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mercoledì 8 marzo 2017

...PUEDE PARLAR DE MADRID? ;-)


Su Madrid avevo letto recensioni molto contrastanti. C’è chi la ama e chi alza il ciglio in segno di una stringata sufficienza.
Premetto che in viaggio sono una persona di bocca buona. Nel senso che sono talmente entusiasta di partire che, al di là della meta e delle curiosità che poi riesco o meno ad appagare, mi ritengo quasi sempre soddisfatta del mio semplice partire. Sarà una specie di attrazione per il gesto di preparare un trolley; talmente forte è il desiderio di andare che non riesco a provare repulsione nemmeno per quel disbrigo, sempre troppo lungo, in aeroporto o per le file interminabili davanti ai musei o per quel fugace senso di smarrimento che precede la ricerca, su google o su mappa, del primo indirizzo da cercare in una città sconosciuta. Mi basta avere un trolley e un biglietto di A/R (perché dopotutto non sono ancora pronta a partire senza pensare al ritorno, nonostante apprezzi il verso di quella canzone di Irene Grandi che fa “prima di partire per un lungo viaggio…porta con te la voglia di non tornare più…”). 

Mi piace girare senza itinerari prestabiliti; mi appunto giusto quelle poche tappe che non voglio mancare e sfizi e vizi tradizionali del luogo dove mi sto recando. Il resto mi piace scoprirlo affidandomi all’impatto emozionale e visivo, senza acquisire troppa preventiva conoscenza.

A Madrid, da subito, mi sono sentita a mio agio. Con questo post voglio condividere alcune istantanee dei momenti migliori della mia visita, durata due giorni, di Madrid.


Appena uscita dalla metro a Puerta del Sol mi sono sentita invasa da un senso di allegria, colore, musicalità, ironia. Pupazzoni enormi girano per la piazza a disposizione di chi vuole uno scatto di ritrovata fanciullezza.

Strani personaggi in Puerta de Sol
Poi grandi viali pieni di gente, multietnicità, locali di tutti i tipi e tanti, tanti teatri.




Mi è piaciuto tantissimo girare, domenica mattina, per il mercato del Rastro; a parte i banchetti e i pub/stuzzicherie di ogni tipo in questa parte della città, più che altro sono rimasta affascinata dai tanti artisti di strada che ad ogni angolo liberano il loro talento, a prescindere dai mezzi e a volte, anche dagli strumenti a loro disposizione…
...anche una valigia può suonare
il palco è la strada 


colori
Prediligendo la cucina vegetariana/vegana sono andata a caccia di ristorantini di questo taglio e devo dire che, nonostante la prevalenza di taverne orientate sull’offerta di jamon serrano e dintorni, non sono rimasta delusa nemmeno a tavola. Il Rayen Vegano, Vega e Al Natural sono tre tappe che non lasceranno deluso chi, come me, cerca il vegano non punitivo o eccessivamente scarno, ma creativo e sfizioso. Il sano può andare a braccetto col gusto. Sempre.

Croquettes
piatto crudista di verdure con salsa di anacardi
Sui dolci non ci siamo. Cioè a me i famosi churros con la cioccolata non piacciono. Però per chi gradisce il genere (dolci tipo frittelle allungate da intingere nella cioccolata) segnalo un luogo storico: la Cioccolateria San Gines (preparatevi a fare la fila, più che per entrare al Museo del Prado).

Coda da San Gines
Mi è piaciuta l’atmosfera rilassata e semplice della Mallorquina, sulla Plaza Del Sol. Anche qui c’è fila per entrare, ma ne vale la pena: hanno dei dolci spettacolari, prezzi modici e una gestione di sapiente professionalità. Non è una caffetteria super chic, infatti al tavolino vi mettono, senza troppe smancerie, piattini e posate e senza troppa attesa soddisfano ogni vostra golosità.
Pasticceria storica

Specialità della Mallorquina 
D’obbligo la visita al Museo Nacional Del Prado, al Palacio Real, al Parco del Retiro.

Un giretto anche a Plaza Mayor con il suo lungo porticato, sotto il quale si trovano qualche bottega artigianale,tanti negozi di ninnoli, gingilli e quisquilie varie e alcune taverne che, personalmente, ho preferito non collaudare data l’atmosfera eccessivamente turistica.
Plaza Mayor

Di respiro europeo la Gran Via, ricca di negozi, locali e talmente  tanti teatri che questa zona viene denominata la Broadway madrilena. Percorretela tutta fino a Plaza de Espana. Se ci arriverete all’ora del tramonto, godrete del contrasto seducente di luci ed ombre: la vivacità elettrizzante delle luci in scena sul palcoscenico notturno. C’è arte fuori, prima ancora che dentro i teatri. Fuori è la natura a mettere in scena i suoi atti; dentro sono gli uomini che tentano di rendere sublimi i propri pensieri e la propria arte.








Anche il viaggio è un tentativo artistico; come farlo, come affrontare il viaggio, ci può rivelare il nostro essere dei dilettanti o, man mano, dei cultori di questa arte che è il girovagare. 



Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole (Charles Baudelaire)


E non c’è niente di più bello dell’istante che precede il viaggio, l’istante in cui l’orizzonte del domani viene a renderci visita e a raccontarci le sue promesse (Milan Kundera)



Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno (Guy de Maupassant)


Una volta che hai viaggiato, il viaggio non finisce mai, ma si ripete infinite volte negli angoli più silenziosi della mente. La mente non sa separarsi dal viaggio (Pat Conroy)



Viaggiare, sognare, innamorarsi, tre inviti per la stessa cosa. Tre modi per andare in luoghi che non sempre riusciamo a capire
(Angeles Mastretta)


A chiusura, vi lascio la ricetta di un risottino semplice da preparare; non sarà una sontuosa paella spagnola, ma appagherà ugualmente i vostri palati, fidatevi del radicchio ahahahah

Risotto al radicchio
Ingredienti:
-       80 gr di riso carnaroli
-       200 ml circa di brodo vegetale
-       Erbe aromatiche
-       radicchio
-       sale, olio evo, salsa di soia e semi di sesamo


In una casseruola fate scaldare un filo d’olio, versare il radicchio, salate e fate appassire. Versatevi delle erbe aromatiche (io ho usato un po’ di origano ed alghe essiccate) 
Aggiungete anche il riso e fate tostare.
Poi sfumate con un filo di salsa di soia.
Aggiungete un po’ di brodo vegetale e poi, girando spesso portate a cottura il riso, aggiungendo man mano il brodo.
Servitelo caldo.




lunedì 30 maggio 2016

..LA PAZZA GIOIA

Locandina del film
Non è per niente facile scrivere e dirigere un film sulla pazzia.
C’è il rischio che la trama resti in superficie, perché il regista magari preferisce strizzare l’occhio a soluzioni fin troppo politically correct o viceversa che la tentazione di addentrarsi nei territori oscuri di certe realtà scomode possa sconfinare in affreschi al limite del grottesco e dello spietato pietismo.
Paolo Virzì, a mio modesto parere, è invece riuscito a imbastire una trama delicata, rispettosa, folle il giusto e credibile quanto basta che parte da lì, dalla pazzia per arrivare alla gioia, pazza non perché forte, ma perché esiste, nonostante tutto anche nelle trame di tessuti umani sgualciti e annichiliti.
E’ un film dai toni composti, dagli zoom (fisici ed emotivi) non estremizzati nonostante la durezza del tema trattato e la pesantezza che grava sulle spalle di ciascuna delle figure presenti sulla scena.
Gli sguardi, le lacrime, l’essere arruffate, scomposte e scompigliate delle due protagoniste, affette da disturbi mentali (una, ex benestante bipolare finita in declino per guai giudiziari e finanziari, l’altra depressa e disgraziata dalla nascita e più volte schiaffeggiata dalla vita) raccontano l’oscurità della malattia mentale più di quanto lo possano fare le parole della sceneggiatura stessa.
E l’una porta luce all’altra.
Le due donne si conoscono all’interno di una comunità terapeutica situata nella campagna toscana dove entrambe sono ricoverate. Sono portatrici malate di fragilità estreme e ossessive. 
Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) frivola, egocentrica, egoista, tagliente, tragicomica nelle sue ossessioni e ancorata all’ideale di una bella vita di agi e di lussi che lei ha pure incarnato, grazie prima alle sue nobili origini e poi a frequentazioni discutibili nell’ambito del jet set politico e Donatella (Micaela Ramazzotti), schiva, riservata, solitaria, taciturna, consumata nel fisico e nella mente, con un numero di cicatrici almeno pari a quello dei suoi tatuaggi che più che vivere si lascia sopravvivere al tempo, logorandosi nel tormento di un figlio dato in adozione, con alle spalle un padre, ex musicista di successo che lei ha mitizzato in gioventù nonostante la sua assenza fisica e morale, una madre pure incapace di dare affettività e un uomo vigliacco che ha spezzato il suo cuore, già debole e provato. Il film è il racconto del tentativo di fuga di due donne così maledettamente sole e disperate verso qualcosa che le possa far provare brevi istantanee di felicità, il folle tentativo, architettato soprattutto da Beatrice che si trascina con sé Donatella, di ritagliarsi una parentesi di libertà e spensieratezza: una cena raffinata, due braccia alzate al vento a bordo di un’auto sportiva, un tuffo in mare, un’immersione nel passato per tentarne di ricucirne la trama sfilacciata.
Significativo lo scambio di battute tra le due donne:
“Ma dove si trova la felicità? chiede a un certo punto disperata Donatella; "Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili", risponde, alla faccia della sua pazzia, Beatrice, tenace e disperatamente convinta delle sue affermazioni.
Una fuga alla “Thelma e Louise” per due anime fragili che trovano proprio nella loro tenera e bizzarra amicizia l’unica possibilità di riscatto da un passato violato e ruvido e nella solidarietà reciproca la forza e il coraggio di ripercorrerlo, quel passato, per tentare, come un ultimo atto disperato prima dell’oblio, di ricomporre i pezzi della propria identità.
Non a caso la colonna sonora del film è “Senza fine” (di Gino Paoli), quasi a sottolineare il rifiuto di una pazzia senza via di uscita, perché può non importare nulla della luna e delle stelle del sole e del cielo, ma può esserci sempre qualcosa, qualcuno, un sorriso, un incoraggiamento, due mani, uno sguardo, un perdono, una condivisione, una compassione, in grado di regalare una salvifica “pazza gioia”.
Un film che consiglio vivamente. Uniche avvertenze: lasciare a casa il pregiudizio e portare in tasca un pacchetto di fazzoletti.
Non che il film provochi il pianto in maniera maliziosa; commuove sì, ma lo fa sempre con sguardo rispettoso e compassionevole, alternando i sorrisi e i toni della commedia (soprattutto nella prima parte del film) a quelli della commozione insita nei drammi e nelle fragilità umane.
E lo fa senza giudizio, senza una prospettiva ideologica, senza filtrare con la lente di un ipocrita perbenismo o di un consolante e sterile pietismo, ma solidarizzando con le protagoniste, regalandoci i loro stupori, le loro ingenuità, la loro follia che non stride poi molto con quella dei cosiddetti “sani”. Perché, al di là delle patologie psichiche più gravi e che non rappresentano il focus del film, labile è il confine che ci separa da quelle fragilità ancestrali in grado di sconvolgere e buttare all’aria, se non si è più che radicati a terra e nutriti di amore, piani, progetti, sogni, vestiti e i lumi della ragione.
E’ tutto magistralmente dosato: dalle luci alle musiche, dalla rappresentazione del quotidiano all’interno di una comunità psichiatrica a quella dell’immaginario collettivo di ciò che può esserci dentro l’esplosione o la tenace ricerca di una “pazza gioia”.

Dopo la botta emotiva di un film del genere urgono senz’altro colori, suoni, sapori estremamente delicati e carezzevoli.
E allora, associo a questo film una semplice crema di zucca e patate con verdurine croccanti.
Mentre gli occhi e la mente smaltiranno la commozione, la pancia ringrazierà del trattamento delicato che gli andiamo a riservare.

Cremosa di verdure


Ingredienti:
-       patate e zucca lessa
-       semi di sesamo
-       glassa di aceto balsamico
-       verdure miste (carote, cavolfiore e broccolo)
-       olio, sale

Basta frullare le patate e la zucca già lessata nella stessa acqua di cottura di quest’ultima (usatene poca).
Salate (eventualmente sostituendo il sale con un pò di salsa di soia) e decorate con glassa di aceto balsamico e semi di sesamo.
Potete adagiare sulla crema di zucca e patate delle verdure miste che avrete precedentemente cotto al vapore e fatto velocemente saltare nel wok con un filo d’olio e sale.



martedì 9 febbraio 2016

IL TEMPO FRAGILE

la foglia che giace

“Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (Ungaretti)

…Può sembrare un pensiero pessimistico, negativo, avvilente…
In verità…letto in chiave zen assume tutto un altro significato.
Prendere atto della realtà (almeno di quella che conosciamo nella dimensione del “presente”) non significa che essa, pur labile, non possa assumere nel contempo, contorni di gioia, di profondità, di straordinaria esperienza umana.
L’immortalità risiede nel continuo mutamento…
Delle cose…
Della vita…
Dei rapporti…
Delle dimensioni…
Delle forme…
Delle visioni e dei colori…
“Rassegnarsi” alla fragilità insita della vita non deve rivelarsi un processo mentale deprimente.
Anzi, forse proprio la mancanza di garanzie rispetto “ad un domani che verrà” può costituire uno stimolo per vivere al meglio, in modo pieno, il proprio tempo, sempre.
Non aspettare…
Rendersi presenti al proprio ATTUALE.
Riempire o svuotare a piacimento il PRESENTE, senza rimandare sempre tutto ad un ipotetico FUTURO…
La vita è quella che scorre…non quella che prevedi possa scorrere un dì…

Istantanee di eternità
La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a realizzare altri progetti” cantava John Lennon….
In realtà, spesso, non siamo ‘presenti’ nel qui ed ora e, dando per scontato che ci sarà un tempo per sistemare, per decidere, per fare, diventiamo poco consapevoli di ciò che ci sta succedendo nel frattempo. Rimanere connessi con le sensazioni del nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri è un modo per affrontare il quotidiano in modo costruttivo. Assecondare il qui ed ora è un modo per prendersi beffa delle folate di vento sempre pronte a soffiare sull’albero della nostra vita…

Tentativi 
Oggi vi propongo una ricetta in grado di rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata in cui la freddezza, magari, non è stato solo uno stato dell’aria atmosferica.

Minestra cavolo nero e cannellini

Ingredienti:
-       cavolo nero
-       fagioli cannellini già lessati
- brodo vegetale (o anche acqua)
-       olio, sale

Preparazione:
Versate in un tegame (basso e capiente) dell’olio extra vergine di oliva; adagiatevi il cavolo nero lavato, strizzato e tagliato a pezzetti. Aggiungete mezzo bicchiere di acqua (o di brodo vegetale) e fate stufare con il coperchio.
Quasi a fine cottura del cavolo, aggiungete i fagioli cannellini, una spolverata di sale e, a piacere, di pepe. Se occorre aggiungete altro liquido (brodo o acqua calda)
Servite con fette di pane tostato.




mercoledì 25 novembre 2015

IL MALE...SUL CAMMINO DELL'UOMO...

Il fuoco deve scaldare non spegnere speranze
L’eco delle bombe e degli spari risuona in vallate rese aride dall’odio; nuvole di fumo si alzano dalla terra arsa; carcasse di ferro, palazzi distrutti, sirene lancinanti, lacrime, il dolore che deforma i volti di chi urla e che fa voltare per lo sdegno noi, spettatori inermi di tale scempio, che non abbiamo quasi il coraggio di capire, e cambiamo canale…
Questo è il male che veste di morte ogni cosa che incontra.
Questo è il quadro dipinto col sangue di uomini da altri uomini che hanno perso la loro umanità lungo quel cammino lastricato da prevaricazione e violenza.
E mentre politici di ogni schieramento e personaggi illustri di ogni orientamento si interrogano, incravattati attorno a tavoli di cristallo, davanti a microfoni aperti sul mondo e confortati da bottiglie di acqua minerale, sulle strategie da adottare per trovare una qualche ragionevole soluzione a questa apocalisse, altri uomini, armati di kalashnikov o muniti di qualche telecomando diabolico, mandano all’aria quotidianamente, in angoli spesso ignorati anche dalle cartine geografiche (o geopolitiche), propositi, buon senso e quelle briciole di umanità rimaste sul fondo delle tasche del mondo.
Ma quale rispetto della vita altrui ci si può aspettare da chi non ha rispetto nemmeno della propria vita?
Ovunque ci sono focolai di questa cattiveria: Paesi coinvolti in guerre, regioni e province autonome che lottano per l’indipendenza, gruppi ribelli che alterano equilibri o disequilibri che alimentano gruppi ribelli.
E’ il trapasso verso l’inferno? E’ il prezzo dell’impotenza davanti alla cattiveria umana che spesso può addirittura contare su mezzi, armi e lasciapassare, concessi e talvolta forniti sotto banchi sporchi e di ipocrita ignoranza?
La tentazione di cedere allo sconforto, alla rassegnazione passiva, alla disperazione, alla paura e all’angoscia è umana.
Ma a contrasto netto e dissonante con le barbarie di ogni tempo e di ogni luogo, mi metto davanti agli occhi il precetto della strofa didattica di Gajarati che fu il principio guida di Gandhi con l’aspirazione che dagli occhi possa penetrare nel mio spirito ancora così poco evoluto per non cedere a pensieri che mi trascinerebbero verso territori inquinati da quella stessa violenza e vendetta che mi ripugna:

“Per una scodella d’acqua,
rendi un pasto abbondante;
per un saluto gentile,
prostrati a terra con zelo;
per un semplice soldo,
ripaga con oro;
se ti salvano la vita,
non risparmiare la tua.

Così parole e azione del saggio riverisci;
per ogni piccolo servizio,
dà un compenso dieci volte maggiore.

Chi è davvero nobile,
conosce tutti come uno solo
e rende con gioia bene per male”.
(M.K.Gandhi, L’Arte di Vivere).

I panorami che vorremmo sempre vedere

Davanti a discorsi del genere, la fame passa. Ma questo è pur sempre un blog di cucina e allora lascio la penna e i pensieri pesanti sul tavolo e inforco posate e padelle per presentarvi la ricetta leggera di oggi.

Crema di zucca e patate con nocciole e aceto balsamico


Ingredienti:
-       zucca
-       patate
-       olio, sale, rosmarino
-       qualche nocciola
-       aceto balsamico

Preparazione:
Lessate le patate. Tagliate a pezzi la zucca e fatela cuocere in un tegame (col coperchio) con olio, sale, rosmarino e poca acqua.
Quando le patate e la zucca saranno cotte, frullatele insieme e amalgamate per bene e a fuoco basso eventualmente aggiungendo: a) un filo di latte di riso (o di acqua) se è troppo densa; b) un cucchiaio di fecola di patate se è troppo liquida.
Servite la crema di zucca e patate decorando con qualche nocciola spezzettata e un filo di aceto balsamico.




mercoledì 4 novembre 2015

IO CHE AMO SOLO TE

Locandina del film
C’è tanta Puglia nel nuovo film di Marco Ponti “Io che Amo solo te”: le sue spiagge, il suo mare, le costruzioni bianche di pietra e il vento di maestrale che quando arriva è in grado di scompigliare capelli, programmi, pensieri e desideri.
Il mare di Puglia
Ci sono gli scorci suggestivi di Polignano a Mare dove il blu del mare, del cielo e i colori in generale sembrano più vividi a contrasto con il bianco crema delle sue case e dei suoi scogli.
Un film dove a farla da padrona, con la “scusa” narrativa della organizzazione e della celebrazione del matrimonio dei due protagonisti, Damiamo e Chiara, interpretati da Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, sono quelle verità scomode che la maggior parte dei personaggi tiene ben nascoste sotto strati e strati di ipocrita discrezione o di malcelata accondiscendenza alle aspettative altrui.
Il film ci spinge, attraverso la rappresentazione, a volte ai limiti del parodistico*, della reazione a catena di impulsi emotivi e di istinti immediati che può innescarsi dal perpetuarsi delle menzogne e dalla negazione costante del proprio io e dell’altrui sentire, a riflettere sul valore dell’autenticità, sia essa familiare, individuale o sociale e su quanta libertà spesso neghiamo a noi stessi e a chi vogliamo bene con la scusa di non cadere vittime del pregiudizio della gente senza considerare che se noi per primi neghiamo certe verità, allora nessuno sarà mai in grado di emancipare noi (e per riflesso l’umanità) dalle spire di un certo perbenismo che si nutre dei più arcaici luoghi comuni e di falso moralismo. 
La sfida e il fulcro che personalmente ho voluto percepire nel racconto, infarcito di ansie, tensioni, rancori, nostalgie, malinconie, ma anche di speranze, sentimenti veri e riscatto, è la proiezione nel vero dei due protagonisti che, messi alla prova dai tranelli orditi dalle loro paure e dalle altrui interferenze, sono chiamati, a riscattare, oltre al proprio, anche un altro Amore, mai tramontato, quello tra la madre di lei e il padre di lui che trent’anni prima fu sacrificato per mancanza di coraggio nell’andare contro un certo perbenismo di paese.
I tempi sono maturi, nella Puglia di oggi (o ci si potrebbe chiedere in qualsiasi angolo del nostro Paese) per andare contro il chiacchiericcio facile, il pettegolezzo, il pregiudizio, le chiusure mentali?
La risposta pare emergere dalla superficie agitata del mare o dai folti e intricati rami di ulivi secolari: ogni storia va come deve andare, come è giusto che sia affinché ognuno abbia diritto, oggi, come ieri e domani, alla sua ventata di felicità autentica.   

* …come parodistico, spesso, è l’approccio chiuso e ristretto alla realtà da parte di chi rifiuta i cambiamenti e l’evoluzione sociale…

A proposito di coraggio e di azzardo, oggi vi propongo una ricetta adatta solo a chi riesce ad andare oltre, anche in cucina, agli abbinamenti tradizionali…

Risotto ai cachi 
Ingredienti: (le dosi dipendono dalla portata. Queste sono per 2)

- 140 gr circa riso
-       2 cachi piccoli morbidi
-       brodo vegetale
-       olio, sale, rosmarino
-       semi di sesamo e papavero
-       un pezzetto di cipolla (lasciata “in ammollo” a filetti in un filo di latte vegetale)
-       salsa di soia

Come prima cosa preparatevi e tenete da parte 400 ml circa di brodo vegetale.
Frullate i due cachi aggiungendo un filo di salsa di soia.
In un tegame versate 2 cucchiai di olio, aggiungete il riso e fate tostare. Poi man mano aggiungete il brodo vegetale e portate il riso a cottura.
A parte fate rosolate i filetti di cipolla nello stesso latte in cui li avete lasciate a macerare. Aggiungete i cachi frullati, qualche ago di rosmarino, due cucchiai di brodo e fate cuocere per 5 minuti circa.
Quasi a cottura ultimata del riso aggiungete la purea di cachi e mantecate.
Servite il riso decorando con semi di sesamo e papavero.
I non vegani lo apprezzeranno di più con una spolverata di parmigiano, facilmente sostituibile con un cucchiaio di formaggio cremoso veg o una spolverata di gomasio*.

* per gomasio leggi qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Gomasio








  


martedì 21 luglio 2015

SICILIA IN TASCA


Della mia recente vacanza in Sicilia vorrei riuscire a trasmettervi suoni, odori, colori e sapori ma, dato che certi limiti della comunicazione non sono ancora stati superati, posso solo tentare di offrirvi descrizioni sommarie nella speranza di solleticare quel gusto della scoperta che magari vi spingerà, se ancora non l’avete fatto, a partire per una terra che merita di essere scoperta poco alla volta, sempre più in profondità, talmente ricco e suggestivo è il suo bagaglio di offerte.
La Sicilia è una terra selvaggia, selvatica, vergine, senza fronzoli… con le sue “opere incompiute” pare schiaffeggiarti trascinandoti nelle più crude realtà e, poco dopo, è lì ad accarezzarti con la dolcezza delle sue granite e delle sue “brioche con il tuppo”.

Girandola, pare di immergersi dentro un quadro impressionista o tra le pagine dure e vere di verghiana memoria.
In sette giorni ho riempito gli occhi di panorami mozzafiato.

Ho iniziato prendendo confidenza con le acque cristalline e le spiagge di ghiaia fine di Roccalumera per poi restare affascinata dalla raffinata eleganza di Taormina. Qui mi sono tuffata nella storia con la visita all’antico teatro greco: un teatro affacciato sul mare, con suggestioni ed echi di un antico splendore che escono da ogni sua più piccola pietra.

Un arancino delizioso agli spinaci presso lo “Strit Fud” e il più goloso cannolo mai assaggiato alla Pasticceria del corso è stato il bottino alimentare della giornata a Taormina. 

Mentre per il reparto “profumi e balocchi” non potevo non cedere all’aroma agrumato e selvaggio della sua acqua profumata. Ogni spruzzo di quel profumo mi riporterà con la memoria al centro di quella piazzetta pavimentata a scacchi bianchi e neri e affacciata sul mare. Da quella piazzetta, dove tra l’altro c’è un bar ricco di storia dove Goethe passava il tempo a bere il suo caffè, si può ammirare la costa del Mar Ionio, la Baia di Naxos e il possente Vulcano Etna.

Nei vicoli si susseguono botteghe, ristoranti con vedute panoramiche, locali da dove provengono svariati sottofondi musicali, da quelli melodici a quelli in chiave jazzistica. Può capitare di ascoltare le note semplici di un anonimo artista di strada o quelle più colte delle ballate liriche, spesso in programma nel cartellone del teatro antico.



Scendendo da Taormina con la funivia mi sono fermata per un bagno presso l’Isola bella, famosissimo e suggestivo isolotto, ricoperto da una rigogliosa vegetazione e istituito a riserva naturale. La lingua che collega la spiaggia di Mazzarò all’isola (che dall’alto pare di sabbia ma che in realtà è di ghiaia) è un invito a tuffarsi nell’acqua cristallina.



A Catania, appena arrivata, mi sono immersa nella realtà caotica, ma affascinante dei mercati popolari: gente che ti vuole far assaggiare “la qualunque”, che ti mette in mano una cozza spruzzata di limone e pare voglia farti uscire dalla bambagia per svezzarti con la legge dell’adattamento.

Girando per la città ho vissuto i forti contrasti di una città che ho associato per alcuni aspetti a Napoli e per altri a Lecce. La compostezza di alcune zone, come quelle adiacenti il rigoglioso giardino Bellini e la zona universitaria si scontra con l’aspetto aggressivo di molte costruzioni periferiche, nate dal nero della pietra lavica e in molti casi non ultimate e la desolazione di certe spiagge che l’incuria umana ha reso degli immondezzai all’aperto.






Sulla città di Catania domina, assoluto, l’Etna. Spesso l’afa non ne rende visibili completamente i profili, ma vi assicuro che anche i contorni appena accennati sono in grado di suscitare un misto di timore e riverenza, come quello che si proverebbe davanti ad un mostro addormentato sulla montagna, dal duplice fare minaccioso e protettivo.

C’è stata anche la visita a qualche set cinematografico di tutto rispetto, come quello al piccolo borgo di Savoca, arroccato su un crinale a 300 metri di altitudine dove, in piazzetta, ho potuto gustare una deliziosa granita al limone (con tanto di biscottino ai semi di sesamo) presso il Bar Vitelli dove furono girate alcune scene della saga cult de “Il padrino” e che ancora oggi trasmette ab libitum la colonna sonora del film che lo ha reso celebre in tutto il mondo.

E poi come scordare gli scorci offerti da Tindari? Famosa per il suo Santuario con la Madonna nera, situato sulla cima più alta del paese a strapiombo sul mare, è una località suggestiva anche per le sue lingue di sabbia situate alla base del promontorio, alcune delle quali raggiungibili solo via mare.

Proprio in quelle acque mi sono donata la nuotata più bella e più lunga: intorno a me solo acqua trasparente, spiagge incontaminate, il suono delle onde e, citando i versi di una canzone di Irene Grandi, “la voglia di non tornare più” (a riva…aggiungo io).

Dopo la nuotata, tappa d’obbligo al Bar del Pellegrino: arancino al pistacchio, specialità del posto, accompagnato come sempre dal sorriso aperto e dalla cortesia del personale. Le persone con le quali mi sono trovata ad interagire (in albergo, nei bar, nei ristoranti, all’interno dei siti archeologici, ecc.) si sono mostrate sempre disponibili a fornire chicche e curiosità sulla loro terra. La voce di chi vive i posti vale molto di più di qualunque altra voce enciclopedica.



Da ultimo, come in un quadro emozionale posso tentare di sfumare i colori di alcune esperienze fatte tra una gita e l’altra: l’energia mattutina che mi spingeva a correre lungo il mare di Roccalumera, quando la linea dell’orizzonte pare riconciliare ogni pensiero con la realtà; 

la commozione provata durante la visita al Parco Letterario dedicato a Salvatore Quasimodo dove un ragazzino sveglio ed appassionato ci ha condotto alla scoperta degli aspetti più interessanti della biografia dello scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1959;

il fanciullesco entusiasmo nel fare incursione nei bar sul lungomare di Santa Teresa di Riva per assaggiare quanti più gusti possibili di granite (…a proposito eleggo quella al pistacchio la mia preferita…ma se la batte alla grande con quella alla mandorla e con quella al caffè…). In verità, si potrebbe dire che c’è la granita giusta per ogni momento della giornata.


E ancora l’impegno degli animatori per cercare di pungolare la pigrizia del “turista spiaggiato”, la magia dei tramonti da gustare dopo la calura del giorno, il fascino di un cielo che lontano dalle luci cittadine, si può scoprire magnificamente stellato. 

Un quadro che si può ammirare soprattutto in vacanza quando, lontani dal tran tran e resi centrati dalla mancanza dell’altro a cui pensare, ci si può concentrare su ciò che, in realtà, conta davvero: la natura che ci vive attorno, il cielo sopra le nostre teste, il tempo che scandisce le nostre vite, ovunque siamo e qualunque cosa stiamo facendo. Il viaggio serve, o dovrebbe servire, anche a questo: ritrovare il senso del nostro Tempo.

Scusate se per accompagnare questo post oggi vi propongo solo un piatto di frutta fresca…ma è estate, fa caldo, c’è il mare, la piscina, i tuffi e la tintarella nel menù quotidiano di molti di noi. E allora, ogni tanto, si possono anche spegnere i fornelli o no??! ;-)



  
SCHERZO!!!!!
Quando la temperatura sale, possiamo semplicemente scegliere di ridurre al minimo gli ingredienti e i passaggi in cucina. E allora cosa c’è di meglio di un piattino di pasta di grano saraceno condito con del pachino fresco e una spolverata di origano?
Del resto, anche il sapore di questo piatto ha un vago retrogusto di Sicilia…;-)


Ingredienti
-       pasta di grano saraceno
-       pomodori pachino
-       olio evo, sale, origano

Mentre cuoce la pasta, fate saltare i pomodori pachino tagliati a spicchi in un po’ di olio, una spolverata di sale e origano.
Condire la pasta con il sughetto di pomodoro. Semplicissimo. A prova di calore.

Ciao Sicilia, alla prossima vacanza....


e a voi: