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lunedì 22 maggio 2017

UN FILM: "ORECCHIE"

Locandina del film 

Il film "Orecchie" di Alessandro Aronadio ha per protagonista un bravo esordiente, Daniele Parisi, vanta incursioni di spicco, come quella di Rocco Papaleo, Milena Vukotic, Massimo Wertmuller, Piera Degli Esposti. È un film semplice ed essenziale quanto al suo "confezionamento" (luoghi, riprese, montaggio, situazioni), ma complesso quanto al suo contenuto e ambizioso nella sua scrittura. Temi di un certo peso gravitano attorno alla narrazione: il germe di follia che alberga in ogni essere umano, i compromessi del vivere sociale, le psicosi dei tempi moderni, il surrealismo di certe situazioni che pur fanno parte del nostro vivere quotidiano e i rischi dello spingersi troppo al di fuori di quello che poi è "il nostro unico mondo". Il regista li affronta in maniera leggera, a volte con pennellate volutamente surreali, ma mai andando a sbandare "sopra le righe" e restando abilmente immune da quel modo un po' intellettualoide di raccontare la realtà, quando si mira ad esasperare i vizi, i limiti del tessuto umano. Aronadio li racconta, invece, con uno sguardo rispettoso e compassionevole. Un film in bianco e nero nel quale il fischio alle orecchie avvertito dal protagonista all'inizio del film e della sua giornata, diventa metafora dello smarrimento di un altro "senso" delle cose, un rumore di sottofondo che rischia di allontanarlo, isolarlo dalla realtà, proprio come il suo rigido pensiero che lo ha sempre portato a giudicare gli altri, a schifare le convenzioni sociali, a rifiutare l'imprevedibile e l'improbabile e con essi, però, anche "la possibilità di una vita migliore".
La ricetta di oggi è una mousse fresca, golosa e vegan. Ottima come dessert a fine pasto o come sfizio della giornata.

mousse cioccoavocadosa


Ingredienti:
1 avocado maturo
100 g di cioccolato fondente
60 ml di latte di riso
5 cucchiai di sciroppo d’agave
1 bacca di vaniglia (o 1 cucchiaino di estratto di vaniglia)
noci di macadamia tritate (per guarnire)

Preparazione:

Sciogliere il cioccolato a bagnomaria e lasciarlo raffreddare. Sbucciare l’avocado e tagliarlo a cubetti. Versare tutti gli ingredienti nel frullatore (se preferite una mousse più dolce aggiungete qualche cucchiaio in più di sciroppo d’agave) e azionare fino ad ottenere un composto liscio e cremoso. Lasciar riposare in frigo; servire in coppette decorando con granella di pistacchi (o nocciole o mandorle). Potete anche usarla come farcitura per una crostata. 

lunedì 3 ottobre 2016

UNA VITA POSSIBILE

Locandina del film

All’interno di un quadro nel quale la mano di un pittore/regista dal respiro poetico sembra aver dipinto una Torino autunnale, piena di foglie, alberi, parchi, murales e rioni popolari, seguiamo un segmento di vita di Anna (Margherita Buy) che, lasciati alle spalle Roma e un marito violento, insieme al figlio adolescente Valerio (Andrea Pittorino), tenta di ricominciare proprio a Torino una nuova vita. Qui vengono accolti da Carla (Valeria Golino), ex coinquilina di Anna, eccentrica, vivace e strampalata attrice teatrale che tenta di superare con una leggerezza sospesa tra speranza e rassegnazione, la solitudine e l’attesa perenne del grande amore.
Proprio Carla sembra dare tocchi di colore ai primi giorni parecchio grigi di Anna e Valerio nella nuova città; loro, avvolti nella nebbia di Torino, si ritrovano ad affrontare quotidianamente anche le fitte nebbie dei loro rimpianti, dei sensi di colpa, dei disagi legati all’adattamento ad un nuovo ambiente e al superamento di traumi che lasciano segni sul corpo e nell’anima.
La forza di una madre nel tentare il meglio possibile per il figlio, la tenerezza di un figlio nell’affrontare la propria rabbia e i suoi primi disincanti, la speranza che a volte può stare tra le mani di un estraneo che le allunga in un atto di generosa empatia. Questi alcuni dei sentimenti universali che ho trovato riversati nella pellicola “La vita possibile” di Ivano De Matteo; il regista/sceneggiatore (che ha scritto il film insieme a Valentina Ferlan) più che raccontare la violenza sulle donne, pone il suo obiettivo sulla storia di una donna che quella violenza l’ha subita e che, ad un certo punto, prova a lasciarsela alle spalle, prendendo un treno che è una nuova direzione, una nuova possibilità, non priva di lacrime, di vuoti, di amarezza, ma anche in grado di far tornare a provare stupore per la vita in sé.
Merita una citazione la canzone finale di Shirley Bassey, inno alla vita e alle sue meraviglie, in grado di elevarci dalla poltroncina del cinema come una mongolfiera che si innalza nell'infinito orizzonte delle nostre esistenze.

Anche in cucina esistono sempre nuove possibilità; per esempio quella di provare accostamenti davvero insoliti.
Oggi, al riguardo, vi propongo queste tartine dolci/salate che potrete servire per un antipasto davvero originale e un pò azzardato. Proponetelo solo ad ospiti dai palati molto aperti e recettivi ;-)

Tartine insolite

Ingredienti:

-       biscotti tipo “digestive”
-       stracchino senza lattosio (o di riso)
-       fico secco
-       lampone
-       capperi

Spalmare il biscotto con lo stracchino. Adagiarvi un fico secco tagliato a metà, un lampone e qualche cappero.

Semplicissimo da assemblare, sfiziosissimo da gustare. 

martedì 5 maggio 2015

AROMA D'AMORE

Aroma di caffè
Oggi al posto del solito post (scusate il gioco di parole...) voglio pubblicare un racconto a tema “caffè”. L’ho scritto un po’ di tempo fa, come puro esercizio di scrittura. Ve lo offro come una tazzina di caffè da sorseggiare dopo pranzo ;-)

"Se ne accorsero tutti, dopo l’incontro con quel tipo che voleva venderle un’autovettura d’epoca, che in lei era improvvisamente scattato qualcosa di diverso. Una luce nuova, un taglio diverso di occhi, un’espressione addolcita, i tratti ammorbiditi.
Quel giorno, quando conobbe Roger, doveva esistere una congiunzione astrale particolarmente rivoluzionaria nel suo cielo.

A Lilith capita di prendere un caffè con uomini fascinosi di ogni rango e grado; tanti suoi sottoposti, con la scusa di offrirle un caffè, cercano di carpirle un appuntamento fuori dalle pareti della sua azienda. Mai nessuno è riuscito a smuoverle dentro qualcosa di più, a seconda dei casi, di un semplice moto di simpatia, di tenerezza, di imbarazzo, di fastidio. Tanti clienti, fornitori, direttori o anche semplici corrieri passano nel suo ufficio e al termine delle pratiche lavorative, quasi fosse una “conditio sine qua non” per congedarsi, le chiedono: “Le posso offrire un caffè?”. Qualcuno, pensando di apparire meno malizioso, si limita a un più tranquillo “Dottoressa, ci prendiamo un caffè?”.
Nella maggior parte dei casi, complice la sua passione per l’aroma della tazzina fumante, non riesce proprio a sottrarsi a nessuna di queste tentazioni caffeinofile, a prescindere da chi se ne fa portatore.
E’ un triangolo di passioni non corrisposte: chi la invita è tentato da lei -mica è una sprovveduta- lo sa benissimo di essere vista come una preda appetitosa. Ma Lilith è tentata soltanto dalla caffeina. 
Riesce a respingere gli attacchi di qualsivoglia genere di tentazione: non è golosa, non è curiosa, non è influenzabile, né condizionabile. Si ritiene impermeabile a qualunque tipo di dipendenza. Lei si basta da sola.
Quindi ha elaborato la teoria per la quale la sua non è dipendenza da caffè. Ma scherziamo? Lei non dipende da niente e da nessuno. La sua è semplice passione. Scelta. Non subìta. C’è chi ce l’ha per un uomo, per gli uomini, per lo shopping, per le scarpe, per gli animali, per un hobby. Lei ha scelto di vivere la passione per il caffè.
Lilith il caffè lo celebra. Lo onora. Gli porta rispetto, considerazione. Quando le capita di sorseggiare un caffè scadente, lo fa subito presente. Non potrebbe non rendere giustizia alla sua idea di perfezione incarnata dal chicco tostato.
E quando, per rafforzare i suoi contatti di lavoro, le capita di doversi recare all’estero, se sa di andare in un paese dove la qualità del caffè espresso non eccelle, non dimentica mai di mettere in valigia, magari arrotolato in una vestaglietta di seta e tra i suoi tanti accessori e le sue creme giorno-notte,  un pacchetto del suo “oro in polvere” di colore marrone.
Perché limitarsi a considerarlo un’appendice della colazione? O una scusa per sedersi al tavolino di un bar? O per fare pausa durante la giornata lavorativa?

Fece in modo di sentire spesso Roger; con la scusa di trattare, di perfezionare la compravendita, lo chiamava o lo faceva chiamare dalla sua segretaria per chiedergli ora un documento, ora una precisazione, ora un dato burocratico.
Di solito era formale, fredda, quasi distaccata, nelle trattative.
Ma con Roger non riusciva proprio a non far emergere, dal fondo del suo carattere, qualche barlume di gentilezza.
Per la verità, era qualcosa di più di un barlume.
Improvvisamente si sentiva “interessata”, presente a qualcuno mentre ci conversava.
Dopo settimane passate ad accordarsi per telefono, era giunto il giorno del ritiro del mezzo. Di solito, per queste cose, c’erano i suoi dipendenti, pronti a sistemare la faccenda e a dare esecuzione al contratto. 
Ma non poté resistere. Comunicò a Roger che sarebbe andata lei stessa a ritirare la Bentley VI.

Anche da come un uomo sorseggia il suo caffè, lei intuisce le sue potenzialità seduttive. Un uomo che sceglie il caffè d’orzo, lo etichetta subito come un debole, un bambinone spaventato dalle emozioni forti. Se qualcuno, a suo parere, versa troppo zucchero nella tazzina, non può essere un tipo schietto, perché se ha bisogno di coprire il sapore del caffè, figuriamoci quanto possa nascondere le sue emozioni.
L’uomo che non beve caffè non lo ha mai preso neppure in considerazione. Per lei il passare dalla scodella di latte e Nesquik alla tazzina del caffè rappresenta una sorta di svezzamento. Un ingresso ufficiale nel mondo del gusto degli adulti.
Un uomo che trovi il caffè amaro troppo forte, non sarebbe in grado, sempre secondo le sue bizzarre teorie, di proteggerla.
Non che ne abbia bisogno, a giudicare dalla fierezza e dalla superba altezzosità con le quali, accresciute dai suoi tacchi vertiginosi, dirige la sua rinomata e fiorente società di noleggio di automobili di lusso. I suoi dipendenti, quasi tutti di sesso maschile, la trovano algida, sicura di sé, sfuggente e allo stesso tempo rassicurante: immaginano, infatti, che con una donna così non occorra portare sulle spalle nessun tipo di fardello costituito da responsabilità, forza e coraggio. Queste qualità le incarna benissimo già da sola.
Gran lavoratrice, senza ombra di dubbio.
La mattina è la prima ad arrivare in ufficio e la sera l’ultima ad andarsene. Vuole tenere sempre tutto sotto controllo.
Ci tiene a incontrare personalmente, uno ad uno, tutti i clienti, personaggi altolocati amanti del lusso sfrenato e del superfluo.
Al di là del campo di lavoro, non le rimane molto altro da coltivare.
Il parrucchiere il martedì e il venerdì mattina. La palestra due volte a settimana. Il massaggio orientale il sabato mattina. Qualche incontro di lavoro. La domenica di riposo. Ogni tanto, qualche uomo che la corteggia la porta al mare o in montagna ma, al di là dell’occasione che sfrutta con finta ingenuità per restare fuori e godersi la natura, capita raramente che sia davvero presente accanto al suo accompagnatore.
In genere, gli incontri di questo tipo, restano casi isolati. Difficilmente concede all’ammiratore di turno una seconda opportunità.
Il fatto è che non crede agli amori provocati, non crede che qualcosa possa nascere dopo. Lei lo capisce subito se un incontro può trasformarsi in qualcosa di più costruttivo. E finora ha solo capito che non esiste l’uomo giusto per lei. Almeno non nella piccola città di provincia, dove è nata e vive.
Si è sempre immaginata al suo fianco un uomo di mondo, un viaggiatore instancabile, qualcuno che sappia essere colto, fine, elegante, emancipato, risoluto, insolente e un poco sfuggente, capace di accettare la sua indipendenza e la sua poca propensione ai sentimentalismi. Lei è una donna concreta, pragmatica, di polso.

Ovviamente Roger era ben lieto di incontrarla. Ma, per la prima volta, Lilith non dava per scontato che, dall’altra parte, ci fosse questa predisposizione.
Senza perdere tempo, aveva fissato l’appuntamento; si era prenotata il viaggio in treno in prima classe e non vedeva l’ora di sperimentare il sapore di un caffè in compagnia di un uomo per il quale covava un certo interesse.
Una giornata autunnale, la nebbia sul lago e lei ad aspettare in quella stazione fantasma. Erano anni che non sentiva i benefici emotivi di un’attesa del genere. Dopo aver allontanato da sé ogni moto di passione, dopo avere respinto uomini e l’idea stessa di un uomo accanto, scopriva l’ebbrezza di una pulsione proveniente dal cuore.
Quel giorno però scoprì che l’unico uomo che senza far nulla aveva stuzzicato la sua fantasia, al punto da spingerla ad andare lei stessa a cercarlo fuori dalla sua azienda e addirittura in un’altra città, non beveva caffè. A ben pensarci avrebbe potuto immaginarlo: non aveva mai fatto riferimento, durante le loro conversazioni telefoniche, a un possibile appuntamento davanti a una tazzina di caffè. Ma magari – aveva voluto credere – semplicemente non sentiva il bisogno di usare la scusa del caffè per palesarle il suo interesse a trascorrere un po’ di tempo insieme. Come poteva prendere in considerazione un uomo come eventuale compagno di vita senza che questi provasse il desiderio di condividere con lei il minimo e massimo piacere del suo quotidiano? Era un segno del destino: non poteva esistere altra passione che non fosse quella profumata di caffè.
O forse quella passione smisurata era un altro dei suoi alibi per tenere chiunque fuori dall’orbita della vera Lilith? Può accettare i caffè che i vari uomini le offrono, ma così come non ha mai accettato di mitigare con lo zucchero l’amara verità del nettare bruno, così non è mai riuscita ad allentare i nodi stretti intorno al suo cuore.  
E così su quel binario fece deragliare una fantasia, un altro brivido custodito nel suo inconscio, un mondo disordinato e confuso di emozioni negate e illusioni respinte.
La sua è stata un’educazione molto rigida: mai una confidenza, un moto di tenerezza tra lei, unica figlia di una famiglia benestante, e i suoi genitori. Non ha mai visto sua madre e suo padre scambiarsi una carezza. Quasi nemmeno incrociavano i loro sguardi. Erano persone evasive, di poche parole, di ancor meno gesti affettuosi; persone che vivevano vite parallele e che si trovavano intorno a un tavolo giusto il tempo di un pasto, quando non erano altrove per motivi di lavoro, o pseudo tali.
Negli anni mai un fidanzamento ufficiale, mai che le fosse venuto il desiderio di condividere i suoi giorni con qualcuno. Con tutti, anche con quelli ai quali apparentemente stava concedendo una possibilità, si limitava al massimo a una gita fuori porta.

Le è sempre piaciuto svegliarsi con l’aroma avvolgente del caffè: le dà la sensazione di un abbraccio confortante, rassicurante. Poiché ha sempre vissuto da sola, non c’è nessuno a mettere la caffettiera sul fuoco per allietarle il risveglio. Allora ha comprato una di quelle macchinette moka intelligenti: si accendono all’ora del mattino pre-impostata e così un cavaliere fantasma, proprio mentre suona la sveglia, le soffia in camera il suo profumo preferito. 
L’altro momento della giornata in cui assapora meglio il rito del caffè è quello del dopo cena, specie se consumato fuori casa.
Al ristorante, che sia sola, accompagnata o in comitiva, soltanto a vedere arrivare quel piattino con la tazzina al centro, dissolve come un miraggio tutte le tensioni della giornata.
Da autentica purista del caffè, lo gradisce tassativamente senza zucchero. Può fare una concessione appena a un cucchiaino di spuma di latte, quando ha voglia di un caffè più morbido. Ma fin dal suo primo incontro con il caffè, non ha avuto tentennamenti nello scostare la bustina di zucchero.
Anche se non vi deve disciogliere nessuna sostanza dolcificante, non si priva del gesto di girare la bevanda con il cucchiaino: le piace giocare a rallentarne l’assunzione. Troverebbe oltraggioso ingurgitare il contenuto della tazzina così, senza soste, senza diluizioni, senza centellinare il piacere.

Alla scoperta che Roger non avrebbe mai sorseggiato insieme a lei un caffè, lo lasciò andar via. Pur provando, per la prima volta, un irresistibile trasporto verso un uomo, non ce la poteva fare.
Chiuse la trattativa e gli disse che non poteva rimanere in città né per un aperitivo, né per un pranzo all’aperto, né per qualunque altra proposta, perché doveva rientrare in azienda per una serie di appuntamenti.
Passò giorni, settimane, a respingere le sue telefonate.
Poi una mattina, entrando nel suo ufficio, trovò sulla sua scrivania un mazzo enorme di fiori. Un fascio gigantesco, già posizionato dentro un vaso scintillante di vetro di Murano. Ma erano fiori particolari. Da lontano sembravano fiori di legno.
Lilith si mise a osservarli da vicino e, guarda! I petali dei fiori non erano altro che chicchi di caffè.
Centinaia, migliaia di chicchi del suo amato caffè, attaccati con precisione certosina a formare fiori.
Anche gli steli erano rivestiti di chicchi marroni.
Come l’ha scoperto? Chi gli ha svelato il mio segreto così palesemente custodito?
Non c’è paura, preoccupazione sì. Avrebbe voluto mostrarsi, non essere scoperta. Ma il gesto intrigante e galante alimenta la curiosità, assopisce il desiderio razionale di venire a capo del mistero. Irrompe con una forza di attrazione che cancella i limiti rassicuranti di quel che credeva di sé.
E tuttavia non poteva ancora crederci: qualcuno aveva trovato un modo così originale e fantasioso di offrirle il caffè. Non dentro la tazzina, ma addirittura in un vaso da fiori.
Roger meritava davvero quella chance che aveva sempre negato a tutti gli altri.
Ok, non beveva caffè: era completamente fuori scala per il suo sistema di valutazione eppure…
I pianeti cambiano posizione, i soli cambiano posizione, gli stessi sistemi astrali mutano secondo leggi che sono più antiche del tempo. Lilith e il caffè non fanno eccezione."


E per accompagnare questo racconto, ho scelto una ricetta semplice ma capace di donare grande soddisfazione: la piada versione vegan.

Piada

Ingredienti (per 2 piade):
-          200 gr di farina di farro integrale
-          Olio evo, un pizzico di sale
-          ½ cucchiaino di lievito istantaneo bio per pizze e torte salate
-          100 ml circa di acqua tiepida

  
Unite in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete un cucchiaio di olio evo e poco alla volta l’acqua (quanto basta per ottenere un impasto morbido ed elastico).
Formate una palla e lasciate riposare per una mezz’ora.
Stendete poi con il mattarello due piade molto sottili. E bucherellate con una forchetta.
Scaldate una padella antiaderente e capiente.
Quando è caldissima, adagiate la piadina e fatela cuocere da entrambi i lati girandola spesso.
Quella che vedete in foto è farcita con crauti in agrodolce. Ma la piada si presta a qualunque tipo di farcitura.




martedì 31 marzo 2015

SI SALVI...CHI PUO'...

Salvarsi dalle proprie prigionie
Per carità…sarà pure accattivante e romantica l’idea della persona che arriva e ti salva...ma, personalmente, non credo molto alla funzione “salvifica” l’uno dell’altro; meglio integrarsi nelle gioie e nei dolori reciproci che compensarsi nei vuoti.
Quando la molla che fa avvicinare due persone è uno stato di bisogno, la storia nasce su un presupposto assai precario e fragile. E’ come iniziare a costruire un palazzo su un terreno argilloso.
Il film “Nessuno si salva da solo” non mi trova d’accordo nell'assunto che il titolo vorrebbe suggerire. Io lo avrei trasformato in “nessuno salva nessuno”. Non si dovrebbe investire chicchessia di questa responsabilità che compete solo a chi vive la sua vita.
Il sentimento Vero può fiorire su terreni sani, in cui sia stato già compiuto un lavoro di bonifica, in cui si siano già estirpati parassiti e radici malate. Un lavoro impegnativo che ogni essere umano dovrebbe affrontare nella piena autonomia e unicità del suo percorso. Solo così ci si avvicina all'altro in virtù di una scelta consapevole e non di uno stato di bisogno che difficilmente può reggere le prove, già di per sé impegnative, di una condivisione quotidiana.  
Quella tra i protagonisti, a me personalmente, non è mai parsa “una Grande storia d’amore”…ok li univa il sesso (fino ad un certo punto, poi manco quello…) e su questa illusione ormonale hanno fondato una pseudo storia.
Nemmeno il fatto di fare figli li ha resi due anime affini. Del resto procreare non è necessariamente sinonimo o garanzia di creazione di Amore.
Delia e Gaetano, quando si sono incontrati, erano due persone bisognose e si sono subito presi (“presi”, non scelti. Lontana da loro, in quel momento, ogni barlume di consapevolezza). Secondo il mio parere, è solo dopo aver fatto a pezzi una storia meramente sessuale che si sarebbe potuto intravedere un possibile germoglio di storia tra due persone che, disinnescati gli artifizi di due corpi piacevoli e di due anime affamate, iniziano a vedersi davvero per come sono.
I temi “crisi di coppia-anoressia-fardelli generazionali”,  si rivelano solo abbozzati, passati in secondo piano rispetto ad una rappresentazione carnale e un po’ troppo superficiale per riuscire a far percepire allo spettatore la profondità e l’oscurità di queste tematiche.
Sul personaggio di Delia si percepisce un simbolo di speranza, di guarigione, di evoluzione soltanto alla fine del film quando in una scena, arrendendosi al fatto di avere fame, riconosce un suo bisogno e si nutre da sola, laddove in una scena iniziale l’avevamo vista passiva, assente, farsi nutrire da lui con un bignè strabordante di crema.
Accorgersi del dolore di una persona ammalata di anoressia non significa semplicemente imboccarle del cibo. Il rifiuto, in quei casi, non è solo un banale capriccio. Ma gli autori preferiscono non addentrarsi in questo tema. Si limitano a rappresentare una reazione scontata. Mettono in scena uno stereotipo. E non discuto l’abilità registica o la bravura nel rappresentare la superficialità. E’ solo che da grandi registi e sceneggiatori mi aspetto sempre quel guizzo di coraggio in più. Ma è un problema mio. Di aspettativa. Un regista, un autore, non sono certo messaggeri inviati direttamente da Psiche e Amore. ;-)
Chiusi e imperterriti nei ruoli interscambiabili di “vittima”/ “carnefice”, “affamata”/“saziante”, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca hanno interpretato, con credibilità e notevole abilità l’apologia di un declino sentimentale, offrendo un esempio, pur banale, di come sia facile lo sgretolamento di mura erette su fondamenta impervie e immature.

Per contrasto, dopo un film così impegnativo, vi propongo una ricetta molto semplice, che racchiude nella sua freschezza, il sapore della primavera ormai alle porte. E’ stata l’estate scorsa, nel meraviglioso Salento, che ho scoperto la soddisfazione che anche un piatto estremamente semplice può dare, soprattutto se gustato sotto le stelle, una notte di luglio, in una veranda in riva al mare, dopo aver digerito la cena inerpicandosi a piedi  fino al faro di Leuca.

Scorcio del faro di Leuca 
Frisellina mediterranea

Ingredienti:
-          Friselline di farro integrale
-          Pomodorini datterini o ciliegino
-          Olio evo, un pizzico di sale
-          Basilico e origano essiccati
-          Ciotola con acqua per l’ammollo delle friselle

  
Spezzettate i pomodorini, riunitili in una ciotola e conditeli con olio extra vergine di oliva, sale, origano e basilico.
Mettete dell’acqua in una ciotola. Ammollate le friselline (non troppo e non troppo poco) e guarnitele con i pomodori conditi.
Data l’essenzialità della ricetta, è d’obbligo in questi casi la qualità delle materie prime che deve essere eccelsa (olio buono, pomodori idem). Risparmiamo caso mai su una borsa o un paio di pantaloni, ma non sul cibo, un dono che ingeriamo ogni giorno, più volte al giorno ;-)


giovedì 12 giugno 2014

....RIMUOVERE LA POLVERE DALLE SUPERFICI...

...leggendo...
John Fante invitava a chiedere alla polvere ciò che non si riesce a ricevere dalla vita, dalle cose, dalle persone che ci circondano; forse essa è in grado di suggerire una risposta razionale e soddisfacente agli interrogativi umani?
Perché c’è ingiustizia nei sentimenti? Perché alcune persone si votano alla sofferenza? Perché esistono gli emarginati, il male, i terremoti, la miseria, la povertà? Perché un sogno non può essere trasferito nella realtà solo per mano dello scrittore che gli dà forma, voce e quindi forza?
Perché Arturo Bandini ama Camilla, che invece ama un altro uomo, tra l’altro immeritevole e che lo respinge?
In uno spazio compreso tra l’albergo sgangherato in cui vive, le strade polverose di Los Angeles e luoghi tanto squallidi quanto pregni di veridicità, e in un tempo che è quello della Grande Depressione, l’aspirante scrittore dà corpo ed anima a personaggi perduti e irrequieti, folli e disperati, e con essi interagisce, ora odiandoli, ora amandoli, ora inseguendoli, ora tentando di salvarli o di cancellarli, proprio come il deserto capace di spazzare via il ricordo col vento, il caldo e il freddo.
In ogni tempo, in qualunque città si trovi a vivere la sua esistenza…l’essere umano è continuamente esposto alla grettezza, sua e di coloro in cui inciampa, lungo il suo cammino.
La passione, l’ispirazione, la creazione letteraria possono supplire alla fame di risposte e al vuoto di fama dell’aspirante scrittore che qui diventa emblema dell’uomo che tenta, con tutte le sue forze e i suoi mezzi, di barcamenarsi nella giungla del vivere, alla disperata ricerca di un riscatto, di una rivendicazione sociale.
E se ciò che si desidera non lo si trova nella realtà…perché non inventarselo? Dentro ad un romanzo tutto può andare esattamente come vorremmo.  Ad una condizione: che a scriverlo siamo noi stessi, con la penna o con l’immaginazione.
E un romanzo può anche diventare un quadro, una musica, una poesia, un ricamo.
Un’esistenza di mera superficie è esposta al logorio del tempo; in più ci sono polveri sottili che ogni giorno si depositano dentro e fuori le pareti del nostro spirito. L’espressione artistica, quando propria ed autentica, è lo strumento in grado di donare colore, vivacità ed entusiasmo.  E’ l’universo parallelo dove coltivare  tutto ciò che ci dona energia per poi impiegarle in quest’altro nostro universo, che sta sopra e sotto i nostri piedi. 
Ora, tra una pagina e l’altra del vostro romanzo o tra un’ispirazione artistica e l’altra, che ne dite di stuzzicare qualcosa?
Anche in cucina può trovare sfogo la propria libera espressione.
Vi propongo delle polpettine di quinoa alle verdure e cupoletta di gelato ai ceci.


...cucinando...
CUPOLETTA DI GELATO AI CECI
Ingredienti:
-          1 confezione di ceci lessati
-          1 yogurt di soia al naturale
-          2 cucchiai di olio evo, un pizzico di sale
-          Limone
-          Origano

Basta frullare gli ingredienti e versare il composto nei pirottini di carta. Lasciate in freezer un quarto d’ora/venti minuti e poi servite, decorando con scorzette di limone e semini di lino e/o girasole.

POLPETTINE DI QUINOA
Ingredienti:
-          quinoa lessata
-          carote, zucchine, patate
-          pangrattato
-          lievito alimentare in fiocchi
-          erbe aromatiche
-          olio, un pizzico di sale
-          salsa tamari

Lessate la quinoa (per un tocco esotico, come liquido potete usare metà dose di acqua e metà dose di latte di cocco).  Vi consiglio di prepararla in anticipo (la mattina o anche la sera prima) così si amalgamerà meglio.
Lessate le patate. Quando cotte, sbucciate, schiacciatele e fate raffreddare.
Grattuggiate le carote e le zucchine. Fatele appassire in un tegame con un filo d’olio ed erbe aromatiche a scelta.  Insaporite con la salsa tamari.
Riunite poi la quinoa, le verdure e le patate in un ampio recipiente. Aggiungete il lievito alimentare in fiocchi. Formate delle polpettine, passatele nel pangrattato, ponetele in una teglia con la carta da forno e passatele in forno caldo per 10/15 minuti.  


giovedì 9 gennaio 2014

....IL NUOVO NON BUSSA SEMPRE ALLE PORTE... MA ENTRA

Mare e scogli di Santa Marinella
A parte i tipi estremamente temerari che non si lasciano intimorire/scalfire da niente e da nessuno e ai quali il NUOVO non scompiglia nè capelli né pensieri, il NUOVO mette sempre un po’ d’ansia.
Che sia un’ansia manifesta, tenuta sepolta, nascosta, negata, ignorata…comunque sia, essa diffonde i suoi germogli dentro e/o fuori di noi.
Ci vuole tanto coraggio per affrontare le novità. E fiducia. Occorre lasciarsi andare. Cavalcare l’onda invece di lasciarsi sopraffare da essa.
Mettersi fuori dall’onda è pericoloso. Tentare di respingerla vano. Tanto vale posizionarvisi sopra e seguire il flusso.
Ci sono persone per i quali il NUOVO può essere semplicemente un piatto diverso dal solito, un modello di scarpe mai indossato o una pettinatura mai osata.
Poi c’è il NUOVO che investe i rapporti di lavoro: un nuovo collega, un nuovo incarico, un nuovo capo. Il NUOVO che si annida nella crescita dei figli, nella maturazione dei propri genitori, quello che avanza dinanzi allo specchio lasciando i suoi segni sulla pelle. E c’è soprattutto il NUOVO che plasma i nostri atteggiamenti.
E’ innegabile: ogni giorno c’è qualcosa di NUOVO che si affranca alla nostra vita. Non fosse altro che la data sul calendario o un qualcosa di cui ci accorgiamo, il nostro quotidiano è pieno, se li sappiamo cogliere, di piccoli germogli di novità.
Per coglierli dobbiamo superare gli schemi mentali, i modelli preconfezionati di realtà, accettare di penetrarla, non solo nella sua fecondità, ma anche nella sua mutevolezza. Non possiamo adagiarci su quella rappresentazione delle cose che le vorrebbe per sempre immutabili e ferme, perché significherebbe barricarsi dietro una visione distorta della realtà: questa muta inevitabilmente, anche senza aspettare che si sia pronti al suo moto.   
Impratichirsi con tutto ciò che per noi rappresenta qualcosa di NUOVO significa allora fare esperienza e imparare man mano a gestire quell’ansia naturale che si attiva non appena un qualunque ordine precostituito viene minacciato da qualcosa.
Quando nulla cambia significa che anche noi non stiamo cambiando.
L'inatteso (in quel di Viterbo...)
Il nuovo è nella natura stessa della vita, inattesa e palestra “del saper vivere il cambiamento”.
Viviamo per cambiare ogni giorno, per assemblare dentro di noi ogni nuova cosa, aspetto, esperienza e così arricchirci, non di denaro, ma di “essere” e di “saper essere”.
Spesso può costare anche dolore, disagio, inquietudine. E dove non c’è cambiamento non c’è evoluzione, ma stasi.
Anche a tavola possiamo allenare la nostra capacità di accogliere i cambiamenti aprendoci a sapori e piatti nuovi. Tra l’altro,  spesso, dietro pietanze inusuali, si nascondono ottime proprietà nutritive.
L’amaranto, per esempio, oltre ad essere buono ed altamente digeribile, è anche ricco di proteine e contiene elevate quantità di lisina, calcio, fosforo, magnesio e ferro. Non contiene glutine e abbonda di fibre.

Tortino di amaranto con trittico vegetale
Ingredienti:
-       amaranto
-       zucchine
-       cipolla
-       erbe aromatiche (origano, basilico, rosmarino)
-       crema di riso
-       olio evo, un pizzico di sale
-       salsa di soia shoyu biologica
-       fagioli azuki


Versate l’amaranto in una pentola, aggiungete acqua (nella dose indicate nella confezione. Io ho cotto 250 gr di amaranto in 625 ml di acqua), erbe aromatiche a scelta, un pizzico di sale e portate a bollore. Ci vorranno circa 30 minuti per la cottura.
Poi versate nelle formine e lasciate freddare così che l’amaranto si compatti.
Potete servire l’amaranto con zucchine stufate in padella, patè di zucchine e nocciole e fagioli azuki.
Per le zucchine: versate in un tegame un filo d’olio e un po’ di cipolla; aggiungete la zucchina a dadini, basilico, origano, un po’ d’acqua e rosolate. A fine cottura versate un filo di salsa di soia shoyu.
Per il patè: frullate parte delle zucchine di cui sopra con qualche nocciola e due cucchiai di crema di riso.
Per gli azuki: una volta cotti, saltateli in padella con un po’ di cipolla, rosmarino e un pizzico di sale.





lunedì 8 luglio 2013

L'ISOLA CHE MI E' RIMASTA NEL CUORE....

Lo sguardo alla Natura
Sono tornata da qualche giorno da una mini vacanza all’Isola d’Elba e ho gli occhi ancora pieni di immagini degne delle cartoline più suggestive: mare, spiagge, tramonti, scogli, vicoletti, localini. Le orecchie sono sintonizzate sul suono armonioso delle onde che si infrangono a riva; posso ancora sentire la brezza dell’Isola sulla mia pelle e il cuore è colmo di quell’amore e di quella libertà che ho ben riposto nella valigia del rientro.
Panorama di Marciana Marina
5 giorni costeggiando l’Isola d’Elba in lungo e in largo. Scenari diversi che mantengono lo stupore sempre attivo: spiagge di sabbia, di ghiaia, di scogli, distese azzurre e vallate verdeggianti. Il mare e la montagna, i borghi e i porti, la confusione vacanziera di alcune spiagge più turistiche, ma anche le calette riservate, il canto dei gabbiani e il fischio delle navi.
Spiaggetta di Magazzini
Scogli di Magazzini
Dato che il buongiorno si vede dal mattino…ci siamo scelti una camera vista mare così da poter iniziare ogni giorno con il panorama più bello davanti agli occhi.
Vista dal balcone della camera n. 36
Le colazioni sane e abbondanti ci davano una sferzata di energia dopo il risveglio...dopodiché c’era solo l’imbarazzo della scelta sul da farsi: la spiaggetta riservata dove lasciarsi cullare dal mare e accarezzare dal sole, la piscina dove fare qualche nuotata o tonificarsi con l’idromassaggio, la visita a qualche borgo, la passeggiata in qualche mercato rionale. La mancanza di un programma ci ha permesso di seguire le nostre voglie del momento. La vacanza è anche questo: fare ciò che più si desidera, senza schemi, senza obiettivi, solo con la voglia di vivere un'oasi di pace, istante per istante.
Non preoccuparsi del vestito, girare con l’infradito (…anche se personalmente trovo particolarmente scomoda questa calzatura…ma è per dare l’idea del senso di emancipazione dalle “etichette” che in vacanza ci rende tutti più liberi e meno impettiti), godere di tempi lenti e osservare ogni variazione del cielo, della luce, di noi stessi.
Sempre distratti e presi d’altro in città, in vacanza ci si può riappropriare del proprio tempo, del proprio essere, accorgersi dell’essere della natura intorno a noi.
Tramonto su Portoferraio
E poi… le cene in riva al mare con tramonti spettacolari, la gita in barca da Porto Azzurro fino alla spiaggia dell’Innamorata, passando per le Isole Gemini e per la Costa dei Gabbiani. Come scordare la sensazione inebriante del vento in faccia, gli spruzzi di acqua salina, quel tuffo in alto mare e l’approdo a una spiaggetta tutta per noi?
Costa dei Gabbiani

A nuoto nelle Isole Gemini
E poi… il borgo suggestivo di Capoliveri, dove abbiamo gustato il gelato più buono della vacanza, Porto Azzurro con i vicoletti pieni di luci e di botteghe artigianali, Procchio con il suo corso a misura di bomboniera e la sua spiaggia dalla consistenza del pangrattato, Portoferraio con il lungomare costeggiato da barche, alcune delle quali, a dire il vero, non proprio in linea con l’aspetto selvaggio e naturalistico della vita in alto mare dato che sembrano appendici di hotel di lusso dotate di ogni comfort e di vezzi più cittadini che marinari (…ma questa è una mia opinione…;-))
Porto Azzurro
E ancora… la passeggiata dentro la notte bianca di Marina di Campo, la serata al pub “Tinello” a Campo dell’Elba, dove ho respirato quell’aria fresca che solo la musica, l’amicizia e l’amore sanno agitare intorno al cuore, la gita in pedalò grazie al quale abbiamo potuto scoprire altri scorci inaccessibili via terra, i rientri in serata con i nasi all’insù per godere dello spettacolo del cielo stellato (e chi lo ammira mai in città?).
In un’isola l’elemento naturale in assoluto è il mare ed esso ti penetra ovunque. Il mare ti possiede, ti inebria, permette di liberare il nostro sguardo verso l’infinito, donando quella sensazione del “lasciar naufragar le ansie del quotidiano nelle onde”. Speriamo di averle spinte al largo il più possibile, perché la vacanza deve servire anche a questo: farci tornare più carichi, più leggeri, più entusiasti, forti della consapevolezza che c’è sempre un mare che ci attende dietro l’angolo. Ci sono sempre oasi dove ricaricarsi, ma soprattutto c’è la nostra memoria, dalla quale prelevare ciò che serve per riempire di istanti di bellezza i nostri occhi quando per troppo tempo sono costretti, durante il giorno, a osservare solo grigi monitor, numeri, tabelle.
Verso l'infinito
Far aleggiare un po’ di spirito vacanziero nelle nostre giornate può essere una terapia naturale per alleggerire il tempo del lavoro, il tempo in città, ogni nostro tempo.
Volo di gabbiano  
E oggi una ricetta fresca e leggera, ideale, perché no, anche come spuntino dopo una mattinata trascorsa al mare…
Insalata croccante al sedano
 Ingredienti:
-       una costa di sedano da tagliare a pezzetti
-       una patata lessa
-       noci sbriciolate
-  alghe di Bretagna essiccate (o a scelta un trito di erbe aromatiche)
-       un filo d’olio evo

Basta riunire i vari ingredienti in un piatto, condire e gustare! Un trionfo di croccante freschezza.