venerdì 30 novembre 2012

FLUIDITA' NEL CUORE ...E NEL CUCCHIAIO


Non sempre le cose scorrono fluide come le acque delle sorgenti di montagna. Ci sono grumi che non superano nemmeno le maglie più lasche dei colini più scadenti, iter che restano bloccati nella parte stretta di un qualche imbuto burocratico ed emozioni che restano imprigionate dietro sbarre di paura e diffidenza.
Ma quando capita di vivere un’esperienza di fluidità, uno di quei momenti della giornata in cui senti di trovarti al posto giusto nel momento giusto con la/le persona/e giusta/e...ecco che tutte le cose sembrano tornare nella giusta prospettiva.
In verità non sono loro ad essere tornate da qualche parte; siamo noi ad essere tornati a noi stessi.
Quando ci si riappropria del proprio sè più autentico, i fatti della vita sembrano “magicamente” acquistare fluidità. Non significa che da quel momento in poi le cose, i rapporti, le prove, le esperienze, diventano di colpo facili. Non ci sono vie facili. Non ci sono scappatoie.
Non vuol dire nemmeno diventare indifferenti o impermeabili rispetto a ciò che ci accade.
Anzi, entrare nel flusso della propria vita, piuttosto che interpretarla come spettatori passivi, comporta un totale abbandono che ci fa sentire le cose con tutto il nostro essere, non soltanto con i canoni della mente.
Il continuo controllo che cerchiamo di esercitare su tutto, anche sulle cose e sugli eventi più banali, non fa altro che alimentare la dose di stress e di ansia di cui il nostro quotidiano è già intriso, facendoci allontanare sempre più dal fluire naturale del nostro tempo.
Possiamo allora cominciare dalle piccole cose: lasciar andare i giudizi, lasciar scorrere ciò che non ci è utile, lasciare libera una parte del nostro tempo, per poter semplicemente osservare, senza dover per forza riempire, organizzare, e di conseguenza ostruire una volta di più quell’oasi di consapevolezza che ha bisogno di silenzio e di non-attività per essere coltivata.  

"Come l'acqua che cede dolcemente spacca la pietra ostinata, così il cedere alla vita risolve l'insolubile” (Tao Tè King)

E a proposito di fluidità e ingaggiando ancora una volta come attrice protagonista la “patata biologica” di cui al precedente post, vi propongo questa semplice vellutata di patate.
Per la serie: anche in cucina possiamo provare a prepararci qualcosa di fluido e morbido, in grado di scaldarci soprattutto in quelle sere che fanno seguito a giornate in cui tutto è stato vischioso, difficoltoso e stagnante.



VELLUTATA DI PATATE  
Ingredienti

-       3 patate di media grandezza
-       ½ scalogno
-       Brodo vegetale q.b.
-       2 cucchiai di farina di kamutt (o quella che avete)
-       Noce moscata, sale, parmigiano


Sbucciate le patate e tagliatele a pezzetti. Affettate lo scalogno e rosolatelo in una casseruola con un po' d'olio. Aggiungete le patate e fatele cuocere per un minuto a fuoco vivo, quindi unite la farina e mescolate. Aggiungete il brodo caldo in modo da coprire le patate e fate cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. Quando le patate saranno cotte passatele con il frullatore ad immersione fino ad ottenere una crema vellutata. Rimettete sul fuoco per altri 5 minuti ed aggiustate di sale, noce moscata e a piacere con del parmigiano.
Decorate come meglio gradite (io ho usato un filo di glassa di aceto balsamico, un tarallino di pasta sfoglia al sesamo e una fettina di speck croccante).


mercoledì 21 novembre 2012

...LA PATATA DI CESE....


Quando l’ingrediente di base è genuino, ma veramente genuino (non solo a detta di slogan pubblicitari o di abili venditori), non occorre allungare la lista degli ingredienti per riuscire a preparare una buona pietanza.
Sarà esso stesso l’unico protagonista, il principe al centro del palato e del vostro piatto. Ma, ripeto, per garantirvi da solo un risultato eccelso deve essere di ottima qualità, possibilmente proveniente da coltivazione biologica. Un prodotto che sia il più possibile naturale, non contaminato, non guastato da aggiunte, modificazioni, sofisticazioni.
Di recente ho avuto la fortuna di imbattermi in uno di questi prodotti che anche da soli potrebbero guadagnarsi stelline alla Michelin o cappellini firmati da chef: la patata di Cese (ndr: Cese dei Marsi, ridente frazione del Comune di Avezzano, in provincia dell’Aquila).
Che la patata di tutto l’altopiano del Fucino (indicazione generica, che non rende giustizia alle singole località) sia particolarmente apprezzata non è un’informazione riservata; apprendiamo da wikipedia che la patata di Avezzano ha ottenuto la certificazione DOP e PAT (= prodotti agroalimentari tradizionali).
Ma che un paese sconosciuto alle guide turistiche, che sembra il fondale di un presepe vivente, potesse custodire una delle varietà più pregiate della zona che lo ospita...bhe questa è una chicchetta che può essere svelata e diffusa solo attraverso i racconti di chi, come me, ha avuto la fortuna di visitare e conoscere questo scorcio paesaggistico che pare sospeso tra la montagna svettante alle sue spalle e la campagna antistante.
A Cese non arrivano i rumori tipici della città, ma quelli armonici della vita campestre; camminando per i suoi vicoletti puoi sentire l’odore della legna bruciata o dell’erba appena tagliata e nell’aperta campagna che la circonda, nelle notti più serene, puoi renderti conto di quanto le stelle siano luminose, perchè qui i colori sono quelli intatti che esistono in natura, non quelli annacquati dal pennello umano che tutto omologa ed omogenea; di giorno, passeggiando con placido abbandono puoi sentire il fruscio degli alberi, incrociare contadini con i loro trattori, assistere a tante scene necessariamente censurate dall’uomo nei grandi centri abitati.
Questo paesello, costituito da un grappolo di abitazioni dai comignoli fumanti, un campanile svettante al suo centro, un fontanile in piena campagna ed abbracciato tutto intorno da grandi braccia montuose, custodisce nei suoi campi coltivati una varietà di patata a pasta e buccia gialla, compatta, poco acquosa, poco farinosa, con molta sostanza secca e queste sue caratteristiche la rendono adatta a molteplici impieghi culinari.
Ottime “bruscate” alla brace o al forno, con l’aggiunta di un filo d’olio e poco sale, ma anche formidabili per la preparazione di gnocchi, purè, dolci; deliziose persino semplicemente lessate e sbucciate. Ecco quando un alimento può essere definito “principe”: quando appaga il nostro gusto così, in tutta la sua semplicità e naturalezza.
Questo tipo di patata non si sfarina in bocca; la si riesce dunque a gustare in tutta la sua sostanza e compattezza.
Per onorare questo tubero, orgoglio della terra cesense, ho deciso di preparare un millefoglie insolito: semplici strati di patate e mozzarella, con una spolverata finale di pangrattato e semi di papavero. E le fette di patate rimaste? Quelle le ho semplicemente adagiate dentro la teglia e il risultato è stato un ventaglio di chips croccanti intorno e morbide al centro.

MILLEFOGLIE DI PATATE E MOZZARELLA



Ingredienti (per 2 tortini):
-       3 patate di media grandezza
-       1 mozzarella
-       sale, pepe, origano, parmigiano
-       semi di papavero


Sbucciate le patate, lavatele e tagliatele a fettine sottili (usate l’apposito attrezzo che affetta le verdure).
Fatele leggermente scottate in acqua bollente e leggermente salata.
Dopodichè adagiate due coppapasta (che provvederete ad imburrare lungo i contorni) dentro una teglia ricoperta di carta da forno e preparate il millefoglie alternando fettine di patate spolverate con poco origano (o rosmarino) e fettine di mozzarella. Fate più o meno 4 strati e sullo strato finale (di patata) versate del pangrattato, un pò di parmigiano e qualche seme di papavero.
Infornate a 180^ per circa 20 minuti.
Attenzione a togliere poi il coppapasta per non distruggere la composizione. Il risultato deve essere un tortino, o meglio, un millefoglie....anche se, in realtà, sono solo 4...;-))





giovedì 15 novembre 2012

UNO SCRIGNO DI EMOZIONI E....DI SAPORE...



Ho imparato ad accettare e ad aspettare che le cose avvengono seguendo il loro corso naturale, senza sprecare troppe energie in sterili quanto inutili elucubrazioni mentali e senza quegli scalpitii dettati da un'infantile impazienza. Sono convinta che le emozioni vivano di VITA PROPRIA e che non serva a niente cercare di imprimere loro, anzitempo, una direzione. Le emozioni camminano su un loro sentiero.
La maggior parte delle volte sperperiamo energie a tentare di plasmare le emozioni per renderle "Opportune", "Accettabili"...al servizio del nostro Egocentrismo.
Dimentichiamo che le emozioni non hanno uno scopo "utilitaristico"..se non quello di renderci vivi e liberi; e ciò avviene solo nel momento in cui accettiamo di abbandonarci al loro flusso.
Ho capito che nel campo delle emozioni non bisogna SUPPORRE, ma INCURIOSIRSI...non bisogna PRESUMERE, ma con discrezione INTERESSARSI...
Non si possono gestire neppure le altrui emozioni...non si può costringerne o cercare di determinarne il corso...nemmeno usando strumenti quali il CORPO, la RAGIONE, la SEDUZIONE o la PERSUASIONE...
Essere liberi, autentici, veri, spontanei è l'unica cosa che possiamo fare per consentire alle emozioni di emergere dalla nostra interiorità e impedire che soffochino nei meandri delle nostre contorsioni mentali.. Ogni STRATEGIA diretta a condizionare la vita propria delle emozioni è destinata a fallire, perchè, nel momento stesso in cui mettiamo in atto una strategia, stiamo già perdendo una parte del nostro ESSERE AUTENTICO.
Un'emozione che deriva da un comportamento condizionato e condizionante non può dirsi veramente tale; sarà un trofeo, una taglia, una conquista...ma non un'emozione vera...
Qualunque atto che sia frutto di un'emozione liberata non potrà mai diventare causa di rancori, rimorsi, ripensamenti, rimpianti, perchè ogni VERA emozione assecondata è un pezzo di vita che ci siamo concessi di assaporare.
Ovviamente escludo ogni riferimento a quei comportamenti subdoli che, falsamente mascherati come emozioni, sono in realtà atti di vanità, di superbia, di lussuria...per i quali si usa l'alibi della spinta emozionale soltanto per sentirsi a posto con la coscienza...
La linea di confine è molto sottile...ma solo chi sa cogliere questa differenza, può dire di vivere nel rispetto delle proprie e delle altrui emozioni, scansando il pericolo, sempre incombente, di macchiare con l'INGANNO e la FALSITA' i rapporti intorno a sè.
Intanto, tra una riflessione e l’altra, possiamo anche andare a pasticciare in cucina...e oggi vi propongo qualcosa di sfizioso. Uno scrigno di zucchine con dentro....con dentro....continuate a leggere e lo scoprirete!

Ingredienti:

-       zucchine
-       formaggio cremoso
-       salmone affumicato
-       una goccia di aceto balsamico
-       olio, limone

Grigliare le zucchine tagliate a fette molto sottili (io le ho arrostite direttamente nel fornetto).
Intanto in una padella antiaderente, fate rosolare in un filo d’olio un po’ di scalogno, aggiungete il salmone affumicato tagliato a striscioline e qualche filetto di zucchina.
Dopo qualche minuto, spegnete e frullate il salmone e le zucchine con un pò di formaggio cremoso (quanto basta per formare un composto cremoso).
Prendete le fette di zucchina grigliate e ricoprite con esse le pareti di una formina (di quelle che vanno in forno). Farcite con la crema di salmone, grattuggiate sopra la scorzetta di limone e mettete altre zucchine come coperchio.
Infornate per 10 minuti a 180^ e poi ribaltate il tortino nel piatto, versandovi sopra una goccia di aceto balsamico. 







venerdì 26 ottobre 2012

SEMPLICE COME IL PANE....



“…C’era stato un tempo in cui l’impensabile era diventato pensabile e l’impossibile era successo davvero…”

“…l’aria era piena di Pensieri e Cose da Dire…Ma in momenti simili vengono sempre dette solo le Piccole Cose. Le Grandi Cose si acquattano dentro, non dette…”


...Pillole letterarie tratte dal libro “Il dio delle piccole cose” di Roy Arundhati; una lettura particolare, intrigante, insolita…un romanzo nel quale le coordinate temporali e la cronologia dei fatti non seguono un andamento preciso, dove le COSE sono ANIMATE e le sensazioni acquistano la CONCRETEZZA di un’immagine disegnata dalla FANTASIA  dei suoi personaggi; COSE che acquistano un’anima e che percorrono strade, si arrampicano sui muri, strisciano su corpi e superfici e che poi svaniscono come un soffio di fiato del loro dio su un vetro... E’ la saga di una famiglia indiana del Kerala che gestisce la fabbrica di “Conserve e Composte Paradiso”;  tra le righe del libro sfilano ambienti domestici, lutti, gioie, tradizioni, miti, riti, liti… le piccole cose che costituiscono la quotidianità di una famiglia e che rispecchiano i cicli e gli accadimenti di una vita, il fango che la macchia, l’acqua che poi la può inondare. Sullo sfondo i BOSCHI in cui vivono arcane leggende, CASE che custodiscono segreti secolari, l’evoluzione di un popolo diviso da caste e da antichi pregiudizi…in primo piano la vicenda umana e sentimentale di Ammu, una giovane donna indiana che con il suo amore “proibito”per un intoccabile osa sfidare le convenzioni della sua cultura, ribellandosi con coraggio silenzioso ad un ordine che si vorrebbe già stabilito da un certo corso della storia. Il tutto è vissuto attraverso gli occhi dei suoi due bambini, Rahel ed Estha, gemelli dizigotici che vengono divisi, amareggiati da personaggi che violano la loro ingenuità, ma che mantengono sempre quello sguardo curioso e speranzoso che gli permette di ritrovarsi, di affrontare e superare le prove difficili della vita, resi forti dal loro legame invisibile di complicità …
Nel finale una sensualità che, rimasta velata nel corso del racconto, finisce per esplodere dirompente, conferendo alla trattazione un risvolto passionale che non tradisce quel clima di continua attesa che stimola il lettore ad andare avanti…

E visto che uno dei luoghi in cui si possono trovare quelle cose piccole e semplici che scaldano il cuore è la cucina....ecco che abbino a questa lettura la ricetta di una delle cose più semplici e genuine: il pane...questa è una variante di panini ultra morbidi, leggermente aromatizzati allo zafferano. Buona panificazione!!


Gli ingredienti (per circa 7/8 panini)

-  farina 500 gr (ho usato metà farina manitoba e metà farina 00)
-       latte ml 125
-       acqua ml 125
-       1/2 bustina di lievito di birra disidratato
-       burro g 25
-       olio extravergine di oliva ml 75
-       2 pizzichi di zafferano in polvere.

Impastate energicamente tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto ben amalgamato, lasciatelo riposare a temperatura ambiente per circa 30/45 minuti. Poi formare dei panini rettangolari (aiutandovi se mai con altra farina) e metteteli su una teglia coperta con carta da forno e lasciateli a lievitare per altri circa 30 minuti. Fate dei segni sulla superficie (una croce o dei tagli delicati) e cuocete in forno già caldo a 180° per circa 25 minuti.



martedì 9 ottobre 2012

...TORNIAMO AI FORNELLI...


Dopo l’ultimo mio post, in cui vi ho raccontato un pò delle mie vacanze, torno a munirmi di forchetta e coltello e vi segnalo una ricetta, facile facile, molto sfiziosa…un primo piatto a base di zucchine e semini...proprio così...semi misti di sesamo, lino, zucca e girasole. Si trovano, già miscelati, nei negozi di alimentazione biologica. Aggiungerli alle insalate è una buona abitudine (visto che i semi di questo tipo sono ricchi, tra l’altro, di fosforo, manganese, rame, selenio) e si possono anche utilizzare per personalizzare varie pietanze, aggiungendo un tocco croccante e insolito. Come in questo piatto di pasta e zucchine, ma si possono aggiungere anche nell’impasto del pane, o versarli sulle bruschettine spalmate di salsine morbide (patè o formaggi cremosi).
A volte ignoriamo completamente certe cose, altre volte invece non le vogliamo proprio prendere in considerazione. La curiosità restringe entrambe le situazioni: spinge ad una conoscenza sempre più approfondita sulle cose e induce ad allungare lo sguardo (o le papille gustative) fin dove non avremmo mai pensato di poter arrivare...questo per dire che i semini non sono cibo per gli uccellini, ma fanno parecchio bene anche a noi...e cmq, al di là della funzione nutrizionale positiva, sono proprio sfiziosi! 


Ingredienti:
-       Pasta trafilata al bronzo o di kamutt (o pasta che più gradite)
-       Zucchina
-       Un cucchiaio di formaggio cremoso
-       Una manciata di semini misti
-       Scalogno, olio, sale (e pepe a scelta)


Intanto che aspettate che bolle l’acqua per la pasta, preparate il condimento: fate rosolare in padella con filo d’olio qualche fettina di scalogno, aggiungete la zucchina tagliata a pezzetti, salate, aggiungete un pò d’acqua e fate cuocere (una decina di minuti).
Aggiungete poi un cucchiaio di formaggio cremoso e amalgamate, aggiungendo eventualmente altra acqua di cottura della pasta.
Quando la pasta sarà cotta, saltatela in padella con le zucchine (aggiungendo una spolverata di pepe, se gradite) e come ultimo tocco una bella manciata di semini misti. Amalgamate per bene e gustatevela...;-)





martedì 25 settembre 2012

FLASHBACK POST VACANZE...


Una foto (tra le tante scattate ed autoscattate...) dove sono racchiuse tutte le sensazioni meravigliose della mia recente vacanza itinerante...una vacanza “coast to coast” come l’ho definita ironicamente, da Roma a Como, passando per la Liguria, l’Emilia Romagna, la Toscana.
Ho visto posti splendidi, ho assistito a scene indimenticabili, ho provato e condiviso emozioni intense.
Laghi, mari, scogli, vicoli, piazze, centri storici, piatti tipici, tramonti, cieli azzurri o stellati, colazioni da re, pranzi “sciuè sciuè” e cene gustose, oasi di pace, silenzi, rumori, balli, la natura, la gente, la passione che muove la gente, la gentilezza di chi ti accoglie come ospite più che come cliente, l’abbraccio della famiglia, i saluti degli amici, le strette di mano.
Il senso del viaggio si manifesta già lungo il tragitto. E allora che sensazione di rilassatezza partire, far scorrere i kilometri e vedere cambiare i paesaggi dal finestrino della macchina! E poi fermarsi all’autogrill per un caffè, una sosta al bagno e un’occhiata ai gadgets (sempre quelli, in tutti gli autogrill....) un pò ironici (quest’estate andava per la maggiore un maialino che schiacciandolo, emetteva il suo tipico verso...) e un pò mangerecci (sono stata incuriosita da una confezione di tagliolini trafilati al bronzo al gusto di limone che facevano bella mostra negli scaffali dei prodotti artigianali).
Scorrono i cartelli...finisce il Lazio, inizia la Toscana, un pò di pioggia ed eccoci in Liguria.
Mettersi a salire su per la montagna e lì, nascosto tra le colline liguri, ecco il nostro agriturismo.
Un angolo di paradiso verde, dove lo sguardo può perdersi tra gli alberi e finalmente distendersi dopo aver visto per troppo tempo solo macchine, semafori, gente, palazzi(www.locandadelpapa.com).

E da lì partire alla scoperta di Portovenere, sostare nella banchina del porto, perdersi tra i carruggi colorati, entrare nelle botteghe, rimanere estasiati davanti allo spettacolo a cui si assiste visitando le Grotte di Byron.

E il giorno dopo macinare kilometri a piedi per visitare le Cinque Terre (Riomaggiore, Manarola, Corniglia Vernazza, Monterosso)...appena in tempo, visto il tragico episodio capitato ieri proprio lungo quel tragitto.

Dopo aver assaggiato i panigacci e riempito i nostri occhi di scorci e di paesaggi si è ripartiti alla volta di Como.
Como è la mia città, ma è sempre bello scoprirne nuovi angoli, passeggiare per i vicoli che, vissuti ora, mi sembrano diversi di quelli dove sono passata mille e mille volte.
Quanto aveva ragione Proust scrivendo “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi”.
I miei occhi scoprono ora una cittadina suggestiva, il fascino di navigare su un lago che sembra non avere confini, scopro la suggestione dei vicoletti di Bellagio, la spiaggetta di Lenno, le ville incastonate nel verde, una pizzeria che sforna deliziose pizze al Kamutt (http://www.ristorantealsalice.com/), un faro infestato da formiche volanti (ahimè...) ma che anche dall’esterno è in grado di sedurmi per la svettante maestosità.
Ovviamente è l’abbraccio familiare quello più caldo, confortante, ossigenante, superiore anche a quello delle montagne o dei rami, seppur lunghi e conturbanti, del lago. Quell’abbraccio è in grado di stringersi attorno a ciò che sono stata, a ciò che sono, di spingersi fino al nucleo dove sono impresse le mie orme più profonde.
Il viaggio di ritorno non può esaurirsi senza qualche altra sosta interessante. E allora eccoci a Montieri, in provincia di Grosseto. Ad ospitarci, questa volta, un agriturismo incastonato in un bosco, da dove ho potuto ammirare uno dei cieli stellati più suggestivi(http://www.hotel-toscana-tuscany.com/).
E da ultimo, ma non certo come ordine di importanza e di emozione, una visita improvvisata ed istintiva ad un vero monastero zen (decisa lì per lì, all’imbocco autostradale). Il cartello suggeriva l’uscita per Berceto, e noi abbiamo accolto l’invito che premeva dentro ai nostri cuori, indicandoci proprio quella direzione.(http://www.monasterozen.it/it/sanbo-ji-eremo-di-montagna.html).
Non dimenticherò mai la sensazione di pace interiore respirata camminando in quel giardino o quando il monaco Koren ha aperto la porta della sala dedicata alla meditazione. Mi sembra di sentire ancora il suono armonioso di quel silenzio, di percepire quel vuoto pieno di sensazioni profonde.
Questo status comunque non può esaurirsi con la fine di un viaggio, qualunque sia stata la sua meta.
È sopratutto nella quotidianità del vivere che bisogna esercitarsi a mantenere uno sguardo sempre acceso, vigile, ogni volta diverso, eppure uguale nella sua intensità. E’ allora che il nostro viaggio non avrà bisogno di nessun biglietto di ritorno, perchè la nostra mente sarà sempre in posti nuovi, in quei luoghi che sapremo coltivare dentro la nostra anima.
E perché i momenti sereni non finiscano con la chiusura degli ombrelloni o con lo sbiadirsi della tintarella è fondamentale costruire, giorno per giorno, non solo durante l’atmosfera vacanziera, già di per sè rilassata, con il/la/i proprio/a/i compagno/a/i di viaggio quella autenticità e complicità che fanno la differenza!


lunedì 20 agosto 2012

PORTARE IN VIAGGIO IL PROPRIO SGUARDO...

…tempo di ferie, di feste e di sagre, di gite mordi e fuggi, di vestiti comodi e di bibite fresche…tempo di sole rovente, di notti stellate, di spiagge affollate e di prati occupati…ognuno può indossare l’idea di vacanza che preferisce.
Per me “vacanza” è anche solo poter passeggiare per i vicoli di una cittadina prima sconosciuta, fermarsi a mangiare in una trattoria tipica, affacciarsi su un ponte, portare il proprio sguardo sulla cima di una montagna o nel mezzo di una distesa di acqua marina…persino fare sosta in un autogrill racchiude per me quel certo fascino del sentirsi in vacanza…
Proust scrisse "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre....... ma nell'avere nuovi occhi".…una nuova terra non deve essere necessariamente un luogo rinomato, trendy per regalarci un’esperienza. E’ il nostro approccio a rendere l’ordinario qualcosa di straordinario.
Anche un borgo antico, una piccola cittadina senza strutture avveniristiche può regalare emozioni. Dipende sempre da una sola condizione che deve essere presente per trarre, da ogni viaggio, un arricchimento interiore: la curiosità. Per il mondo, per la vita, per i luoghi. Ogni cosa, ogni luogo, ogni istante, anche il più banale (in apparenza…), ha qualcosa da dirci, da darci.
Ma a sta noi saperlo cogliere.
Ho scelto due flash back del mio assaggio vacanziero: uno è un piatto di strengozzi zucchine e salsicce (gustate alla Trattoria “Da Antonietta” di Rieti, che consiglio vivamente per la genuinità dei piatti e l’atmosfera “casalinga” che vi si respira)



e l’altro è un panorama che parla da solo.


Il verde disegna armonia nello spazio e i monti sussurrano, tra lo scampanellio dei pascoli e il fruscio del vento, una semplice verità: la natura custodisce le nostre emozioni più antiche e profonde. E ogni volta che la onoriamo, lei è in grado di “restituircele” sotto forma di gioia dello spirito.  
Le ricette “home made” possono aspettare. Ora è tempo di andare in giro a cercare “ispirazioni”…avrò tempo e modo per trasferirle poi nel mio piatto ;-)
La cucina non è solo uno spazio dove far circolare cibo, è un luogo dove liberare la fantasia e questa, per alimentarsi, ha bisogno di compiere viaggi di continua scoperta.