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lunedì 30 maggio 2016

..LA PAZZA GIOIA

Locandina del film
Non è per niente facile scrivere e dirigere un film sulla pazzia.
C’è il rischio che la trama resti in superficie, perché il regista magari preferisce strizzare l’occhio a soluzioni fin troppo politically correct o viceversa che la tentazione di addentrarsi nei territori oscuri di certe realtà scomode possa sconfinare in affreschi al limite del grottesco e dello spietato pietismo.
Paolo Virzì, a mio modesto parere, è invece riuscito a imbastire una trama delicata, rispettosa, folle il giusto e credibile quanto basta che parte da lì, dalla pazzia per arrivare alla gioia, pazza non perché forte, ma perché esiste, nonostante tutto anche nelle trame di tessuti umani sgualciti e annichiliti.
E’ un film dai toni composti, dagli zoom (fisici ed emotivi) non estremizzati nonostante la durezza del tema trattato e la pesantezza che grava sulle spalle di ciascuna delle figure presenti sulla scena.
Gli sguardi, le lacrime, l’essere arruffate, scomposte e scompigliate delle due protagoniste, affette da disturbi mentali (una, ex benestante bipolare finita in declino per guai giudiziari e finanziari, l’altra depressa e disgraziata dalla nascita e più volte schiaffeggiata dalla vita) raccontano l’oscurità della malattia mentale più di quanto lo possano fare le parole della sceneggiatura stessa.
E l’una porta luce all’altra.
Le due donne si conoscono all’interno di una comunità terapeutica situata nella campagna toscana dove entrambe sono ricoverate. Sono portatrici malate di fragilità estreme e ossessive. 
Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) frivola, egocentrica, egoista, tagliente, tragicomica nelle sue ossessioni e ancorata all’ideale di una bella vita di agi e di lussi che lei ha pure incarnato, grazie prima alle sue nobili origini e poi a frequentazioni discutibili nell’ambito del jet set politico e Donatella (Micaela Ramazzotti), schiva, riservata, solitaria, taciturna, consumata nel fisico e nella mente, con un numero di cicatrici almeno pari a quello dei suoi tatuaggi che più che vivere si lascia sopravvivere al tempo, logorandosi nel tormento di un figlio dato in adozione, con alle spalle un padre, ex musicista di successo che lei ha mitizzato in gioventù nonostante la sua assenza fisica e morale, una madre pure incapace di dare affettività e un uomo vigliacco che ha spezzato il suo cuore, già debole e provato. Il film è il racconto del tentativo di fuga di due donne così maledettamente sole e disperate verso qualcosa che le possa far provare brevi istantanee di felicità, il folle tentativo, architettato soprattutto da Beatrice che si trascina con sé Donatella, di ritagliarsi una parentesi di libertà e spensieratezza: una cena raffinata, due braccia alzate al vento a bordo di un’auto sportiva, un tuffo in mare, un’immersione nel passato per tentarne di ricucirne la trama sfilacciata.
Significativo lo scambio di battute tra le due donne:
“Ma dove si trova la felicità? chiede a un certo punto disperata Donatella; "Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili", risponde, alla faccia della sua pazzia, Beatrice, tenace e disperatamente convinta delle sue affermazioni.
Una fuga alla “Thelma e Louise” per due anime fragili che trovano proprio nella loro tenera e bizzarra amicizia l’unica possibilità di riscatto da un passato violato e ruvido e nella solidarietà reciproca la forza e il coraggio di ripercorrerlo, quel passato, per tentare, come un ultimo atto disperato prima dell’oblio, di ricomporre i pezzi della propria identità.
Non a caso la colonna sonora del film è “Senza fine” (di Gino Paoli), quasi a sottolineare il rifiuto di una pazzia senza via di uscita, perché può non importare nulla della luna e delle stelle del sole e del cielo, ma può esserci sempre qualcosa, qualcuno, un sorriso, un incoraggiamento, due mani, uno sguardo, un perdono, una condivisione, una compassione, in grado di regalare una salvifica “pazza gioia”.
Un film che consiglio vivamente. Uniche avvertenze: lasciare a casa il pregiudizio e portare in tasca un pacchetto di fazzoletti.
Non che il film provochi il pianto in maniera maliziosa; commuove sì, ma lo fa sempre con sguardo rispettoso e compassionevole, alternando i sorrisi e i toni della commedia (soprattutto nella prima parte del film) a quelli della commozione insita nei drammi e nelle fragilità umane.
E lo fa senza giudizio, senza una prospettiva ideologica, senza filtrare con la lente di un ipocrita perbenismo o di un consolante e sterile pietismo, ma solidarizzando con le protagoniste, regalandoci i loro stupori, le loro ingenuità, la loro follia che non stride poi molto con quella dei cosiddetti “sani”. Perché, al di là delle patologie psichiche più gravi e che non rappresentano il focus del film, labile è il confine che ci separa da quelle fragilità ancestrali in grado di sconvolgere e buttare all’aria, se non si è più che radicati a terra e nutriti di amore, piani, progetti, sogni, vestiti e i lumi della ragione.
E’ tutto magistralmente dosato: dalle luci alle musiche, dalla rappresentazione del quotidiano all’interno di una comunità psichiatrica a quella dell’immaginario collettivo di ciò che può esserci dentro l’esplosione o la tenace ricerca di una “pazza gioia”.

Dopo la botta emotiva di un film del genere urgono senz’altro colori, suoni, sapori estremamente delicati e carezzevoli.
E allora, associo a questo film una semplice crema di zucca e patate con verdurine croccanti.
Mentre gli occhi e la mente smaltiranno la commozione, la pancia ringrazierà del trattamento delicato che gli andiamo a riservare.

Cremosa di verdure


Ingredienti:
-       patate e zucca lessa
-       semi di sesamo
-       glassa di aceto balsamico
-       verdure miste (carote, cavolfiore e broccolo)
-       olio, sale

Basta frullare le patate e la zucca già lessata nella stessa acqua di cottura di quest’ultima (usatene poca).
Salate (eventualmente sostituendo il sale con un pò di salsa di soia) e decorate con glassa di aceto balsamico e semi di sesamo.
Potete adagiare sulla crema di zucca e patate delle verdure miste che avrete precedentemente cotto al vapore e fatto velocemente saltare nel wok con un filo d’olio e sale.



martedì 9 febbraio 2016

IL TEMPO FRAGILE

la foglia che giace

“Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (Ungaretti)

…Può sembrare un pensiero pessimistico, negativo, avvilente…
In verità…letto in chiave zen assume tutto un altro significato.
Prendere atto della realtà (almeno di quella che conosciamo nella dimensione del “presente”) non significa che essa, pur labile, non possa assumere nel contempo, contorni di gioia, di profondità, di straordinaria esperienza umana.
L’immortalità risiede nel continuo mutamento…
Delle cose…
Della vita…
Dei rapporti…
Delle dimensioni…
Delle forme…
Delle visioni e dei colori…
“Rassegnarsi” alla fragilità insita della vita non deve rivelarsi un processo mentale deprimente.
Anzi, forse proprio la mancanza di garanzie rispetto “ad un domani che verrà” può costituire uno stimolo per vivere al meglio, in modo pieno, il proprio tempo, sempre.
Non aspettare…
Rendersi presenti al proprio ATTUALE.
Riempire o svuotare a piacimento il PRESENTE, senza rimandare sempre tutto ad un ipotetico FUTURO…
La vita è quella che scorre…non quella che prevedi possa scorrere un dì…

Istantanee di eternità
La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a realizzare altri progetti” cantava John Lennon….
In realtà, spesso, non siamo ‘presenti’ nel qui ed ora e, dando per scontato che ci sarà un tempo per sistemare, per decidere, per fare, diventiamo poco consapevoli di ciò che ci sta succedendo nel frattempo. Rimanere connessi con le sensazioni del nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri è un modo per affrontare il quotidiano in modo costruttivo. Assecondare il qui ed ora è un modo per prendersi beffa delle folate di vento sempre pronte a soffiare sull’albero della nostra vita…

Tentativi 
Oggi vi propongo una ricetta in grado di rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata in cui la freddezza, magari, non è stato solo uno stato dell’aria atmosferica.

Minestra cavolo nero e cannellini

Ingredienti:
-       cavolo nero
-       fagioli cannellini già lessati
- brodo vegetale (o anche acqua)
-       olio, sale

Preparazione:
Versate in un tegame (basso e capiente) dell’olio extra vergine di oliva; adagiatevi il cavolo nero lavato, strizzato e tagliato a pezzetti. Aggiungete mezzo bicchiere di acqua (o di brodo vegetale) e fate stufare con il coperchio.
Quasi a fine cottura del cavolo, aggiungete i fagioli cannellini, una spolverata di sale e, a piacere, di pepe. Se occorre aggiungete altro liquido (brodo o acqua calda)
Servite con fette di pane tostato.




mercoledì 25 novembre 2015

IL MALE...SUL CAMMINO DELL'UOMO...

Il fuoco deve scaldare non spegnere speranze
L’eco delle bombe e degli spari risuona in vallate rese aride dall’odio; nuvole di fumo si alzano dalla terra arsa; carcasse di ferro, palazzi distrutti, sirene lancinanti, lacrime, il dolore che deforma i volti di chi urla e che fa voltare per lo sdegno noi, spettatori inermi di tale scempio, che non abbiamo quasi il coraggio di capire, e cambiamo canale…
Questo è il male che veste di morte ogni cosa che incontra.
Questo è il quadro dipinto col sangue di uomini da altri uomini che hanno perso la loro umanità lungo quel cammino lastricato da prevaricazione e violenza.
E mentre politici di ogni schieramento e personaggi illustri di ogni orientamento si interrogano, incravattati attorno a tavoli di cristallo, davanti a microfoni aperti sul mondo e confortati da bottiglie di acqua minerale, sulle strategie da adottare per trovare una qualche ragionevole soluzione a questa apocalisse, altri uomini, armati di kalashnikov o muniti di qualche telecomando diabolico, mandano all’aria quotidianamente, in angoli spesso ignorati anche dalle cartine geografiche (o geopolitiche), propositi, buon senso e quelle briciole di umanità rimaste sul fondo delle tasche del mondo.
Ma quale rispetto della vita altrui ci si può aspettare da chi non ha rispetto nemmeno della propria vita?
Ovunque ci sono focolai di questa cattiveria: Paesi coinvolti in guerre, regioni e province autonome che lottano per l’indipendenza, gruppi ribelli che alterano equilibri o disequilibri che alimentano gruppi ribelli.
E’ il trapasso verso l’inferno? E’ il prezzo dell’impotenza davanti alla cattiveria umana che spesso può addirittura contare su mezzi, armi e lasciapassare, concessi e talvolta forniti sotto banchi sporchi e di ipocrita ignoranza?
La tentazione di cedere allo sconforto, alla rassegnazione passiva, alla disperazione, alla paura e all’angoscia è umana.
Ma a contrasto netto e dissonante con le barbarie di ogni tempo e di ogni luogo, mi metto davanti agli occhi il precetto della strofa didattica di Gajarati che fu il principio guida di Gandhi con l’aspirazione che dagli occhi possa penetrare nel mio spirito ancora così poco evoluto per non cedere a pensieri che mi trascinerebbero verso territori inquinati da quella stessa violenza e vendetta che mi ripugna:

“Per una scodella d’acqua,
rendi un pasto abbondante;
per un saluto gentile,
prostrati a terra con zelo;
per un semplice soldo,
ripaga con oro;
se ti salvano la vita,
non risparmiare la tua.

Così parole e azione del saggio riverisci;
per ogni piccolo servizio,
dà un compenso dieci volte maggiore.

Chi è davvero nobile,
conosce tutti come uno solo
e rende con gioia bene per male”.
(M.K.Gandhi, L’Arte di Vivere).

I panorami che vorremmo sempre vedere

Davanti a discorsi del genere, la fame passa. Ma questo è pur sempre un blog di cucina e allora lascio la penna e i pensieri pesanti sul tavolo e inforco posate e padelle per presentarvi la ricetta leggera di oggi.

Crema di zucca e patate con nocciole e aceto balsamico


Ingredienti:
-       zucca
-       patate
-       olio, sale, rosmarino
-       qualche nocciola
-       aceto balsamico

Preparazione:
Lessate le patate. Tagliate a pezzi la zucca e fatela cuocere in un tegame (col coperchio) con olio, sale, rosmarino e poca acqua.
Quando le patate e la zucca saranno cotte, frullatele insieme e amalgamate per bene e a fuoco basso eventualmente aggiungendo: a) un filo di latte di riso (o di acqua) se è troppo densa; b) un cucchiaio di fecola di patate se è troppo liquida.
Servite la crema di zucca e patate decorando con qualche nocciola spezzettata e un filo di aceto balsamico.




mercoledì 4 febbraio 2015

...LA PAURA...NON FA 90

Sentirsi radicati come un albero
La paura è il veicolo più efficace per condurci dritti dritti verso il temuto.
Tuttavia, è un’emozione che, specie oggigiorno, viene quasi incoraggiata. Basta guardare un Tg, un talk show o leggere una pagina di cronaca di un qualsiasi giornale per rendersi conto che la paura non viene osteggiata, allontanata, educata ma, a volte, addirittura estorta. Come se avere paura possa in qualche modo aiutare. Non è così. Il coraggio, l’attenzione, l’appropriatezza possono essere strumenti per fronteggiare il pericolo. Ma non la paura.
La paura paralizza. Fa leva sui tasti della nostra vulnerabilità, fragilità, debolezza umana. E ci rende incapaci di affrontare. Di progredire. Di credere. Di andare avanti.
Le emozioni forti, come la paura, ci rendono come i rami di un albero durante la tempesta.
In quei casi in cui ci sentiamo travolti dovremmo cercare di riportare la nostra attenzione sul nostro tronco. Dentro ognuno di noi c’è una parte solida e resistente proprio come il tronco di quello stesso albero i cui rami sono messi, quotidianamente, a dura prova.

"Camminare sul filo d'una lama, correre sulla cresta del ghiaccio, non preoccuparsi della scala, lasciare il sostegno sul precipizio." (cit. Wu-men)

“Il coraggio non è l’assenza di paura, ma la consapevolezza che nella tua vita c’è qualcosa di più importante della paura” (Ambrose Redmoon)

E in tema con queste citazioni zen, vi propongo un piatto molto orientale, e molto veloce da preparare. Da gustare nelle fredde serate invernali, come una carezza calda e vellutata che dalla gola scende fino alla sede delle nostre emozioni: la pancia.   



Ingredienti:
-   miso (ne ho trovato una varietà solubile in un negozio bio che contiene già pezzetti di alghe essiccate)
-       spaghettini di riso      

Preparazione:

Preparare il miso secondo le istruzioni generalmente riportate nella confezione. In genere bisogna versare la bustina di miso in una ciotola, aggiungere acqua calda e lasciare riposare qualche minuto. A parte lessate i spaghettini di riso e poi aggiungerli nel brodo. Gustare. 

giovedì 2 ottobre 2014

RESPIRANDO

Tramonto presso i Templi di Paestum
...quando vorresti dire troppe cose, forse è il momento di dare voce al silenzio...quando vorresti fare troppe cose, forse è il momento di fermare l'azione...
Il nocciolo dello stress è quello: non sapersi fermare. E allora partono le corse, i tanti, troppi input che si vogliono inseguire, le mille aspettative da non deludere...che poi, spesso, le aspettative sono solo fantasmi creati dalla nostra mente “(iper)perfezionista”. Quando si riesce a mollare la presa, ci si imbatte in una scoperta sorprendentemente rassicurante: il mondo, la nostra vita, va avanti lo stesso, anche se ci togliamo quelle scarpe-da-corsa-tuttofare, se decidiamo di dimezzare gli appuntamenti, se rimandiamo quell’impegno pseudo urgente a domani, se anziché entrare nel turbinio isterico delle faccende scegliamo di adempiere ad un solo, essenziale, imprescindibile, compito: respirare.
Nei momenti in cui il corpo, la mente, tutto il nostro essere, sta rischiando il tilt, l’unica cosa di cui dovremmo occuparci è il nostro respiro. Accorgersi di esistere. In quei momenti, occorre solo riprendere contatto con la terra, sentire che i piedi sono ben piantati a terra, che abbiamo delle mani con cui sentire la nostra pancia, un naso con cui inspirare e una bocca dalla quale far uscire l’aria, oltre a tutta quella polvere che lungo le corse del quotidiano attiriamo sulle pareti del nostro corpo.
Lo so, lo so: facile a leggersi nei manuali di yoga o a dirsi, ma nella pratica è così difficile! E’ difficile eppure tanto banale interessarsi al proprio respiro. Lo abbandoniamo lì, come un qualcosa che è inserito con il pilota automatico e del quale non occorre preoccuparsi.
Solo quando si cominciano ad avvertire i disagi legati ad una cattiva respirazione (tensione all’addome, ansia, senso di confusione mentale, ecc.) ci si rende conto che quel pilota automatico, in realtà, ha bisogno del nostro intervento.
E non serve nemmeno chiudere il mondo fuori e stendersi su un tappetino (…anche se a volte è una bella cosa anche questo…) per imparare, man mano, a respirare bene; basta portare l’attenzione dentro questa semplice azione. Qualunque cosa si stia facendo, proviamo a non perdere il contatto con il nostro respiro, accompagniamolo affinchè esso, a sua volta, ci conduca verso un auspicabile stato di calma consapevole.

Attimi che tolgono il respiro (anzi che lo valorizzano ;-))
E a proposito di calma…vi propongo una ricetta che ha davvero bisogno di calma e di attenzione per la sua preparazione.
Pulire accuratamente le foglie della cicoria, lavarle una ad una, lessare e ripassare la verdura…non mi si venga a dire che non si può praticare meditazione anche cucinando...(purchè lo si faccia “essendoci”, respirandovi dentro)!! ;-)

Vellutata di lenticchie rosse decorticate con cicorietta saltata

Ingredienti:

-       lenticchie rosse decorticate biologiche
-       1 patata lessa
-       aromi
-       succo di limone
-       lievito alimentare secco
-       cicoria
-       olio, sale, peperoncino e semi di sesamo
-       salsa tamari o di soia

Preparazione:
Per la cicoria: dopo averla lessata, ripassatela in padella con olio, un pizzico di sale, peperoncino e semi di sesamo (io li aggiungo sempre verso la fine). Tenetela da parte e poi la adagerete sopra la vellutata.
Per la vellutata: dopo aver cotto le lenticchie rosse (in una pentola con acqua leggermente salata, cipolla e sedano. 2 volumi di acqua per ogni volume di lenticchie) e lessato la patata, frullate con il minipimer lenticchie e patata, aggiungendo aromi a piacere (io ho usato origano e mentuccia), succo di ½ limone, un cucchiaio di lievito alimentare secco e un filo di salsa tamari o di soia. Se occorre aggiungete un filo di latte di riso (se invece è troppo liquida stemperate con un cucchiaio di farina di riso o amido di mais) e impiattate con un filo d’olio extravergine di oliva.
Servite la vellutata con la cicoria ripassata e crostini di pane.



venerdì 30 novembre 2012

FLUIDITA' NEL CUORE ...E NEL CUCCHIAIO


Non sempre le cose scorrono fluide come le acque delle sorgenti di montagna. Ci sono grumi che non superano nemmeno le maglie più lasche dei colini più scadenti, iter che restano bloccati nella parte stretta di un qualche imbuto burocratico ed emozioni che restano imprigionate dietro sbarre di paura e diffidenza.
Ma quando capita di vivere un’esperienza di fluidità, uno di quei momenti della giornata in cui senti di trovarti al posto giusto nel momento giusto con la/le persona/e giusta/e...ecco che tutte le cose sembrano tornare nella giusta prospettiva.
In verità non sono loro ad essere tornate da qualche parte; siamo noi ad essere tornati a noi stessi.
Quando ci si riappropria del proprio sè più autentico, i fatti della vita sembrano “magicamente” acquistare fluidità. Non significa che da quel momento in poi le cose, i rapporti, le prove, le esperienze, diventano di colpo facili. Non ci sono vie facili. Non ci sono scappatoie.
Non vuol dire nemmeno diventare indifferenti o impermeabili rispetto a ciò che ci accade.
Anzi, entrare nel flusso della propria vita, piuttosto che interpretarla come spettatori passivi, comporta un totale abbandono che ci fa sentire le cose con tutto il nostro essere, non soltanto con i canoni della mente.
Il continuo controllo che cerchiamo di esercitare su tutto, anche sulle cose e sugli eventi più banali, non fa altro che alimentare la dose di stress e di ansia di cui il nostro quotidiano è già intriso, facendoci allontanare sempre più dal fluire naturale del nostro tempo.
Possiamo allora cominciare dalle piccole cose: lasciar andare i giudizi, lasciar scorrere ciò che non ci è utile, lasciare libera una parte del nostro tempo, per poter semplicemente osservare, senza dover per forza riempire, organizzare, e di conseguenza ostruire una volta di più quell’oasi di consapevolezza che ha bisogno di silenzio e di non-attività per essere coltivata.  

"Come l'acqua che cede dolcemente spacca la pietra ostinata, così il cedere alla vita risolve l'insolubile” (Tao Tè King)

E a proposito di fluidità e ingaggiando ancora una volta come attrice protagonista la “patata biologica” di cui al precedente post, vi propongo questa semplice vellutata di patate.
Per la serie: anche in cucina possiamo provare a prepararci qualcosa di fluido e morbido, in grado di scaldarci soprattutto in quelle sere che fanno seguito a giornate in cui tutto è stato vischioso, difficoltoso e stagnante.



VELLUTATA DI PATATE  
Ingredienti

-       3 patate di media grandezza
-       ½ scalogno
-       Brodo vegetale q.b.
-       2 cucchiai di farina di kamutt (o quella che avete)
-       Noce moscata, sale, parmigiano


Sbucciate le patate e tagliatele a pezzetti. Affettate lo scalogno e rosolatelo in una casseruola con un po' d'olio. Aggiungete le patate e fatele cuocere per un minuto a fuoco vivo, quindi unite la farina e mescolate. Aggiungete il brodo caldo in modo da coprire le patate e fate cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. Quando le patate saranno cotte passatele con il frullatore ad immersione fino ad ottenere una crema vellutata. Rimettete sul fuoco per altri 5 minuti ed aggiustate di sale, noce moscata e a piacere con del parmigiano.
Decorate come meglio gradite (io ho usato un filo di glassa di aceto balsamico, un tarallino di pasta sfoglia al sesamo e una fettina di speck croccante).