martedì 29 gennaio 2013

LA COLAZIONE DEL GIORNO DOPO...


“L’imperfezione è rassicurante,
non è come la perfezione che crea ansie da prestazioni…
l’imperfezione è un MODO pacato,
un ingresso in punta di piedi,
è un ESSERE senza pretese,
senza presunzioni,
manie…ossessioni…
l’imperfezione non vuole medaglie
non ha bisogno di onori,
trionfi o allori…
è un prendere atto delle proprie fragilità…
e imparare a conviverci,
senza voler essere i primi, i  più bravi, i più belli, i perfetti in tutto…
è una incompletezza stimolante e durevole nel tempo…
è la molla di qualsiasi evoluzione ,
quel sentirsi mai arrivati
che ci protende verso il cielo...
il vaso di coccio con la crepa che parla del tempo,
un libro con la piega che segna una frase importante,
un’unghia scheggiata
un filo strappato
un sapere incompleto
un’ignoranza consapevole
una tela macchiata
da un colore che cola…
L’imperfezione è amorevole
L’imperfezione è sublime
È una ruga sul viso che parla della tua storia
È un difetto che ti protegge dal senso di onnipotenza…
È un piano inclinato
Un orizzonte sfumato
Una torre pendente
Dei contorni imprecisi…
Un vocalizzo che la commozione ha reso stonato…
Un tentativo almeno…
La forza di rimanere se stessi…”

E l’imperfezione può anche manifestarsi negli strappi alle regole, anche dietetiche (N.B.: ovviamente non voglio affatto stimolare strappi alle regole in caso di patologie o problemi di salute, ci mancherebbe!!).
E se vi state chiedendo a “quale giorno dopo” io mi sia riferita nel titolo di questo post...la risposta è: “quel giorno che viene dopo una serata in cui ci siamo appunto concessi uno strappo alle regole”. Un bicchiere di troppo, una porzione più abbondante di dolce, una pietanza elaborata...ed ecco che il mattino dopo ci si sveglia con quella sensazione di arsura in bocca o di pesantezza allo stomaco che non ci fa desiderare la solita ricca colazione alla quale magari siamo abituati...e allora, senza farsi tentare da inutili sensi di colpa e da digiuni illusori, possiamo ovviare regalandoci un bel frullato vitaminico: è buono e la sua morbidezza rassicurante andrà a bilanciare l'eventuale carico delle ultime 12 ore.

Ingredienti:
-       1 mela
-       1 mandarino
-       1 kiwi
-       un biscotto secco
-       un cucchiaino di miele
-       acqua o latte di riso (se volete renderlo più fluido)


Semplicemente mettere gli ingredienti nel bicchiere del minipimer e frullare. Va mangiato/bevuto subito per non disperdere le vitamine della frutta. Ovviamente potete utilizzare la frutta che più gradite (rispettando la stagionalità dei prodotti).  

mercoledì 23 gennaio 2013

CLOUD ATLAS


Quando si parla di reincarnazione, destino, connessione tra gli uomini e sentimenti eterni, il rischio di apparire solo professatori “new age” o visionari è altissimo. Non sono temi “facili”, leggeri. Ma per chi abbraccia una visione della vita oltre il semplice velo di questa vita, sono argomenti sempre molto avvincenti e stimolanti.
“La nostra vita non ci appartiene. Dal grembo alla tomba, siamo legati agli altri. Passati e presenti. E da ogni crimine, da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro”.
Questa citazione è il leit motive di “Cloud Atlas”, un film ambizioso e complesso che, al di là del fatto che a me è piaciuto moltissimo (ma a voi potrebbe non interessare il mio punto di vista cinematografico...;-)), è indubbiamente un film da premiare se non altro per il coraggio dimostrato da registi, sceneggiatori e attori nel mettere in scena non tanto e non solo una vicenda epica, narrata facendo uso di sapienti tecniche di ripresa e dosando con giusta parsimonia effetti speciali e crudo realismo, quanto piuttosto una filosofia che certamente non sarà condivisa da tutti, ma affascinante e profonda. Decisamente un film coraggioso!
Con un cast di tutta eccellenza: Tom Hanks, Halle Berry, Hugh Grant, Hugo Weaving, Jim Sturgess, Ben Whishaw, Bae Doona.

La tecnica di montaggio di questa pellicola è molto particolare: tanti spezzoni di storie ambientate in epoche e scenari diversi nei quali personaggi, eventi ed azioni si intrecciano in continui flashback e proiezioni vivaci che tengono desta l’attenzione. Infatti lo spettatore fino alla fine è stimolato a scoprire le connessioni tra passato, presente e futuro e le diverse evoluzioni o involuzioni dei protagonisti: questi interpretano vari ruoli che altro non sono che le loro stesse reincarnazioni in tempi e con sembianze fisiche ovviamente diverse (al riguardo eccellente il trucco di scena che ha saputo ricreare un doppio, e in alcuni casi, triplo cast avendo sotto i pennelli gli stessi attori).
Ogni filone di storia vuole esaltare un valore universale: la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, l’eticità, il rispetto, mostrando le conseguenze tragiche che si realizzano, espandendosi nel tempo, quando uno di essi viene violato.
E’ uno di quei film in cui ognuno ci vede ciò che più percepisce; stimola riflessioni personali a seconda dell’interpretazione che vuole dare alle metafore utilizzate, alle vicende rappresentate, spesso ai confini tra fantascienza e realtà.
Molto incisive le citazioni utilizzate: da quelle filosofiche (“Esistere è essere percepiti" di George Berkeley), a quelle religiose ("Cos'è l'oceano, se non una moltitudine di gocce..." di Madre Teresa di Calcutta) a quelle cinematografiche ("Soylent Green! Soylent Green è fatto di persone!" tratta dal film “2022: i sopravvissuti”). La voce fuori campo che, in diverse parti del racconto, esplicita concetti e teorie, è qualcosa che ridesta l’attenzione salvando anche quel tipo di spettatore che, lasciato senza l’ancora della sintesi di messaggi densi di spiritualità, potrebbe naufragare nelle acque tortuose dell’interpretazione filosofica.
N.B.: avviso, chi deciderà di andare a vedere questo film, che la sua durata è degna di considerazione: 172 minuti. Se non è una questione di tempo a condizionarvi, gustatevelo con piacere e senza sguardo all'orologio!

   


martedì 8 gennaio 2013

I SAPORI DI UNA VOLTA...

E’ iniziato un nuovo anno. E non potevo che iniziarlo con le mani in pasta...
Ma prima di infarinare il piano di lavoro, vorrei fermarmi un attimo e spargere nell’aria, per condividerle con voi, alcune semplici riflessioni...
Pensando ad un nuovo anno alle porte, penso che....
Un inizio può capitare e sorprenderci in qualunque momento; non occorre aspettare un lunedì o il primo giorno di un nuovo anno, giorni tradizionalmente deputati ai buoni propositi.
Non occorre neanche fare dispendio verbale di buoni propositi; viverli ed incarnarli, da subito, sarà più produttivo di mille illusioni letterarie...
Non serve nemmeno fare bilanci; se ci venisse la tentazione del “bilancio”, corriamo in cucina, mettiamo sulla bilancia (vera) zucchero, uova e farina e prepariamo un bel dolce, piuttosto che rimuginare su fatti e circostanze che, volente o nolente, ci hanno condotto proprio dove siamo ora. A parte gli scherzi, nell’ambito di un’impresa o di una attività imprenditoriale è certamente necessario fare bilanci, ma la nostra vita non può essere riassunta in un registro di partita doppia. E’ talmente affascinante e complessa da non poter essere classificata in sterili colonnine del dare e dell’avere.
A volte sbandieriamo idee, propositi, ci fregiamo di espressioni come “ah da quest’anno (o dal mese prossimo oppure da un lunedì qualunque)....ecc.” quasi più per convincere gli altri, che noi stessi, che siamo in grado, se vogliamo, di iniziare un qualcosa: che sia un nuovo modo di fare, una nuova attività, una sana abitudine o un diverso atteggiamento mentale.
Però lo rimandiamo a un certo futuro che verrà...e intanto siamo fermi, muovendo solo aria e parole.
La nostra anima, invece, non ha bisogno di essere convinta a parole: sa quando è il momento di evolvere e sa esattamente cosa le occorre per farlo.
Ma a volte siamo sordi ai suoi richiami. Altre volte non siamo pronti. E allora ci illudiamo che fissare, anzitempo, dei traguardi temporali (facendo entrare in gioco solo la mente) sbloccherà, per magia, tutto il meccanismo.
Invece quando quel momento arriva per davvero (facendo entrare in gioco, non solo la mente, ma anche il cuore), di colpo spariscono le elucubrazioni mentali, i progetti, gli obiettivi astratti, i rimandi, le incertezze. Sappiamo esattamente cosa fare senza doverlo stabilire in anticipo. Ed è proprio in quel momento che inizia il vero processo. Quella molla E’ il vero inizio...
Non sprechiamo nell’aria parole propositive, non facciamoci solo portavoce di buoni propositi, ma impariamo a sfruttare ogni giorno per farli già vivere dentro il nostro quotidiano.
E’ questo il mio buon anno a tutti!! e come primo piatto del 2013 vi propongo una pasta fatta a mano, con acqua e farina: chiamateli pici, strangozzi, finti tonnarelli, mezzi bucatini...insomma chiamateli e conditeli come preferite...Io li ho serviti con un semplice sugo al pomodoro (ho usato per metà salsa di pomodoro e per metà pachino freschi cotti al tegame con un pò d’olio, scalogno e un pizzico di origano) e una spolverata di parmigiano.


 
Ingredienti:
-       200 gr farina di kamutt integrale
-       50 gr di semola
-       140 ml circa di acqua
-       sale

Impastate semplicemente questi ingredienti; fatelo per bene per amalgamare il tutto, aiutandovi se occorre con ulteriore acqua (meglio tiepida).
Tirate una sfoglia con il mattarello, poi prendete dei rettangoli, tagliateli a striscioline e giratele tra le mani per dargli una forma cilindrica. Regolatevi, a piacere, sulla lunghezza e consistenza. Io li preferisco non troppo lunghi, e di medio spessore.
Cuociono in acqua bollente in circa 13/15 minuti.

mercoledì 19 dicembre 2012

...PAROLE E FOGLIE AL VENTO...


...mi sono regalata una giornata. E non l’ho trascorsa ai fornelli, ma passeggiando per Roma.
Ho macinato chilometri, ho visto scorrere davanti a me vetrine, persone, macchine; mi sono immersa nell’atmosfera cittadina, resa più ovattata dalle luci e dalle decorazioni natalizie.
Poi, per rilassarmi sono andata a raccogliere foglie.
Si si proprio foglie....del resto le foglie sono da sempre simbolo del mio blog e della mia vena pseudo poetica...e quindi sono andata a stabilire un contatto più stretto e concreto con esse. Del resto un amore completo è quello che sa andare oltre l’idea e l’idealismo e ci fa propendere le mani verso altre mani, ci fa riempire le braccia di abbracci, la vita di gesti concreti di generosità e altruismo. Allora visto il mio amore ideale per le foglie, ho pensato che fosse giunto anche il momento di osservarle, toccarle, viverle, dopo averle celebrate in poesie come questa:


L’ALBERO AD UNA FOGLIA

Ti prego…
Non abbandonare il mio ramo, diventato anche tuo…
Non subire il fascino del vento che ti tenta con le sue carezze…
Non far sì che esso ti porti lontano da me…
Anche se è autunno e il pittore vorrebbe illustrare la tua caduta
Io, che ti ho accolta, ho ancora bisogno di te…
Non denudarmi…
Non lasciarmi  spoglio…
E’ vero…hai una veste imbrunita, sbiadita, avvizzita e stropicciata…
Eppur ancor  vive linfa nelle tue venature… 
 e di quella ho bisogno per nutrirmi;
e se anche una sola goccia tu  mi puoi offrire
non privarmene…
alle mie cellule la farò  bastare...

;-)
Villa Borghese si è rivelata la fonte ideale. Come un cane da tartufo, durante la passeggiata rilassata e alla luce di un sole tiepido, ma luminoso mi sono piegata a raccogliere le foglioline più belle e asciutte. Ho osservato, ho scelto le foglie che attiravano la mia attenzione e le ho riposte con cura in una bustina.
Poi ho recuperato in cartoleria altri utensili e infine ho realizzato la decorazione per il portacandela che vedete in foto.
Come una ricetta, ecco a voi la preparazione.
La foto è stata anche la scusa per soddisfare il mio desiderio di inaugurare la magnifica tovaglietta rossa con ricamo artigianale, dono che è stato fatto a me e alle mie parole, il più dolce e il più amorevole di questo Natale 2012, e che si "spalmerà" su tutti i giorni del mio calendario.  

Ingredienti:
-       candela
-       bicchiere squadrato
-       colla
-       foglie
-       cordoncino
-       colla glitter per decorare

Pulite le foglie (potete trattarle con lo spray lucidante per una durata più lunga. Io le ho lasciate così). Attaccatele con cura (e attenzione alle dita!!) sulle facciate del bicchiere. Lasciate asciugare. Ponete intorno un cordoncino e a piacere fate piccoli decori con la colla glitter (io ho fatto qualche puntino colorato qua e la direttamente sul bicchiere, nella parte non coperta dalle foglie).
Ponete la candela dentro il bicchiere, accendete e godete della luce suggestiva data dall’ombra delle foglie.



venerdì 7 dicembre 2012

SE VOLETE...CHIAMATELO NATALE...


....di qualsiasi razza, cultura, religione, lingua, sesso, provenienza, estrazione....insomma chiunque non può non assistere (almeno assistere, per il sentire...è un altro discorso...) al cambio di luci, atmosfera e scenografie in atto nella propria città durante i quindici giorni che precedono quella festività che sul calendario viene annunciata come “Natale”, o meglio come “Natività N.S.” (ho appena controllato sul planning dell’ufficio).
Ora: tralascio di proposito qualsiasi riferimento/considerazione di stampo religioso. Non ho nè gli strumenti, nè l’intenzione, nè l’aspirazione per farlo.
Voglio solo condividere con voi qualche riflessione, libera e sincera, su tutto ciò che per me significa, e non significa, Natale. Mi servirò dell’alfabeto per riepilogare e dare un ordine ai pensieri, pur sparsi tra un tempo passato, presente e futuro.
A come ADDOBBI...nel periodo in cui tutti addobbano nei modi più disparati e a volte stravaganti pini veri o finti nelle proprie case, vi dico che, sotto sotto, avrei voglia di farlo anch’io. Ma è un gesto che associo ad un nido.
Ed io il nido ancora non ce l’ho. Farlo in una stanza, in un luogo pur mio, ma non in senso “familiare”, non mi darebbe la stessa soddisfazione. E allora, da quasi dieci anni, vi rinuncio. Per questioni di spazio, ma soprattutto per questione di forma mentis.
Per me addobbare significa poter rendere calda una dimora, la “home”, non semplicemente una “casa”, l’”house”.
E lo dico non con un retrogusto amarognolo in bocca; anzi, per ora mi godo quella forza che dà la fantasia. Immaginare come addobberò il mio albero nella mia home, è un’operazione che mi riempie di energia propositiva. Le aspirazioni hanno frequenze molto forti, bisogna saperle individuare e ben posizionare sul proprio spirito affinchè diventino prima o poi la propria realtà quotidiana.
Questo per dire che, chi ne ha già la possibilità, impieghi del tempo a rendere più calda la propria “home, sweet home”! e non perchè è Natale, ma perchè si può fare di questo periodo semplicemente un’occasione per esprimere la propria creatività e spargere un soffio di favola, di poesia anche tra le pareti domestiche, dove è vero che passiamo sempre troppo poco tempo (...il lavoro, gli impegni, ecc. ecc..) ma ciò non deve voler dire considerarle alla stregua delle pareti di un ufficio.
Adesso, con questa affermazione, rischio di sembrare incoerente perchè predico il calore, il colore dopo aver ammesso che io non lo faccio. E vabbè, evviva le contraddizioni! ;)
B come BALOCCHI...vabbè il vento natalizio mi riporta indietro ricordi legati ai primi giochi che venivano sapientemente nascosti in cantina da un Babbo Natale (e una Mamma) non ricchissimi nel sacco, ma sicuramente nel cuore...il primo regalo del quale ho memoria fu un Mazinga Zeta di peluche che era alto quanto me. Lo stupore è l’emozione che mai scorderò...
C come CITTA’...mai come in questo periodo dell’anno mi viene voglia di visitare nuove città, piccoli borghi, per vedere come vengono decorate strade, vetrine e piazze nelle varie località...
D come DONI...apprezzo in particolar modo i doni mascherati. Quelli che non hanno bisogno di essere impacchettati, che non necessitano di calcoli di budget, di giri frettolosi nei negozi, ma di un’ispirazione dettata da un sentimento speciale, inatteso; può essere una rivelazione, un segreto, un’esperienza, una proposta fuori programma o semplicemente una colazione rilassata, sapendo che non ci sarà bisogno di guardare l’orologio, perchè quel tempo tutto per noi è già il dono che decidiamo di farci in un giorno di festa.
E come ESPERIMENTI...mai come in questo periodo ognuno si diverte a sperimentare quello che può con quello che ha: c’è chi prepara biscotti decorativi da appendere al proprio albero di Natale, chi confeziona oggetti artigianali “fai da te” da regalare ad amici e parenti, chi si cimenta con nuove ricette per i vari cenoni, e pranzoni, delle feste. Io, a Natale, da alcuni anni sperimento “il dolce abbandono”: quello che mi consente di godermi i momenti senza momenti particolari, che mi fa girare rilassata e curiosa per i mercatini, ma senza le tipiche ansie da caccia al regalo dell’ultimo minuto. Infatti non stilo più in anticipo elenchi di persone con i rispettivi regali da scovare faticosamente negli angoli più intasati di Roma. Procedo al contrario: se capita che, girando per negozi e bancarelle, un qualsiasi oggetto o idea mi fa venire in mente una persona, e provo il desiderio di regalargliela, allora effettuo l’acquisto, altrimenti non mi sforzo, sennò il regalo diventerebbe un supplizio, un lavorio mentale poco spontaneo e fonte di sensazioni non gradevoli (stress, nervoso, ansia) delle quali nessun gesto d’amore o generoso dovrebbe essere intriso.
F come FAMIGLIA...la famiglia è il nido, prima ancora della “home” di cui dicevo sopra; è il porto sempre aperto, l’approdo, il rifugio. Purtroppo, non per tutti può essere così. E allora c’è chi individua la famiglia nei propri amici, o nei propri amici a quattro zampe, o nei parenti più stretti. La mia famiglia stessa è il mio Natale, e non importa se, per ragioni geografiche, capiterà di trascorrere insieme altri giorni e non quelli canonici del calendario. Anche la famiglia ha delle energie sottili in grado di raggiungere e ricongiungere sempre i suoi componenti, anche quando questi si trovano in luoghi, o addirittura in dimensioni, diverse.
G come GHIRLANDE...quelle tonde, da appendere alle porte e con scritto “Buone feste”...
I come ILLUMINARE...non importa se con le lucine, le candele, le fiammelle, il camino...per me l’atmosfera è d’obbligo e non posso sentirmi “in raccoglimento” con una luce sparata o artificiale. Fosse per me il cenone di Natale si svolgerebbe a lume di candela...o di camino, e con le musichette di Natale in sottofondo...;)
L come LETTERA...non ricordo di aver mai scritto la classica letterina a Babbo Natale: o non ci ho mai creduto o non sapevo cosa chiedere per eccesso di scelta...nel dubbio, mi astenevo.
M come MUSCHIO...una cosa che mi piaceva, da piccola, era il tappeto di muschio che mio padre andava a raccogliere in un bosco vicino casa per posizionarlo nel presepe. Tra le statuine, la mia preferita era il dormiglione, invece mal sopportavo il pezzetto di carta stagnola per ricreare un laghetto o un ruscello. Mi sembrava un’inutile incoerenza: lago finto su un prato vero. A quel punto, meglio rinunciare del tutto all’elemento “acqua”.
N come NOCI...ripensando ai Natali di fanciullesca memoria, il cestino della frutta secca, almeno da me, compariva sempre solo nei giorni delle feste natalizie. Poi, misteriosamente, scompariva. Le nocciole o ammuffivano o le rubava qualche scoiattolo...mah...
O come OZIO...in un tempo in cui tutti fremiamo, siamo costretti a correre, a stressarci nei tragitti casa/lavoro/casa, in cui abbiamo sempre qualcosa da fare, qualche commissione da gestire, qualche appuntamento da organizzare, il pregio che possono avere i giorni di festa, anche per gli allergici ai riti ed alle celebrazioni, è anche quello di farci assaporare il gusto del “dolce far niente”...
P come PANETTONI, PANDORI...ammetto il mio non apprezzamento per i tipici dolci natalizi. Ciononostante l’anno scorso mi sono cimentata con il mio primo esperimento di pandoro fatto in casa. E mi ha dato pure soddisfazione. Ma quest’anno, guarderò altrove. Che il natale perdoni il mio dolce fuori tema...
Q come QUASI QUASI mi fermo qui, perchè con questa lettera non mi viene niente legato al Natale...;-)
R come RENNE...ho sempre fantasticato su come debba essere bello potersi recare al profondo nord del mondo, in Lapponia, dove le renne ci sono davvero e non sono soltanto il motivo decorativo di un qualche suppellettile natalizio...
S come STELLA DI NATALE...questa pianta ha un ciclo di vita regolato sulla durata delle feste di Natale...raramente riesce a sopravvivere dopo l’Epifania (...”che tutte le feste si porta via...bla bla bla”)
T come TOVAGLIA...una bella tovaglia il giorno di una festa che si reputa importante è già metà dell’opera. Poi certo conta ciò che ci si mette sopra. A me il Natale ricorda tanto una tovaglia gialla, di stoffa grezza, che in famiglia abbiamo usato tanti anni di seguito durante i cenoni della vigilia. Da qualche anno quella tovaglia è stata mandata in pensione, sostituita da una più tradizionale tovaglia rossa. 
U come UVA...a Natale fanno sempre in bella mostra, sui banchi del mercato, e sulle tavole imbandite, le più disparate varietà di frutta, anche non di stagione. Non si capisce perchè, a Natale, in pieno freddo, dovrebbe venirmi voglia di fragole, ciliegie o del  frutto della passione. Infatti, di solito, dopo la cena della vigilia o alla fine del pranzo il giorno di natale, mi indirizzo sull’uva, o al massimo sui mandarini. Preferisco non andare, per vezzo, fuori stagione.
V come VALIGIA...ho sempre immaginato quanto sarebbe bello, prendere una valigia, buttarvi qualche vestito, e partire, sì proprio la mattina di Natale. Non mi è mai importato di fantasticare sulla meta. A stuzzicarmi e’ l’idea di vivere la dimensione del viaggio in sè, in un momento insolito e in cui il senso comune vuole che lo si passi in casa, davanti ad una tavolata, circondati da parenti o parenti dei parenti, e magari sonnacchiosi davanti ad una cartellina della tombola o all’ultima diavoleria tecnologica, dono natalizio che almeno una persona del gruppo, a turno, riceve. Per carità, sapete (almeno, lo sa chi mi legge di solito) quanto la dimensione del focolare mi piaccia, ma proprio perchè io apprezzo sempre, tutto l’anno quella dimensione (a differenza del senso comune, che se lo impone solo “alle feste comandate”), in una mattina così, almeno una volta nella vita, farei l’esatto opposto.
Z come ZUCCHERO A VELO...perchè mi ricorda la cima innevata del Monte Pandoro, una montagna che ho battezzato con questo nome e che per me ha un significato molto particolare e profondo; un monte che ho avuto il piacere e la gioia di scalare (sia pur solo con il pensiero...per ora) proprio durante il Natale di un anno fa e da allora, è rimasto saldo e solido dentro ai miei occhi, come un’immagine in più di quella diapositiva sulla quale proietto la trama di ciò che per me è il Natale...



Ecco...il Natale mi fa venire in mente tutte queste cose, e anche molte di più....
Questa volta non vi segnalo una ricetta in particolare, ma un ingrediente che vi raccomando di aggiungere in tutte le vostre pietanze, soprattutto in quelle che preparerete per i vostri cari, durante le prossime festività.
Potete usare con parsimonia tutti gli altri ingredienti, il sale, il pepe, l’olio, moderate i grassi, gli intingoli...ma su una cosa...non dosate...abbondate con generosità....

Ingrediente (principale):

-       l’amore: in quello che fate, in ciò che siete, per le persone che scegliete di avere accanto per il tempo di un pasto, o per tutta la vita.

venerdì 30 novembre 2012

FLUIDITA' NEL CUORE ...E NEL CUCCHIAIO


Non sempre le cose scorrono fluide come le acque delle sorgenti di montagna. Ci sono grumi che non superano nemmeno le maglie più lasche dei colini più scadenti, iter che restano bloccati nella parte stretta di un qualche imbuto burocratico ed emozioni che restano imprigionate dietro sbarre di paura e diffidenza.
Ma quando capita di vivere un’esperienza di fluidità, uno di quei momenti della giornata in cui senti di trovarti al posto giusto nel momento giusto con la/le persona/e giusta/e...ecco che tutte le cose sembrano tornare nella giusta prospettiva.
In verità non sono loro ad essere tornate da qualche parte; siamo noi ad essere tornati a noi stessi.
Quando ci si riappropria del proprio sè più autentico, i fatti della vita sembrano “magicamente” acquistare fluidità. Non significa che da quel momento in poi le cose, i rapporti, le prove, le esperienze, diventano di colpo facili. Non ci sono vie facili. Non ci sono scappatoie.
Non vuol dire nemmeno diventare indifferenti o impermeabili rispetto a ciò che ci accade.
Anzi, entrare nel flusso della propria vita, piuttosto che interpretarla come spettatori passivi, comporta un totale abbandono che ci fa sentire le cose con tutto il nostro essere, non soltanto con i canoni della mente.
Il continuo controllo che cerchiamo di esercitare su tutto, anche sulle cose e sugli eventi più banali, non fa altro che alimentare la dose di stress e di ansia di cui il nostro quotidiano è già intriso, facendoci allontanare sempre più dal fluire naturale del nostro tempo.
Possiamo allora cominciare dalle piccole cose: lasciar andare i giudizi, lasciar scorrere ciò che non ci è utile, lasciare libera una parte del nostro tempo, per poter semplicemente osservare, senza dover per forza riempire, organizzare, e di conseguenza ostruire una volta di più quell’oasi di consapevolezza che ha bisogno di silenzio e di non-attività per essere coltivata.  

"Come l'acqua che cede dolcemente spacca la pietra ostinata, così il cedere alla vita risolve l'insolubile” (Tao Tè King)

E a proposito di fluidità e ingaggiando ancora una volta come attrice protagonista la “patata biologica” di cui al precedente post, vi propongo questa semplice vellutata di patate.
Per la serie: anche in cucina possiamo provare a prepararci qualcosa di fluido e morbido, in grado di scaldarci soprattutto in quelle sere che fanno seguito a giornate in cui tutto è stato vischioso, difficoltoso e stagnante.



VELLUTATA DI PATATE  
Ingredienti

-       3 patate di media grandezza
-       ½ scalogno
-       Brodo vegetale q.b.
-       2 cucchiai di farina di kamutt (o quella che avete)
-       Noce moscata, sale, parmigiano


Sbucciate le patate e tagliatele a pezzetti. Affettate lo scalogno e rosolatelo in una casseruola con un po' d'olio. Aggiungete le patate e fatele cuocere per un minuto a fuoco vivo, quindi unite la farina e mescolate. Aggiungete il brodo caldo in modo da coprire le patate e fate cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. Quando le patate saranno cotte passatele con il frullatore ad immersione fino ad ottenere una crema vellutata. Rimettete sul fuoco per altri 5 minuti ed aggiustate di sale, noce moscata e a piacere con del parmigiano.
Decorate come meglio gradite (io ho usato un filo di glassa di aceto balsamico, un tarallino di pasta sfoglia al sesamo e una fettina di speck croccante).


mercoledì 21 novembre 2012

...LA PATATA DI CESE....


Quando l’ingrediente di base è genuino, ma veramente genuino (non solo a detta di slogan pubblicitari o di abili venditori), non occorre allungare la lista degli ingredienti per riuscire a preparare una buona pietanza.
Sarà esso stesso l’unico protagonista, il principe al centro del palato e del vostro piatto. Ma, ripeto, per garantirvi da solo un risultato eccelso deve essere di ottima qualità, possibilmente proveniente da coltivazione biologica. Un prodotto che sia il più possibile naturale, non contaminato, non guastato da aggiunte, modificazioni, sofisticazioni.
Di recente ho avuto la fortuna di imbattermi in uno di questi prodotti che anche da soli potrebbero guadagnarsi stelline alla Michelin o cappellini firmati da chef: la patata di Cese (ndr: Cese dei Marsi, ridente frazione del Comune di Avezzano, in provincia dell’Aquila).
Che la patata di tutto l’altopiano del Fucino (indicazione generica, che non rende giustizia alle singole località) sia particolarmente apprezzata non è un’informazione riservata; apprendiamo da wikipedia che la patata di Avezzano ha ottenuto la certificazione DOP e PAT (= prodotti agroalimentari tradizionali).
Ma che un paese sconosciuto alle guide turistiche, che sembra il fondale di un presepe vivente, potesse custodire una delle varietà più pregiate della zona che lo ospita...bhe questa è una chicchetta che può essere svelata e diffusa solo attraverso i racconti di chi, come me, ha avuto la fortuna di visitare e conoscere questo scorcio paesaggistico che pare sospeso tra la montagna svettante alle sue spalle e la campagna antistante.
A Cese non arrivano i rumori tipici della città, ma quelli armonici della vita campestre; camminando per i suoi vicoletti puoi sentire l’odore della legna bruciata o dell’erba appena tagliata e nell’aperta campagna che la circonda, nelle notti più serene, puoi renderti conto di quanto le stelle siano luminose, perchè qui i colori sono quelli intatti che esistono in natura, non quelli annacquati dal pennello umano che tutto omologa ed omogenea; di giorno, passeggiando con placido abbandono puoi sentire il fruscio degli alberi, incrociare contadini con i loro trattori, assistere a tante scene necessariamente censurate dall’uomo nei grandi centri abitati.
Questo paesello, costituito da un grappolo di abitazioni dai comignoli fumanti, un campanile svettante al suo centro, un fontanile in piena campagna ed abbracciato tutto intorno da grandi braccia montuose, custodisce nei suoi campi coltivati una varietà di patata a pasta e buccia gialla, compatta, poco acquosa, poco farinosa, con molta sostanza secca e queste sue caratteristiche la rendono adatta a molteplici impieghi culinari.
Ottime “bruscate” alla brace o al forno, con l’aggiunta di un filo d’olio e poco sale, ma anche formidabili per la preparazione di gnocchi, purè, dolci; deliziose persino semplicemente lessate e sbucciate. Ecco quando un alimento può essere definito “principe”: quando appaga il nostro gusto così, in tutta la sua semplicità e naturalezza.
Questo tipo di patata non si sfarina in bocca; la si riesce dunque a gustare in tutta la sua sostanza e compattezza.
Per onorare questo tubero, orgoglio della terra cesense, ho deciso di preparare un millefoglie insolito: semplici strati di patate e mozzarella, con una spolverata finale di pangrattato e semi di papavero. E le fette di patate rimaste? Quelle le ho semplicemente adagiate dentro la teglia e il risultato è stato un ventaglio di chips croccanti intorno e morbide al centro.

MILLEFOGLIE DI PATATE E MOZZARELLA



Ingredienti (per 2 tortini):
-       3 patate di media grandezza
-       1 mozzarella
-       sale, pepe, origano, parmigiano
-       semi di papavero


Sbucciate le patate, lavatele e tagliatele a fettine sottili (usate l’apposito attrezzo che affetta le verdure).
Fatele leggermente scottate in acqua bollente e leggermente salata.
Dopodichè adagiate due coppapasta (che provvederete ad imburrare lungo i contorni) dentro una teglia ricoperta di carta da forno e preparate il millefoglie alternando fettine di patate spolverate con poco origano (o rosmarino) e fettine di mozzarella. Fate più o meno 4 strati e sullo strato finale (di patata) versate del pangrattato, un pò di parmigiano e qualche seme di papavero.
Infornate a 180^ per circa 20 minuti.
Attenzione a togliere poi il coppapasta per non distruggere la composizione. Il risultato deve essere un tortino, o meglio, un millefoglie....anche se, in realtà, sono solo 4...;-))