiva conoscenza.

A Madrid, da subito, mi sono sentita a mio agio. Con questo post voglio condividere alcune istantanee dei momenti migliori della mia visita, durata due giorni, di Madrid.


Appena uscita dalla metro a Puerta del Sol mi sono sentita invasa da un senso di allegria, colore, musicalità, ironia. Pupazzoni enormi girano per la piazza a disposizione di chi vuole uno scatto di ritrovata fanciullezza.

Strani personaggi in Puerta de Sol
Poi grandi viali pieni di gente, multietnicità, locali di tutti i tipi e tanti, tanti teatri.




Mi è piaciuto tantissimo girare, domenica mattina, per il mercato del Rastro; a parte i banchetti e i pub/stuzzicherie di ogni tipo in questa parte della città, più che altro sono rimasta affascinata dai tanti artisti di strada che ad ogni angolo liberano il loro talento, a prescindere dai mezzi e a volte, anche dagli strumenti a loro disposizione…
...anche una valigia può suonare
il palco è la strada 


colori
Prediligendo la cucina vegetariana/vegana sono andata a caccia di ristorantini di questo taglio e devo dire che, nonostante la prevalenza di taverne orientate sull’offerta di jamon serrano e dintorni, non sono rimasta delusa nemmeno a tavola. Il Rayen Vegano, Vega e Al Natural sono tre tappe che non lasceranno deluso chi, come me, cerca il vegano non punitivo o eccessivamente scarno, ma creativo e sfizioso. Il sano può andare a braccetto col gusto. Sempre.

Croquettes
piatto crudista di verdure con salsa di anacardi
Sui dolci non ci siamo. Cioè a me i famosi churros con la cioccolata non piacciono. Però per chi gradisce il genere (dolci tipo frittelle allungate da intingere nella cioccolata) segnalo un luogo storico: la Cioccolateria San Gines (preparatevi a fare la fila, più che per entrare al Museo del Prado).

Coda da San Gines
Mi è piaciuta l’atmosfera rilassata e semplice della Mallorquina, sulla Plaza Del Sol. Anche qui c’è fila per entrare, ma ne vale la pena: hanno dei dolci spettacolari, prezzi modici e una gestione di sapiente professionalità. Non è una caffetteria super chic, infatti al tavolino vi mettono, senza troppe smancerie, piattini e posate e senza troppa attesa soddisfano ogni vostra golosità.
Pasticceria storica

Specialità della Mallorquina 
D’obbligo la visita al Museo Nacional Del Prado, al Palacio Real, al Parco del Retiro.

Un giretto anche a Plaza Mayor con il suo lungo porticato, sotto il quale si trovano qualche bottega artigianale,tanti negozi di ninnoli, gingilli e quisquilie varie e alcune taverne che, personalmente, ho preferito non collaudare data l’atmosfera eccessivamente turistica.
Plaza Mayor

Di respiro europeo la Gran Via, ricca di negozi, locali e talmente  tanti teatri che questa zona viene denominata la Broadway madrilena. Percorretela tutta fino a Plaza de Espana. Se ci arriverete all’ora del tramonto, godrete del contrasto seducente di luci ed ombre: la vivacità elettrizzante delle luci in scena sul palcoscenico notturno. C’è arte fuori, prima ancora che dentro i teatri. Fuori è la natura a mettere in scena i suoi atti; dentro sono gli uomini che tentano di rendere sublimi i propri pensieri e la propria arte.








Anche il viaggio è un tentativo artistico; come farlo, come affrontare il viaggio, ci può rivelare il nostro essere dei dilettanti o, man mano, dei cultori di questa arte che è il girovagare. 



Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole (Charles Baudelaire)


E non c’è niente di più bello dell’istante che precede il viaggio, l’istante in cui l’orizzonte del domani viene a renderci visita e a raccontarci le sue promesse (Milan Kundera)



Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno (Guy de Maupassant)


Una volta che hai viaggiato, il viaggio non finisce mai, ma si ripete infinite volte negli angoli più silenziosi della mente. La mente non sa separarsi dal viaggio (Pat Conroy)



Viaggiare, sognare, innamorarsi, tre inviti per la stessa cosa. Tre modi per andare in luoghi che non sempre riusciamo a capire
(Angeles Mastretta)


A chiusura, vi lascio la ricetta di un risottino semplice da preparare; non sarà una sontuosa paella spagnola, ma appagherà ugualmente i vostri palati, fidatevi del radicchio ahahahah

Risotto al radicchio
Ingredienti:
-       80 gr di riso carnaroli
-       200 ml circa di brodo vegetale
-       Erbe aromatiche
-       radicchio
-       sale, olio evo, salsa di soia e semi di sesamo


In una casseruola fate scaldare un filo d’olio, versare il radicchio, salate e fate appassire. Versatevi delle erbe aromatiche (io ho usato un po’ di origano ed alghe essiccate) 
Aggiungete anche il riso e fate tostare.
Poi sfumate con un filo di salsa di soia.
Aggiungete un po’ di brodo vegetale e poi, girando spesso portate a cottura il riso, aggiungendo man mano il brodo.
Servitelo caldo.




mercoledì 4 novembre 2015

IO CHE AMO SOLO TE

Locandina del film
C’è tanta Puglia nel nuovo film di Marco Ponti “Io che Amo solo te”: le sue spiagge, il suo mare, le costruzioni bianche di pietra e il vento di maestrale che quando arriva è in grado di scompigliare capelli, programmi, pensieri e desideri.
Il mare di Puglia
Ci sono gli scorci suggestivi di Polignano a Mare dove il blu del mare, del cielo e i colori in generale sembrano più vividi a contrasto con il bianco crema delle sue case e dei suoi scogli.
Un film dove a farla da padrona, con la “scusa” narrativa della organizzazione e della celebrazione del matrimonio dei due protagonisti, Damiamo e Chiara, interpretati da Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, sono quelle verità scomode che la maggior parte dei personaggi tiene ben nascoste sotto strati e strati di ipocrita discrezione o di malcelata accondiscendenza alle aspettative altrui.
Il film ci spinge, attraverso la rappresentazione, a volte ai limiti del parodistico*, della reazione a catena di impulsi emotivi e di istinti immediati che può innescarsi dal perpetuarsi delle menzogne e dalla negazione costante del proprio io e dell’altrui sentire, a riflettere sul valore dell’autenticità, sia essa familiare, individuale o sociale e su quanta libertà spesso neghiamo a noi stessi e a chi vogliamo bene con la scusa di non cadere vittime del pregiudizio della gente senza considerare che se noi per primi neghiamo certe verità, allora nessuno sarà mai in grado di emancipare noi (e per riflesso l’umanità) dalle spire di un certo perbenismo che si nutre dei più arcaici luoghi comuni e di falso moralismo. 
La sfida e il fulcro che personalmente ho voluto percepire nel racconto, infarcito di ansie, tensioni, rancori, nostalgie, malinconie, ma anche di speranze, sentimenti veri e riscatto, è la proiezione nel vero dei due protagonisti che, messi alla prova dai tranelli orditi dalle loro paure e dalle altrui interferenze, sono chiamati, a riscattare, oltre al proprio, anche un altro Amore, mai tramontato, quello tra la madre di lei e il padre di lui che trent’anni prima fu sacrificato per mancanza di coraggio nell’andare contro un certo perbenismo di paese.
I tempi sono maturi, nella Puglia di oggi (o ci si potrebbe chiedere in qualsiasi angolo del nostro Paese) per andare contro il chiacchiericcio facile, il pettegolezzo, il pregiudizio, le chiusure mentali?
La risposta pare emergere dalla superficie agitata del mare o dai folti e intricati rami di ulivi secolari: ogni storia va come deve andare, come è giusto che sia affinché ognuno abbia diritto, oggi, come ieri e domani, alla sua ventata di felicità autentica.   

* …come parodistico, spesso, è l’approccio chiuso e ristretto alla realtà da parte di chi rifiuta i cambiamenti e l’evoluzione sociale…

A proposito di coraggio e di azzardo, oggi vi propongo una ricetta adatta solo a chi riesce ad andare oltre, anche in cucina, agli abbinamenti tradizionali…

Risotto ai cachi 
Ingredienti: (le dosi dipendono dalla portata. Queste sono per 2)

- 140 gr circa riso
-       2 cachi piccoli morbidi
-       brodo vegetale
-       olio, sale, rosmarino
-       semi di sesamo e papavero
-       un pezzetto di cipolla (lasciata “in ammollo” a filetti in un filo di latte vegetale)
-       salsa di soia

Come prima cosa preparatevi e tenete da parte 400 ml circa di brodo vegetale.
Frullate i due cachi aggiungendo un filo di salsa di soia.
In un tegame versate 2 cucchiai di olio, aggiungete il riso e fate tostare. Poi man mano aggiungete il brodo vegetale e portate il riso a cottura.
A parte fate rosolate i filetti di cipolla nello stesso latte in cui li avete lasciate a macerare. Aggiungete i cachi frullati, qualche ago di rosmarino, due cucchiai di brodo e fate cuocere per 5 minuti circa.
Quasi a cottura ultimata del riso aggiungete la purea di cachi e mantecate.
Servite il riso decorando con semi di sesamo e papavero.
I non vegani lo apprezzeranno di più con una spolverata di parmigiano, facilmente sostituibile con un cucchiaio di formaggio cremoso veg o una spolverata di gomasio*.

* per gomasio leggi qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Gomasio








  


martedì 28 maggio 2013

IL MOVIMENTO DELLE ONDE

(*)

“Di tanto in tanto, si solleva nella mia anima, senza motivi apparenti, l’onda oscura.
Una nuvola corre sul mondo, come una cortina nuvolosa.
Come un’aggressione giunge questa malinconia, di tempo in tempo, non so in quali intervalli, e addensa lentamente di nuvole il mio cielo.
…
So com’è bello il mondo, so che esso è per me, in certe ore, infinitamente più bello che per chiunque altro, che i colori risuonano più soavi, più esultante si effonde l’aria, più tenera ondeggia la luce. Ed io so che questo devo pagarlo con i giorni nei quali la vita mi è insopportabile”
(da “Cielo nuvoloso” – Racconti di vagabondaggio di H. Hesse)

Ci sono onde oscure provocate dal mondo esterno e onde oscure che agitiamo da soli dentro noi stessi…
Quando non riesci a sorridere…
quando le preoccupazioni del quotidiano ti assillano…
quando senti che c’è qualcosa che non va, ma non sai ancora focalizzare cosa sia…
Quando non riesci più ad avere fiducia in una persona…allora, è proprio in quelle sensazioni che si sta facendo strada l’onda…
quando ti capita di intravedere solo ombre e non riconosci più la tua sagoma allo specchio…
quando ti allontani da una delle tue sfere di consapevolezza (MENTALE, FISICA, EMOTIVA, SPIRITUALE)…
è inutile, in quei momenti, cercare di evitare l’onda che si sta alzando dimenandosi in modo confuso o paralizzandosi passivamente…
Bisogna raggiungere la consapevolezza che possediamo la forza di cavalcare non solo l’ONDA PERFETTA, ma anche l’onda oscura (ovviamente quando si tratta di onde fuori dalle acque…altrimenti un salvagente sarebbe quanto meno opportuno! ;))…possiamo avvalerci del potere dell’immaginazione per raggiungere il più velocemente possibile quella distesa di acqua azzurra e calma che ne seguirà e che ci consentirà di navigare i mari della nostra vita con un’accresciuta serenità e con la consapevolezza che:

“ C’è un tempo e un luogo giusto perché qualsiasi cosa abbia principio e fine”.
(citazione tratta dal film  “Picnic at Hanging Rock” di Peter Weir)

Trasferendoci in cucina, l’onda connota anche un modo particolare di cuocere il riso. Avete mai sentito parlare di “risotto all’onda”? Quando nel piatto viene servito un risotto né troppo liquido, né troppo asciutto, dalla consistenza morbida e cremosa.
Oggi vi propongo un risotto sull’onda del radicchio ;-)

(**)


Ingredienti:
-       riso integrale
-       radicchio
-       scalogno o cipolla rossa
-       brodo vegetale
-       1 cucchiaio di crema di riso biologica
-      1 cucchiaio di parmigiano o per una versione vegana, 1  cucchiaio di lievito in fiocchi
-       Glassa di aceto balsamico

In un tegame fate rosolare lo scalogno con un po’ di olio, aggiungete il radicchio tagliato a listarelle, poi fate tostare il riso e sfumate con del brodo vegetale.
Proseguire con la cottura del riso, aggiungendo man mano il brodo e verso metà cottura regolate di sale, pepe (a scelta) e aggiungete 1 cucchiaio di crema di riso.
Servite caldo, cosparso con del parmigiano grattugiato o, per una versione vegana, con un cucchiaio di lievito alimentare in fiocchi…L’ho ultimato con un “zig zag” di glassa di aceto balsamico.

NOTE FOTOGRAFICHE:  
(*) lieve movimento ondulatorio nel mare di Pineto…estate 2012.
(**) la foto della ricetta è un po’ mossa…ma…del resto trattasi di un risotto all’onda…il mare era un po’ agitato in cucina…;-)

mercoledì 13 marzo 2013

UNA QUESTIONE URTICANTE...


Spesso sentiamo dire: ”che peccato essermi perso quella cosa!”
Oppure sentiamo ammonimenti del tipo: “fare certe cose è peccato…”
O ancora, c’è il prete che durante la confessione cristiana sollecita il racconto dei peccati commessi…
E se li elenchi, con pentimento, meriti l’assoluzione e…sei salvo…poi chissà…se torni ad essere recidivo…dovrai salire di nuovo sulla giostra e meritarti nuovamente l’assoluzione…e poi un altro giro …un’altra corsa…e così di seguito…perché se siamo tutti peccatori sulla terra…non ci sarà mai un’assoluzione definitiva, e anche il pentimento non può che essere precario. A meno di poter vantare un’acquisita perfezione che in realtà sarebbe solo presunzione. Siamo peccatori recidivi e pentiti occasionali.   
Scusate se pare che ironizzo; uso la metafora al solo scopo di semplificare, non volendo mancare di rispetto a nessuna fede, o credenza religiosa.
Ma io mi chiedo…vi chiedo…anzi chiedo al vento:
da quale coscienza viene punito il peccato?
Quali sono i confini oltre i quali si precipita nelle morse del peccato?
E quali tentazioni sono frutto di un richiamo peccaminoso?
E quando ciò che è considerato peccato per una categoria religiosa ma non per un’altra…di che tipo di peccato si tratta? Peccato relativo? Chi assolve dal peccato chi pecca senza essere cristiano? Chi accorre laddove non può arrivare la clemenza istituzionalizzata?
Dovrebbe esistere un BENE…
Ed un MALE…
Basterebbe classificare come PECCATO tutto ciò che rientra nella seconda categoria…
Fosse facile!!
Ci sono troppe voci di coscienza…c’è la coscienza con sè stessi, quella religiosa, quella morale, quella etica, quella sentimentale, ecc..
Tentare di classificare un’azione, un comportamento, prendendo come parametro solo una di queste coscienze…è un pò limitante.
Se mangio cioccolata durante la quaresima, per es. è peccato, secondo la religione cristiana, perché mi lascio tentare “dalla gola” in un periodo dedicato alla penitenza e al digiuno…però, se valuto quello stesso comportamento secondo una coscienza diversa, laica, allora quel mangiare dolciume non è più peccato.
Se convivo o decido di vivere esperienze pre-matrimoniali…per la chiesa sono in peccato…però, secondo una mia coscienza e nel contesto sociale e temporale, in cui mi trovo a vivere …quel mio vivere un approccio, comunque maturo con un’altra persona, non mi fa pensare ad un comportamento riprovevole e peccaminoso…tutto sta forse nell’”intenzione interiore” che uno si porta dentro quando compie le proprie azioni.
Sono certa, (o meglio forse voglio crederlo), che Dio, un Signore, un Essere Superiore non può non vedere all’interno delle nostre anime e non può non tenere conto, giudicando le nostre azioni, tra buona e mala fede…
Escludo ovviamente dal discorso le riprovevoli azioni, anche legalmente punibili e condannabili….Ovviamente sul MALE che si annida nelle violenze, nelle rapine, negli assassini, su quello che esplode negli abusi, nelle mercificazioni, negli sfruttamenti, sul MALE che arma, che uccide, che calpesta i diritti civili, e universalmente riconosciuti.. non c’è nemmeno da discutere: chiamarli Peccati, mostruosità, oscenità non può fare differenza…nella mia riflessione sul peccato, volevo invece riferirmi a comportamenti che si prestano a più chiavi di lettura, a concetti che rientrano in più ambiti di valutazione.
In questi casi è quasi impossibile fare un elenco univoco di ciò che è peccato e di ciò che non lo è.
A voi…i dubbi…
A voi…le domande…
Nessuno (forse)…può dettare le risposte…
Se non la nostra coscienza...quando sia attiva, lucida e non distorta.

Urticante come un peccato sulla coscienza, così è l’ortica sulla nostra pelle.
Ma se invece di fermarci al suo aspetto esteriore, andiamo ad esaminarla nelle sue potenzialità alimentari, scopriamo che l’ortica è ricca di proprietà e benefici per il nostro organismo.
Infatti è una pianta ricca di sali minerali, in particolar modo le foglie che contengono ferro in abbondanza, calcio, silicio, magnesio, e fosforo. Esse contengono anche le vitamine A, C e K.
Una delle principali proprietà dell'ortica è quella antianemica, infatti l'abbondanza di ferro e di clorofilla stimolano l'organismo a produrre globuli rossi;  inoltre è depurativa, diuretica, tonificante e ricostituente ed ha anche buone proprietà antinfiammatorie sull'intestino.
E il mio risotto di oggi è proprio a base di ortica.


Ecco gli ingredienti (dose per 1 persona):

- 70 gr di riso
- uno/due cucchiai di ortica essiccata (si trova nelle erboristerie)
- 200 ml circa di acqua
- sale, olio
- a piacere, parmigiano grattuggiato
Preparazione                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             
Mettere l’acqua in un pentolino. Versarvi il riso, l’ortica e far cuocere, regolando di sale e aggiungendo a fine cottura un cucchiaio di olio. A piacere, aggiungere del parmigiano grattuggiato. Man mano che il riso cuocerà, l’acqua si sarà assorbita e il risultato sarà un risottino leggero e asciutto.
Non sarà un piatto succulento, ma ogni tanto, anche la digestione merita un giorno di (quasi) riposo.

lunedì 14 maggio 2012

PIATTI NATURAL PER PACIFICARE IL GUSTO E IL PENSIERO...


“Forse un giorno giungerò a far sì che viaggi e lontananze mi appartengano nell’anima, arriverò al punto che le loro immagini siano in me, senza più doverle concretizzare. Forse giungerò anche ad avere in me stesso patria, ed allora non ci saranno più vagheggiamenti di giardini e casine rosse. Avere patria in se stessi!
Avere un centro e dal centro scaturirebbero tutte le forze. Così invece la mia vita non ha un centro, ma oscilla sussultando tra serie molteplici di poli e antipoli. Qui nostalgia di essere a casa, là nostalgia di essere in cammino. Desiderio ardente di solitudine e monastero qui, anelito all’amore e alla comunità là! Ho raccolto libri e quadri e di nuovo me ne sono disfatto. Ho coltivato l’esuberanza e il vizio e me ne sono allontanato per l’ascesi e la mortificazione. Ho venerato devotamente la vita come sostanza e pervenni al risultato di non poterla amare e riconoscere che come funzione. Ma non è affar mio cambiarmi. E’ compito del miracolo. Il miracolo sfugge chi lo cerca, chi vuole attirarlo ed aiutarlo. Compito mio è fluttuare tra numerosi contrasti irrisolti e tenermi pronto, se il miracolo mi sorprende”   (“Casa Rossa”, contenuto in “Storie di vagabondaggio”- Hermann Hesse)

Ancora una volta, per caso, giungono le parole di Hermann Hesse a sorprendermi…
Nello specchio d’acqua dei suoi pensieri si riflettono certi raggi proiettati dalla mia mente.
L’inquietudine viene il più delle volte connotata in senso negativo, ma (penso io) esiste anche quell’inquietudine stimolante che spinge a far domande, a cercare risposte dentro e fuori di sé, che ci fa confrontare con l’evoluzione della nostra vita, dei nostri pensieri, delle nostre sensazioni, fisiche e non.
L’anima inquieta è un’anima recettiva, vigile, attenta. Sa anche pacificarsi, ma se ritorna ad ardere, accetta di affrontare le fiamme per seguire o inseguire la direzione del proprio sentire.
L’anima inquieta è pronta a mettersi in gioco, è disposta ad accettare i rischi, vive con intensità, il bello e il brutto, il positivo e il negativo.
Non ha la pretesa di sentirsi arrivata, perché sa che il gusto del viaggio, di ogni viaggio, sta nei suoi tragitti…
Non ha bisogno di esibire false certezze, o di nascondersi dietro maschere di apparente completezza o di finta coerenza. Sa mostrarsi con le sue fragilità, accetta le sue contraddizioni perché è anche di quelle che è composta la sua vita.
Negarle sarebbe rinunciare alla propria autenticità; tentare di sopprimerle senza averle prima vissute o risolte sarebbe imbastire il proprio tessuto con un filato non adatto.
I pensieri, le inquietudini vestono la nostra mente così come i vestiti coprono il nostro corpo. E così come non possiamo indossare un abito che non sia della nostra taglia, così non possiamo tentare di far entrare pensieri che non ci appartengono, almeno finchè non ci appartengono.
“Compito mio è fluttuare tra numerosi contrasti irrisolti e tenermi pronto, se il miracolo mi sorprende”.
Fluttuare nella propria verità…quand’anche non sia quella ideale, perfetta, o quella che avevamo immaginato di poter incarnare o quella che altri ci  hanno propinato come giusta…l’importante è fluttuare nella propria verità…per accogliere il vero IO e, presa questa consapevolezza, poter affrontare le scelte, le prove e le esperienze in maniera più saggia e conforme ai colori e alle forme  della nostra anima.
Pacificarsi con se stessi è il tentativo per mitigare quei contrasti che rimarrebbero irrisolti se li si affrontasse con una chiave di lettura non propria.
Per contrastare la complessità del pensiero, oggi vi propongo una ricetta molto semplice, natural e salutare: un risottino ai finocchi, dove i protagonisti sono loro e basta: il riso e il finocchio.


Ecco gli ingredienti (dose per 1 persona):

- 70 gr di riso
- 250 ml circa di brodo vegetale
- ½ finocchio
- 2 cucchiai di olio, sale e pepe
- scorza grattuggiata di 1 limone


Preparazione
In un tegame far scaldare l’olio, aggiungere il finocchio a pezzetti, poi far tostare il riso e sfumare con un mestolo di brodo. Proseguire con la cottura del riso, aggiungendo man mano il brodo e verso metà cottura regolate di sale e un pizzico di pepe. Servite caldo, decorando con la scorzetta grattugiata di limone (che con il finocchio ci sta proprio bene…)


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

lunedì 7 maggio 2012

UN CUORE A FORMA DI FRAGOLA



Non so perché, ma a me le fragole fanno pensare al cuore…al cuore morbido delle cose dolci e al cuore che batte dentro il nostro petto, riverberando il suo suono e la sua energia in tutto il nostro essere. Anche la forma del cuore potrebbe sembrare una fragola enorme capovolta e posizionata proprio al centro del nostro corpo.
La ricetta di oggi è a base di questo frutto che definirei “romantico”; un bell’aperitivo a base di fragole accompagnate da un flute di prosecco oppure una ciotola di fragole da intingere nel cioccolato fuso…non vi suggeriscono appunto l’immagine di un incontro romantico, dove lo scenario può contare molto meno rispetto all’orizzonte disegnato da uno sguardo d’amore??!!
Prima di illustrarvi questo piatto, condivido con voi delle righe dedicate appunto “alla forza del cuore” e che ho scritto dopo una delle mie prime sedute di yoga. Risalgono quindi ad un paio di anni fa, ma il loro contenuto è sempre attuale e anzi, a distanza di tempo e con l’esperienza che man mano si perfeziona, è anche più sentito di allora.

DENTRO IL CUORE

Sentire il cuore pulsare…
Tra le mani il suo calore…
Chiudo gli occhi e lo posso afferrare…
“Mi spaventa a volte la sua energia!”
Ma è un richiamo al quale non posso resistere…
È un’emozione densa
l’anima che palpita;
Quando sento di appartenere a me stessa
quando riesco a visualizzare il mio centro,
quando evaporano i fumi della mente
e rimane solo la mia essenza,
il mio campo vitale,
il vuoto da riempire,
il tutto da scoprire;
accolgo in me l’universo,
accendo la sua luce,
ascolto la sua eco,
tendo alla sua armonia.
Mi lascio avvolgere dalle radici della terra,
accolgo sul mio viso il soffio della montagna,
mi lascio cullare da vibrazioni impercettibili
che bussano al subconscio
liberando quella forza
di guardarsi dentro…
voglio sciogliere quei nodi
che avvolgono il petto
e affannano il respiro…
voglio bagnare gli occhi
perché non restino asciutti ed opachi
ma lucidi, fieri e sinceri…
Voglio scoprire 
che non esiste “un perché”
al sentirsi felici,
Ma che può esserci sempre “un come mai”
Al sentirsi inadeguati…

E ora, spostiamoci in cucina e prepariamo questo goloso risotto alle fragole…
Ecco gli ingredienti (dosi per 2 persone):

- 160 gr di riso
- ½ litro di brodo vegetale
- ½ scalogno, 1 pezzetto di burro, 2 cucchiai di olio, sale e pepe, pochissimo vino bianco
- fragole
- parmigiano grattuggiato

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             
Preparazione
In un tegame far rosolare lo scalogno con il burro e 2 cucchiai di olio, aggiungere le fragole tagliate a pezzetti, poi far tostare il riso e sfumare con pochissimo vino bianco.
Proseguire con la cottura del riso, aggiungendo man mano il brodo e verso metà cottura regolate di sale e un pizzico di pepe e aggiungete il parmigiano grattuggiato.
Servite caldo, decorando con una fragola…e un'altra spolverata di formaggio...