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martedì 18 aprile 2017

"VERSO LE MERAVIGLIE"

Il nuovo album degli Stag
Oggi, dopo aver passato un po’ di giorni ad ascoltarlo e riascoltarlo, soprattutto in macchina durante i vari viaggi di andata e ritorno pasquali, vi voglio raccontare le suggestioni che mi ha  provocato il nuovo cd degli Stag, "Verso le Meraviglie". 

Gli Stag, per chi non li conoscesse, sono: Marco Guazzone (voce, pianoforte), Stefano Costantini (tromba), Giosuè Manuri (batteria) e Edoardo Cicchinelli (basso).
L’album d’esordio di questa band romana è “L’Atlante dei Pensieri” del 2012; il disco contiene il brano “Guasto” che Marco Guazzone, in veste di solista, ha presentato alla 62a edizione del Festival di Sanremo nella sezione Giovani.

Da allora, gli Stag hanno viaggiato, si sono fatti conoscere in giro per l’Italia e non solo, hanno collaborato con artisti nazionali come Malika Ayane, Arisa e Chiara Galiazzo, hanno partecipato alla composizione di varie colonne sonore per il cinema, il teatro e la televisione e da aprile 2016 conducono un loro programma di musica dal vivo su In Blu Radio.

A marzo 2017 è uscito il loro secondo cd, raffinato, ma mai “complicato”, di respiro internazionale che conferma l’originalità sonora e la versatilità di genere della band.

Gli Stag in live 
Di seguito una mia veloce istantanea su ciascun brano che compone questo album che è un viaggio fatto sì di musica, ma anche di emozioni, di parole evocative, di meraviglie sussurrate o suggerite tra un solfeggio e l’altro, tra un vocalizzo e l’altro, tra un’esplosione di tromba e un assolo intimista col pianoforte.
Si percepisce la sincerità del sentire artistico, la volontà di trasmettere non solo note, parole, ma anche quegli orizzonti di beltà, incanto e stupore che solo un approccio non troppo disincantato alle cose della vita, anche le più piccole e apparentemente più semplici, può offrire.

- TO THE WONDERS, sicuramente tra le mie top 3 preferite: un mix affascinante di dolce malinconia, drammaticità, ma anche di energica ripresa. Una preghiera musicale per andare oltre, per coltivare speranze...mi ha commosso al primo ascolto.

- LE MIE OMBRE, di questo pezzo mi piace soprattutto il ritornello, un sound esteso che disegna un   orizzonte sconfinato davanti, ma anche le strofe sono molto intime, profonde. Da risentire più e più volte per penetrarne il senso.

- DOWN, ha una forza emotiva che fa quasi male, ma al tempo stesso regala quella leggerezza tipica che sussegue alla presa di coscienza quando autenticamente sentita ("I'll embrace the change. Like a feather it will alter my life altogether")

- KAIROS, un pezzo che mi attrae molto, veloce, maturo e che contiene una delle strofe che trovo letteralmente più incisiva ("ho dormito notti inutili, ho rinchiuso i sogni in alibi").

- MIRABILIA, questo pezzo è un altro top 3, un inno a ritrovare la meraviglia, anche per chi non trova più l'equilibrio che ci tiene sospesi tra sogni e realtà...quasi psichedelico, ritmico e arricchito da un controcanto ben riuscito e d’effetto.

- SLAY TILLING, molto intimista, la vedo scorrere tra le immagini di una saga familiare...e così sarà nella serie tv “Tutto può succedere 2”.

- VIENIMI A CERCARE, un duetto riuscitissimo quello tra Marco Guazzone e Matilda De Angelis. Un confronto amoroso stuzzicante e originale (“tana per tutte e due”) e le voci si fondono a meraviglia (lei voce molto alta, sottile, delicata e lui romanticamente abbandonato e arreso alla forza di un sentimento che nasce come un soffio e, lentamente, diventa un vento che agita tutto e disarma).

- DIMMI SE ADESSO MI VEDI,  un pezzo struggente, un canto d'amor perduto su una scogliera.

- DA TE, in questo pezzo, la voce di Marco Guazzone si fa conturbante. Crea un mix di sfida, quasi di rabbia serena, di apparente lucidità su un tappeto di sensazioni delle quali si teme l’effetto.

- THE HELM, un canto sulla forza prorompente di una presa di consapevolezza da tempo attesa.

- OH ISSA, a questa sono particolarmente affezionata...quando la sento, non riesco proprio a stare ferma e a non cantarci sopra. E’ la vela che ho issato e che mi ha sospinto verso la rotta degli Stag.

- I AM FREE, un canto poetico. Appena inizia, la immagino liberarsi delicatamente in una buia sala di cinema mentre scorrono i titoli di coda di uno di quei film sì drammatici, ma aperti alla speranza che mi piacciono tanto. 

la musica è in ogni luogo
Per la ricetta del giorno vi propongo un piatto unico, molto veloce e semplice da preparare che racchiude energia e morbidezza.

Tempeh ortolano

Ingredienti:

-       patate, carote
- tempeh alla piastra (ndr: si acquista nei negozi di alimentazione biologica o naturale)
-       semi di sesamo
-       erbe aromatiche
-       olio evo, sale, salsa di soia

Preparazione:
Scaldate un filo d’olio in una padella. Prima che diventi troppo caldo, aggiungete patate e carote tagliate a tocchetti, salate, condite con erbe aromatiche e versate un po’ di acqua. A metà cottura aggiungete anche i pezzetti di tempeh e sfumate con un po’ di salsa di soia.
Servite aggiungendo una manciata di semi di sesamo.


lunedì 13 marzo 2017

...IL LATO ARTISTICO DELLA FOLLIA...

Salite che val la pena osare
Le piccole follie sono le vette emozionali sulle quali, ogni tanto, ci inerpichiamo per abbandonare la placida pianura del quotidiano e vivere l’adrenalina di una salita.

Verdi distensioni 
Tentare di ripercorrere lo stesso stato d’animo che ha portato un artista a dipingere un quadro, a scrivere una canzone, a interpretare un ruolo drammatico…ecco, immergersi nell’arte può consentire a piccoli soffi di follia di rinfrescare i nostri pensieri, spesso troppo istituzionalizzati o cristallizzati dalla routine.
Magari l’artista voleva trasmettere altro rispetto alle nostre interpretazioni. Ma quello che ognuno di noi coglie è probabilmente ciò che ci serve in quel particolare momento.
L’arte può essere lo specchio delle nostre emozioni. O quella cima a cui tendere per elevarci dal suolo fin troppo conosciuto. Lo sconosciuto non come territorio da evitare per paura di uscire dalla propria zona di comfort, ma come attrattiva in cui immergersi per scoprire qualcosa di nuovo su noi stessi.
Come reagiamo di fronte alle cose nuove può dirci molto di ciò che siamo. E certe prese di coscienza sono indispensabili per diventare sempre più ciò che siamo.
Ovviamente perché si verifichi l’effetto di cui parlo deve trattarsi di un’immersione profonda. Se si rimane sulla superficie delle cose, osservate o ascoltate, l’esperienza non arriva a toccare corde così profonde da agitarci qualcosa dentro. Rimane solo un tassello di un altro giorno qualunque che pure sbiadirà nei ricordi.
Sono i giorni che ci hanno cambiato, le esperienze che hanno smosso qualcosa nelle placide acque del nostro sopravvivere a restare scolpiti per sempre nella memoria.
Un dialogo a cuore scoperto, un gesto inaspettato che ci sorprende, parole che abbiamo il coraggio di tirare fuori dopo averle tenute nascoste sotto strati di sovrastrutture divenute troppo polverose, un viaggio che intraprendiamo non solo con i piedi, ma con tutto il nostro essere…sono le esperienze che lasciano un segno quelle che riempiono il tempo di sostanza e non solo di minuti a nostra disposizione.

Ispirazioni

– Alice: Sto diventando matta, papà?
– Padre: Ho paura di sì, Alice: sei matta, svitata, hai perso la testa… Ma ti dirò un segreto: tutti i migliori sono matti.
(Dal film Alice in Wonderland)

Tutti siamo costretti, per rendere sopportabile la realtà, a tenere viva in noi qualche piccola follia.
(Marcel Proust)

Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio quieto! Il guaio è per voi che la vivete agiatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia.
(Luigi Pirandello)

Nessun grande mente è mai esistita senza un pizzico di follia.
(Aristotele)

Folle è l’uomo che parla alla luna. Stolto chi non le presta ascolto.
(William Shakespeare)

Suggestioni 
Pure in cucina, per esempio sembrerebbe folle usare le castagne come base per fare una frittata…ma se andate oltre il pregiudizio e rischiate, chissà, magari scoprirete un gusto nuovo ed insolito che soddisferà il vostro palato e i vostri commensali ;-)

Frittata di castagne e zucchine

Ingredienti:
-       200 gr di farina di castagne
-       300 ml di acqua
-       Erbe aromatiche
-       zucchine
-       sale, olio evo, salsa di soia e semi di sesamo
-       radicchio e maionese di riso per il contorno

In una ciotola amalgamate per bene la farina di castagne, l’acqua, le erbe aromatiche ed un pizzico di sale (usando magari lo sbattitore elettrico o la frusta per evitare grumi).
Fate riposare.
Nel frattempo rosolate in una padella le zucchine con un filo d’olio e aromi a scelta (ho usato origano, mentuccia, alghe essicate e sale rosa). Potete sfumare con poca salsa di soia.
Versate le zucchine nella pastella di castagne e mescolate con cura.
In una padella capiente, fate scaldare un filo d’olio e versate la finta frittata; cuocete per bene servendovi di una spatola fate man mano rapprendere la parte liquida e capovolgete a metà cottura (quando un lato si stacca facilmente e la parte superiore appare non troppo liquida).
Servite con insalatina di radicchio con semi di sesamo e ciuffetti di maionese di riso.





venerdì 17 febbraio 2017

...AMORE E DINTORNI

Due cuori ed un caffè..
Più delle borse di Louise Vuitton vendute lungo i viali delle grandi città, poggiate su teli di stoffa bianca…
Più di quelle boccette di profumi, perfette riproduzioni di quelli di marca, vendute sui banchetti del mercato…
Più delle patacche di opere d’arte famose…
Ancor più dei marchi, loghi e segni distintivi…
La “cosa” in assoluto più contraffatta può essere l’amore…
Quante volte dietro la parvenza di un amore si celano altre emozioni, altri bisogni.
C’è chi appaga il proprio egocentrismo pensando di amare chi lo fa sentire importante; in verità è amato, ma lui, il suo amore, non lo dona mai a nessuno perché farlo lo farebbe sentire vulnerabile, fragile.
C’è chi vuole possedere, pensando di amare. Ma quello è una forma di ricatto psicologico; ciò che si ama davvero merita di essere lasciato libero, non costretto. La costrizione non può essere una forma di amore.
C’è, peggio ancora, chi pensa di amare eppure compie soprusi e violenze di ogni tipo sul soggetto che crede di amare. Non c’è amore laddove non c’è rispetto profondo per l’essere umano, prima ancora che quest’ultimo sia investito del ruolo di partner.
Sembra banale, ma quante volte ci siamo riempiti o ci riempiamo la bocca della parola amore senza carpirne il significato profondo?
In nome dell’amore si crede di compiere scelte che, invece, nascono da altri impulsi, da altre esigenze.
Negare le proprie zone d’ombra porta a scambiare l’amore con altre cose, a usarlo come succedaneo per non dover ammettere altre carenze, altri vuoti dentro di sé.
Pensiamo di colmare quei vuoti con il lodevole sentimento dell’amore e, invece, ci stiamo illudendo un’altra volta.
L’amore non serve a riempire, ma a svuotare il nostro ego di forza distruttiva.
L’amore può contenere, ma può anche non identificarsi con tutte le sue forme di manifestazione.
L’amore non si spiega, non si educa, non si ingabbia. L’amore si prova. L’amore si coltiva. L’amore ci fa immaginare diversi modi per indossarlo e, ogni volta, diverse strade per tentare di percorrerlo. L’amore richiede coraggio. Ci viene insegnato che è anche sacrificio. A me non piace accostare questa parola gioiosa ad un termine così castrante. Preferisco associarla a termini di più ampio respiro: orizzonti, infinito, meraviglia, stupore, condivisione, crescita, evoluzione, miglioramento del sé.
Ho scelto alcuni aforismi sul tema...tanti aspetti, tanti modi diversi di intendere l'amore. O di credere di intenderlo...;-)

Amore è bellezza 
L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.
(Albert Einstein)

L’Amore non è una passione. L’Amore non è una emozione. L’amore è una comprensione profonda del fatto che in qualche modo l’altro ti completa. Qualcuno ti rende un cerchio perfetto; la presenza dell’altro rinforza la tua presenza.
(Osho)

L’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri.
(Charles Bukowski)

Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
(Franz Kafka)

L’amore è una forza selvaggia. Quando tentiamo di controllarlo, ci distrugge. Quando tentiamo di imprigionarlo, ci rende schiavi. Quando tentiamo di capirlo, ci lascia smarriti e confusi.
(Paulo Coelho)

L’amore è la risposta, ma mentre aspettate la risposta il sesso può suggerire delle ottime domande.
(Woody Allen)


Per la ricetta vi propongo un piatto vegetariano, sano e gustoso.


Frittata di ceci al forno con mix di verdure

Ingredienti:
-       200 gr di farina di ceci
-       300 ml di acqua
-       Erbe aromatiche
-       Sale
-       Verdure miste
-       Olio evo

In una ciotola amalgamate per bene la farina di ceci, l’acqua, le erbe aromatiche, sale usando magari lo sbattitore elettrico o la frusta per evitare grumi.
Fate riposare.
Nel frattempo rosolate in una padella le verdure che avete a disposizione (io ho tagliato a pezzettini piccoli carota, zucchina, patate e piselli) con un filo d’olio e aromi a scelta (ho usato origano, mentuccia, alghe essicate e sale rosa). Potete anche sfumare con poca salsa di soia.
Versate le verdure nella pastella di ceci e mescolate con cura.
Riempite con il composto una teglia (oliata e con il pangrattato sul fondo).
Infornate a forno caldo a 180° per circa 20/25 minuti.
Servite con insalatina fresca o un contorno a scelta.


lunedì 30 maggio 2016

..LA PAZZA GIOIA

Locandina del film
Non è per niente facile scrivere e dirigere un film sulla pazzia.
C’è il rischio che la trama resti in superficie, perché il regista magari preferisce strizzare l’occhio a soluzioni fin troppo politically correct o viceversa che la tentazione di addentrarsi nei territori oscuri di certe realtà scomode possa sconfinare in affreschi al limite del grottesco e dello spietato pietismo.
Paolo Virzì, a mio modesto parere, è invece riuscito a imbastire una trama delicata, rispettosa, folle il giusto e credibile quanto basta che parte da lì, dalla pazzia per arrivare alla gioia, pazza non perché forte, ma perché esiste, nonostante tutto anche nelle trame di tessuti umani sgualciti e annichiliti.
E’ un film dai toni composti, dagli zoom (fisici ed emotivi) non estremizzati nonostante la durezza del tema trattato e la pesantezza che grava sulle spalle di ciascuna delle figure presenti sulla scena.
Gli sguardi, le lacrime, l’essere arruffate, scomposte e scompigliate delle due protagoniste, affette da disturbi mentali (una, ex benestante bipolare finita in declino per guai giudiziari e finanziari, l’altra depressa e disgraziata dalla nascita e più volte schiaffeggiata dalla vita) raccontano l’oscurità della malattia mentale più di quanto lo possano fare le parole della sceneggiatura stessa.
E l’una porta luce all’altra.
Le due donne si conoscono all’interno di una comunità terapeutica situata nella campagna toscana dove entrambe sono ricoverate. Sono portatrici malate di fragilità estreme e ossessive. 
Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) frivola, egocentrica, egoista, tagliente, tragicomica nelle sue ossessioni e ancorata all’ideale di una bella vita di agi e di lussi che lei ha pure incarnato, grazie prima alle sue nobili origini e poi a frequentazioni discutibili nell’ambito del jet set politico e Donatella (Micaela Ramazzotti), schiva, riservata, solitaria, taciturna, consumata nel fisico e nella mente, con un numero di cicatrici almeno pari a quello dei suoi tatuaggi che più che vivere si lascia sopravvivere al tempo, logorandosi nel tormento di un figlio dato in adozione, con alle spalle un padre, ex musicista di successo che lei ha mitizzato in gioventù nonostante la sua assenza fisica e morale, una madre pure incapace di dare affettività e un uomo vigliacco che ha spezzato il suo cuore, già debole e provato. Il film è il racconto del tentativo di fuga di due donne così maledettamente sole e disperate verso qualcosa che le possa far provare brevi istantanee di felicità, il folle tentativo, architettato soprattutto da Beatrice che si trascina con sé Donatella, di ritagliarsi una parentesi di libertà e spensieratezza: una cena raffinata, due braccia alzate al vento a bordo di un’auto sportiva, un tuffo in mare, un’immersione nel passato per tentarne di ricucirne la trama sfilacciata.
Significativo lo scambio di battute tra le due donne:
“Ma dove si trova la felicità? chiede a un certo punto disperata Donatella; "Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili", risponde, alla faccia della sua pazzia, Beatrice, tenace e disperatamente convinta delle sue affermazioni.
Una fuga alla “Thelma e Louise” per due anime fragili che trovano proprio nella loro tenera e bizzarra amicizia l’unica possibilità di riscatto da un passato violato e ruvido e nella solidarietà reciproca la forza e il coraggio di ripercorrerlo, quel passato, per tentare, come un ultimo atto disperato prima dell’oblio, di ricomporre i pezzi della propria identità.
Non a caso la colonna sonora del film è “Senza fine” (di Gino Paoli), quasi a sottolineare il rifiuto di una pazzia senza via di uscita, perché può non importare nulla della luna e delle stelle del sole e del cielo, ma può esserci sempre qualcosa, qualcuno, un sorriso, un incoraggiamento, due mani, uno sguardo, un perdono, una condivisione, una compassione, in grado di regalare una salvifica “pazza gioia”.
Un film che consiglio vivamente. Uniche avvertenze: lasciare a casa il pregiudizio e portare in tasca un pacchetto di fazzoletti.
Non che il film provochi il pianto in maniera maliziosa; commuove sì, ma lo fa sempre con sguardo rispettoso e compassionevole, alternando i sorrisi e i toni della commedia (soprattutto nella prima parte del film) a quelli della commozione insita nei drammi e nelle fragilità umane.
E lo fa senza giudizio, senza una prospettiva ideologica, senza filtrare con la lente di un ipocrita perbenismo o di un consolante e sterile pietismo, ma solidarizzando con le protagoniste, regalandoci i loro stupori, le loro ingenuità, la loro follia che non stride poi molto con quella dei cosiddetti “sani”. Perché, al di là delle patologie psichiche più gravi e che non rappresentano il focus del film, labile è il confine che ci separa da quelle fragilità ancestrali in grado di sconvolgere e buttare all’aria, se non si è più che radicati a terra e nutriti di amore, piani, progetti, sogni, vestiti e i lumi della ragione.
E’ tutto magistralmente dosato: dalle luci alle musiche, dalla rappresentazione del quotidiano all’interno di una comunità psichiatrica a quella dell’immaginario collettivo di ciò che può esserci dentro l’esplosione o la tenace ricerca di una “pazza gioia”.

Dopo la botta emotiva di un film del genere urgono senz’altro colori, suoni, sapori estremamente delicati e carezzevoli.
E allora, associo a questo film una semplice crema di zucca e patate con verdurine croccanti.
Mentre gli occhi e la mente smaltiranno la commozione, la pancia ringrazierà del trattamento delicato che gli andiamo a riservare.

Cremosa di verdure


Ingredienti:
-       patate e zucca lessa
-       semi di sesamo
-       glassa di aceto balsamico
-       verdure miste (carote, cavolfiore e broccolo)
-       olio, sale

Basta frullare le patate e la zucca già lessata nella stessa acqua di cottura di quest’ultima (usatene poca).
Salate (eventualmente sostituendo il sale con un pò di salsa di soia) e decorate con glassa di aceto balsamico e semi di sesamo.
Potete adagiare sulla crema di zucca e patate delle verdure miste che avrete precedentemente cotto al vapore e fatto velocemente saltare nel wok con un filo d’olio e sale.



martedì 9 febbraio 2016

IL TEMPO FRAGILE

la foglia che giace

“Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (Ungaretti)

…Può sembrare un pensiero pessimistico, negativo, avvilente…
In verità…letto in chiave zen assume tutto un altro significato.
Prendere atto della realtà (almeno di quella che conosciamo nella dimensione del “presente”) non significa che essa, pur labile, non possa assumere nel contempo, contorni di gioia, di profondità, di straordinaria esperienza umana.
L’immortalità risiede nel continuo mutamento…
Delle cose…
Della vita…
Dei rapporti…
Delle dimensioni…
Delle forme…
Delle visioni e dei colori…
“Rassegnarsi” alla fragilità insita della vita non deve rivelarsi un processo mentale deprimente.
Anzi, forse proprio la mancanza di garanzie rispetto “ad un domani che verrà” può costituire uno stimolo per vivere al meglio, in modo pieno, il proprio tempo, sempre.
Non aspettare…
Rendersi presenti al proprio ATTUALE.
Riempire o svuotare a piacimento il PRESENTE, senza rimandare sempre tutto ad un ipotetico FUTURO…
La vita è quella che scorre…non quella che prevedi possa scorrere un dì…

Istantanee di eternità
La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a realizzare altri progetti” cantava John Lennon….
In realtà, spesso, non siamo ‘presenti’ nel qui ed ora e, dando per scontato che ci sarà un tempo per sistemare, per decidere, per fare, diventiamo poco consapevoli di ciò che ci sta succedendo nel frattempo. Rimanere connessi con le sensazioni del nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri è un modo per affrontare il quotidiano in modo costruttivo. Assecondare il qui ed ora è un modo per prendersi beffa delle folate di vento sempre pronte a soffiare sull’albero della nostra vita…

Tentativi 
Oggi vi propongo una ricetta in grado di rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata in cui la freddezza, magari, non è stato solo uno stato dell’aria atmosferica.

Minestra cavolo nero e cannellini

Ingredienti:
-       cavolo nero
-       fagioli cannellini già lessati
- brodo vegetale (o anche acqua)
-       olio, sale

Preparazione:
Versate in un tegame (basso e capiente) dell’olio extra vergine di oliva; adagiatevi il cavolo nero lavato, strizzato e tagliato a pezzetti. Aggiungete mezzo bicchiere di acqua (o di brodo vegetale) e fate stufare con il coperchio.
Quasi a fine cottura del cavolo, aggiungete i fagioli cannellini, una spolverata di sale e, a piacere, di pepe. Se occorre aggiungete altro liquido (brodo o acqua calda)
Servite con fette di pane tostato.




martedì 23 giugno 2015

POESIA E FORNELLI

Luoghi in attesa

...farina del mio sacco: 

ASSENZA*
 “Senza di te andrò vagando senza mèta,
nell’indifferenza della città
vivrò la tua mancanza;
Pregherò il silenzio di riportarmi presto la tua voce,
chiederò al tempo di restituirmi la tua presenza
… torna tutte le volte che puoi!
Nell’attesa, colmerò la tua assenza
con le parole di antiche poesie…”


...e anche farina non del mio sacco:  

HO FAME DALLA TUA BOCCA (P. Neruda)
Ho fame della tua bocca, della tua voce, del tuoi capelli
e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,
non mi sostiene il pane, l'alba mi sconvolge,
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.
Sono affamato del tuo riso che scorre,
delle tue mani color di furioso granaio,
ho fame della pallida pietra delle tue unghie,
voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.
Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,
il naso sovrano dell'aitante volto,
voglio mangiare l'ombra fugace delle tue ciglia
e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,
cercandoti, cercando il tuo cuore caldo
come un puma nella solitudine di Quitratúe.

e dopo aver scritto e letto una poesia, consiglio di recarsi in cucina per preparare un bel piattino vegetariano…anche in un gesto di cura e di attenzione come quello del “cucinare” c’è dentro tanta poesia…
;-)

Burger di lenticchie e patate 

Ingredienti:
-       lenticchie (io usato quelle piccole, già lessate)
-       patate lesse
-       erbe aromatiche a scelta
-       semi di sesamo
-       salsa di soia
-       pangrattato integrale

Lessate le patate. Nel frattempo fate rosolare in poco olio le lenticchie (ovviamente già lessate). Insaporite con erbe aromatiche (rosmarino e origano) e sfumate con poca salsa di soia.
In un recipiente sbucciate e schiacciate le patate e aggiungete poco sale.
Frullate i legumi, aggiungeteli alle patate schiacciate.
Mescolate con cura, aggiungete i semi di sesamo tostati e se occorre (per compattare) del pangrattato integrale.  
Con le mani umide formate dei piccoli burger .
Passateli nel pangrattato, poneteli in una teglia, versate sopra un filo di olio e fateli dorare in forno caldo per una decina di minuti.
Serviteli accompagnati da un contorno di verdura.



*più che ad un'attesa d'amore…mi sono ispirata ad un'attesa più malinconica legata al ricordo per qualcuno di caro che magari non c'è più…e che può sempre tornare, facendosi strada nella nostra memoria…all'inizio questa “grave assenza” porta sgomento, disorientamento…poi di quella persona vorremmo risentire la voce, percepirne la presenza fisica…poi non resta che farla rivivere tutte le volte che ne sentiamo il bisogno attraverso i ricordi e anche attraverso la poesia…che possono arrivare anche in quei terreni, in quegli spazi che all'umano occhio sembrano invisibili…
Questa poesia è dedicata a tutti coloro che in questo momento, hanno più che mai bisogno di percepire la presenza di qualcuno che se ne è andato...

lunedì 15 giugno 2015

..DIVERSITA'...

Volti, colori, storie diverse
Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri (Oscar Wilde)


Diversità…
Nel mondo di essere
di votare
di nutrirsi
di pensare
di gestire
di amare…
Crediamo di trovare conforto in chi è simile a noi,
ma cresciamo grazie al confronto con chi è diverso da noi…
La diversità a volte spaventa,
spesso viene offesa,
scambiata per inferiorità…
Essere diversi non significa essere peggiori o migliori…
La diversità è una risorsa,
uno stimolo allo scambio reciproco;
siamo creati diversi per confrontarci,
per arricchirci di ciò che non siamo o non abbiamo…
ciò che è diverso
deve farci riflettere
può farci incuriosire
può non trovarci d’accordo
può farci, al limite, anche provare “fastidio”
ma mai, mai dovrebbe originare presunzione, arroganza o mancanza di rispetto.


Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerato una malattia grave.(Paulo Coelho)


Anche a tavola il rispetto delle diversità di gusti e di scelte dovrebbe essere sacrosanto. Spesso, invece, anche nello scambio di espressioni riguardanti il mondo alimentare/culinario si può insinuare il germe dell’aggressività.
Oggi per un primo piatto diverso vi propongo una cupoletta fresca di quinoa dal sapore mediterraneo.

Tortino di quinoa alla mediterranea 

 
Ingredienti:
quinoa
pomodorini ciliegino o datterino
alghe essiccate
capperini
origano

olio evo, sale
semi di sesamo

Procedimento:
Lessate la quinoa in acqua leggermente salata (per ogni 70 gr di quinoa ci vogliono circa 150 ml di acqua). Per un gusto più deciso, potete aggiungere un filo di salsa tamari o di soia nell’acqua durante la cottura.
Quando la quinoa è cotta, lasciatela intiepidire e poi con un coppa pasta ricavatene una porzione. 
Servitela con spicchietti di pomodoro (conditi precedentemente con olio evo, sale e origano), capperini, semi di sesamo e le alghe essiccate (…che sostituiscono la classica macinata di pepe…).
Semplice, veloce, fresco…un piatto dal sapore di una giornata estiva.




martedì 5 maggio 2015

AROMA D'AMORE

Aroma di caffè
Oggi al posto del solito post (scusate il gioco di parole...) voglio pubblicare un racconto a tema “caffè”. L’ho scritto un po’ di tempo fa, come puro esercizio di scrittura. Ve lo offro come una tazzina di caffè da sorseggiare dopo pranzo ;-)

"Se ne accorsero tutti, dopo l’incontro con quel tipo che voleva venderle un’autovettura d’epoca, che in lei era improvvisamente scattato qualcosa di diverso. Una luce nuova, un taglio diverso di occhi, un’espressione addolcita, i tratti ammorbiditi.
Quel giorno, quando conobbe Roger, doveva esistere una congiunzione astrale particolarmente rivoluzionaria nel suo cielo.

A Lilith capita di prendere un caffè con uomini fascinosi di ogni rango e grado; tanti suoi sottoposti, con la scusa di offrirle un caffè, cercano di carpirle un appuntamento fuori dalle pareti della sua azienda. Mai nessuno è riuscito a smuoverle dentro qualcosa di più, a seconda dei casi, di un semplice moto di simpatia, di tenerezza, di imbarazzo, di fastidio. Tanti clienti, fornitori, direttori o anche semplici corrieri passano nel suo ufficio e al termine delle pratiche lavorative, quasi fosse una “conditio sine qua non” per congedarsi, le chiedono: “Le posso offrire un caffè?”. Qualcuno, pensando di apparire meno malizioso, si limita a un più tranquillo “Dottoressa, ci prendiamo un caffè?”.
Nella maggior parte dei casi, complice la sua passione per l’aroma della tazzina fumante, non riesce proprio a sottrarsi a nessuna di queste tentazioni caffeinofile, a prescindere da chi se ne fa portatore.
E’ un triangolo di passioni non corrisposte: chi la invita è tentato da lei -mica è una sprovveduta- lo sa benissimo di essere vista come una preda appetitosa. Ma Lilith è tentata soltanto dalla caffeina. 
Riesce a respingere gli attacchi di qualsivoglia genere di tentazione: non è golosa, non è curiosa, non è influenzabile, né condizionabile. Si ritiene impermeabile a qualunque tipo di dipendenza. Lei si basta da sola.
Quindi ha elaborato la teoria per la quale la sua non è dipendenza da caffè. Ma scherziamo? Lei non dipende da niente e da nessuno. La sua è semplice passione. Scelta. Non subìta. C’è chi ce l’ha per un uomo, per gli uomini, per lo shopping, per le scarpe, per gli animali, per un hobby. Lei ha scelto di vivere la passione per il caffè.
Lilith il caffè lo celebra. Lo onora. Gli porta rispetto, considerazione. Quando le capita di sorseggiare un caffè scadente, lo fa subito presente. Non potrebbe non rendere giustizia alla sua idea di perfezione incarnata dal chicco tostato.
E quando, per rafforzare i suoi contatti di lavoro, le capita di doversi recare all’estero, se sa di andare in un paese dove la qualità del caffè espresso non eccelle, non dimentica mai di mettere in valigia, magari arrotolato in una vestaglietta di seta e tra i suoi tanti accessori e le sue creme giorno-notte,  un pacchetto del suo “oro in polvere” di colore marrone.
Perché limitarsi a considerarlo un’appendice della colazione? O una scusa per sedersi al tavolino di un bar? O per fare pausa durante la giornata lavorativa?

Fece in modo di sentire spesso Roger; con la scusa di trattare, di perfezionare la compravendita, lo chiamava o lo faceva chiamare dalla sua segretaria per chiedergli ora un documento, ora una precisazione, ora un dato burocratico.
Di solito era formale, fredda, quasi distaccata, nelle trattative.
Ma con Roger non riusciva proprio a non far emergere, dal fondo del suo carattere, qualche barlume di gentilezza.
Per la verità, era qualcosa di più di un barlume.
Improvvisamente si sentiva “interessata”, presente a qualcuno mentre ci conversava.
Dopo settimane passate ad accordarsi per telefono, era giunto il giorno del ritiro del mezzo. Di solito, per queste cose, c’erano i suoi dipendenti, pronti a sistemare la faccenda e a dare esecuzione al contratto. 
Ma non poté resistere. Comunicò a Roger che sarebbe andata lei stessa a ritirare la Bentley VI.

Anche da come un uomo sorseggia il suo caffè, lei intuisce le sue potenzialità seduttive. Un uomo che sceglie il caffè d’orzo, lo etichetta subito come un debole, un bambinone spaventato dalle emozioni forti. Se qualcuno, a suo parere, versa troppo zucchero nella tazzina, non può essere un tipo schietto, perché se ha bisogno di coprire il sapore del caffè, figuriamoci quanto possa nascondere le sue emozioni.
L’uomo che non beve caffè non lo ha mai preso neppure in considerazione. Per lei il passare dalla scodella di latte e Nesquik alla tazzina del caffè rappresenta una sorta di svezzamento. Un ingresso ufficiale nel mondo del gusto degli adulti.
Un uomo che trovi il caffè amaro troppo forte, non sarebbe in grado, sempre secondo le sue bizzarre teorie, di proteggerla.
Non che ne abbia bisogno, a giudicare dalla fierezza e dalla superba altezzosità con le quali, accresciute dai suoi tacchi vertiginosi, dirige la sua rinomata e fiorente società di noleggio di automobili di lusso. I suoi dipendenti, quasi tutti di sesso maschile, la trovano algida, sicura di sé, sfuggente e allo stesso tempo rassicurante: immaginano, infatti, che con una donna così non occorra portare sulle spalle nessun tipo di fardello costituito da responsabilità, forza e coraggio. Queste qualità le incarna benissimo già da sola.
Gran lavoratrice, senza ombra di dubbio.
La mattina è la prima ad arrivare in ufficio e la sera l’ultima ad andarsene. Vuole tenere sempre tutto sotto controllo.
Ci tiene a incontrare personalmente, uno ad uno, tutti i clienti, personaggi altolocati amanti del lusso sfrenato e del superfluo.
Al di là del campo di lavoro, non le rimane molto altro da coltivare.
Il parrucchiere il martedì e il venerdì mattina. La palestra due volte a settimana. Il massaggio orientale il sabato mattina. Qualche incontro di lavoro. La domenica di riposo. Ogni tanto, qualche uomo che la corteggia la porta al mare o in montagna ma, al di là dell’occasione che sfrutta con finta ingenuità per restare fuori e godersi la natura, capita raramente che sia davvero presente accanto al suo accompagnatore.
In genere, gli incontri di questo tipo, restano casi isolati. Difficilmente concede all’ammiratore di turno una seconda opportunità.
Il fatto è che non crede agli amori provocati, non crede che qualcosa possa nascere dopo. Lei lo capisce subito se un incontro può trasformarsi in qualcosa di più costruttivo. E finora ha solo capito che non esiste l’uomo giusto per lei. Almeno non nella piccola città di provincia, dove è nata e vive.
Si è sempre immaginata al suo fianco un uomo di mondo, un viaggiatore instancabile, qualcuno che sappia essere colto, fine, elegante, emancipato, risoluto, insolente e un poco sfuggente, capace di accettare la sua indipendenza e la sua poca propensione ai sentimentalismi. Lei è una donna concreta, pragmatica, di polso.

Ovviamente Roger era ben lieto di incontrarla. Ma, per la prima volta, Lilith non dava per scontato che, dall’altra parte, ci fosse questa predisposizione.
Senza perdere tempo, aveva fissato l’appuntamento; si era prenotata il viaggio in treno in prima classe e non vedeva l’ora di sperimentare il sapore di un caffè in compagnia di un uomo per il quale covava un certo interesse.
Una giornata autunnale, la nebbia sul lago e lei ad aspettare in quella stazione fantasma. Erano anni che non sentiva i benefici emotivi di un’attesa del genere. Dopo aver allontanato da sé ogni moto di passione, dopo avere respinto uomini e l’idea stessa di un uomo accanto, scopriva l’ebbrezza di una pulsione proveniente dal cuore.
Quel giorno però scoprì che l’unico uomo che senza far nulla aveva stuzzicato la sua fantasia, al punto da spingerla ad andare lei stessa a cercarlo fuori dalla sua azienda e addirittura in un’altra città, non beveva caffè. A ben pensarci avrebbe potuto immaginarlo: non aveva mai fatto riferimento, durante le loro conversazioni telefoniche, a un possibile appuntamento davanti a una tazzina di caffè. Ma magari – aveva voluto credere – semplicemente non sentiva il bisogno di usare la scusa del caffè per palesarle il suo interesse a trascorrere un po’ di tempo insieme. Come poteva prendere in considerazione un uomo come eventuale compagno di vita senza che questi provasse il desiderio di condividere con lei il minimo e massimo piacere del suo quotidiano? Era un segno del destino: non poteva esistere altra passione che non fosse quella profumata di caffè.
O forse quella passione smisurata era un altro dei suoi alibi per tenere chiunque fuori dall’orbita della vera Lilith? Può accettare i caffè che i vari uomini le offrono, ma così come non ha mai accettato di mitigare con lo zucchero l’amara verità del nettare bruno, così non è mai riuscita ad allentare i nodi stretti intorno al suo cuore.  
E così su quel binario fece deragliare una fantasia, un altro brivido custodito nel suo inconscio, un mondo disordinato e confuso di emozioni negate e illusioni respinte.
La sua è stata un’educazione molto rigida: mai una confidenza, un moto di tenerezza tra lei, unica figlia di una famiglia benestante, e i suoi genitori. Non ha mai visto sua madre e suo padre scambiarsi una carezza. Quasi nemmeno incrociavano i loro sguardi. Erano persone evasive, di poche parole, di ancor meno gesti affettuosi; persone che vivevano vite parallele e che si trovavano intorno a un tavolo giusto il tempo di un pasto, quando non erano altrove per motivi di lavoro, o pseudo tali.
Negli anni mai un fidanzamento ufficiale, mai che le fosse venuto il desiderio di condividere i suoi giorni con qualcuno. Con tutti, anche con quelli ai quali apparentemente stava concedendo una possibilità, si limitava al massimo a una gita fuori porta.

Le è sempre piaciuto svegliarsi con l’aroma avvolgente del caffè: le dà la sensazione di un abbraccio confortante, rassicurante. Poiché ha sempre vissuto da sola, non c’è nessuno a mettere la caffettiera sul fuoco per allietarle il risveglio. Allora ha comprato una di quelle macchinette moka intelligenti: si accendono all’ora del mattino pre-impostata e così un cavaliere fantasma, proprio mentre suona la sveglia, le soffia in camera il suo profumo preferito. 
L’altro momento della giornata in cui assapora meglio il rito del caffè è quello del dopo cena, specie se consumato fuori casa.
Al ristorante, che sia sola, accompagnata o in comitiva, soltanto a vedere arrivare quel piattino con la tazzina al centro, dissolve come un miraggio tutte le tensioni della giornata.
Da autentica purista del caffè, lo gradisce tassativamente senza zucchero. Può fare una concessione appena a un cucchiaino di spuma di latte, quando ha voglia di un caffè più morbido. Ma fin dal suo primo incontro con il caffè, non ha avuto tentennamenti nello scostare la bustina di zucchero.
Anche se non vi deve disciogliere nessuna sostanza dolcificante, non si priva del gesto di girare la bevanda con il cucchiaino: le piace giocare a rallentarne l’assunzione. Troverebbe oltraggioso ingurgitare il contenuto della tazzina così, senza soste, senza diluizioni, senza centellinare il piacere.

Alla scoperta che Roger non avrebbe mai sorseggiato insieme a lei un caffè, lo lasciò andar via. Pur provando, per la prima volta, un irresistibile trasporto verso un uomo, non ce la poteva fare.
Chiuse la trattativa e gli disse che non poteva rimanere in città né per un aperitivo, né per un pranzo all’aperto, né per qualunque altra proposta, perché doveva rientrare in azienda per una serie di appuntamenti.
Passò giorni, settimane, a respingere le sue telefonate.
Poi una mattina, entrando nel suo ufficio, trovò sulla sua scrivania un mazzo enorme di fiori. Un fascio gigantesco, già posizionato dentro un vaso scintillante di vetro di Murano. Ma erano fiori particolari. Da lontano sembravano fiori di legno.
Lilith si mise a osservarli da vicino e, guarda! I petali dei fiori non erano altro che chicchi di caffè.
Centinaia, migliaia di chicchi del suo amato caffè, attaccati con precisione certosina a formare fiori.
Anche gli steli erano rivestiti di chicchi marroni.
Come l’ha scoperto? Chi gli ha svelato il mio segreto così palesemente custodito?
Non c’è paura, preoccupazione sì. Avrebbe voluto mostrarsi, non essere scoperta. Ma il gesto intrigante e galante alimenta la curiosità, assopisce il desiderio razionale di venire a capo del mistero. Irrompe con una forza di attrazione che cancella i limiti rassicuranti di quel che credeva di sé.
E tuttavia non poteva ancora crederci: qualcuno aveva trovato un modo così originale e fantasioso di offrirle il caffè. Non dentro la tazzina, ma addirittura in un vaso da fiori.
Roger meritava davvero quella chance che aveva sempre negato a tutti gli altri.
Ok, non beveva caffè: era completamente fuori scala per il suo sistema di valutazione eppure…
I pianeti cambiano posizione, i soli cambiano posizione, gli stessi sistemi astrali mutano secondo leggi che sono più antiche del tempo. Lilith e il caffè non fanno eccezione."


E per accompagnare questo racconto, ho scelto una ricetta semplice ma capace di donare grande soddisfazione: la piada versione vegan.

Piada

Ingredienti (per 2 piade):
-          200 gr di farina di farro integrale
-          Olio evo, un pizzico di sale
-          ½ cucchiaino di lievito istantaneo bio per pizze e torte salate
-          100 ml circa di acqua tiepida

  
Unite in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete un cucchiaio di olio evo e poco alla volta l’acqua (quanto basta per ottenere un impasto morbido ed elastico).
Formate una palla e lasciate riposare per una mezz’ora.
Stendete poi con il mattarello due piade molto sottili. E bucherellate con una forchetta.
Scaldate una padella antiaderente e capiente.
Quando è caldissima, adagiate la piadina e fatela cuocere da entrambi i lati girandola spesso.
Quella che vedete in foto è farcita con crauti in agrodolce. Ma la piada si presta a qualunque tipo di farcitura.