A cavallo della storia |
Prendendo
spunto da uno dei temi della maturità di quest’anno, appuntamento che ogni anno
è in grado di risuscitare sensazioni sopite di ansia anche in chi quel
traguardo l’ha già superato da un pezzo, ho provato a svolgere un esercizio di
scrittura. Mantenersi in allenamento è un gioco e una sfida.
1914/2014
Cent’anni
è un lasso di tempo davvero considerevole. Il premio nobel colombiano Gabriel
Garcia Marquez, in un medesimo arco temporale, riuscì mirabilmente a narrare le
vicende di ben sette generazioni nel suo romanzo “Cent’anni di solitudine”, uno
dei più significativi della letteratura del Novecento.
Nel corso del ‘900, così come in ogni epoca storica, si sono susseguiti avvenimenti straordinari e importanti; vicende che, come zattere di esperienza umana, ci hanno traghettato proprio dove siamo arrivati adesso, sulla riva del 2014.
Nel corso del ‘900, così come in ogni epoca storica, si sono susseguiti avvenimenti straordinari e importanti; vicende che, come zattere di esperienza umana, ci hanno traghettato proprio dove siamo arrivati adesso, sulla riva del 2014.
Dal
1914 al 2014 ne è passata di acqua sotto i ponti! Anzi migliaia di ponti,
materiali e simbolici, sono stati abbattuti e poi ricostruiti in questi ultimi
cento anni. Non solo opere di costruzione di strade, ferrovie e città, ma nel
corso di questi cent’anni si è alzata, a volte lentamente a volte
impetuosamente, una vera e propria onda di evoluzione che ha interessato ogni
ambito di vita sociale e individuale proprio perché in ogni ambito c’erano
sfide da cogliere e “maniche da arrotolarsi”.
All’indomani
della fine della prima guerra mondiale lo scenario italiano era alquanto
desolante: ogni cosa doveva essere rimessa al suo posto. C’erano industrie da
convertire, debiti da pagare, malcontenti da sedare.
I
focolai non risolti si tramutarono in un secondo incendio a livello mondiale.
I
nostri nonni dovettero poi affrontare l’avvento del nazismo, assistere
all’ascesa del fascismo; conobbero l’orrore dei campi di concentramento,
diventando, per le generazioni successive, preziosi depositari di una memoria
da non dimenticare.
Nella
seconda metà degli anni cinquanta, a metà del percorso centenario che stiamo
cercando di esaminare, iniziò la fase del miracolo economico: aumento della
popolazione urbana, sviluppo dell’industria e forte fenomeno immigratorio
interno dal Sud agricolo al Nord industrializzato. Purtroppo il rinnovamento
tecnologico era ancora una lontana chimera e la questione sociale si
deteriorava ulteriormente seminando scie di malavitosa risoluzione.
Dovettero
arrivare gli anni Ottanta perché l’Italia potesse conoscere finalmente una fase
di ripresa.
Fu
in questo periodo che aumentarono i lavoratori autonomi e le donne occupate, il
mondo intero assistette alla crescita statunitense; si diede avvio al rinnovamento
tecnologico dell’industria e prosperavano i nuovi investimenti.
Forse,
considerato come si è poi svolto il successivo ventennio e vista la situazione
che ci troviamo a fronteggiare in questo momento storico, si trattò di una
ripresa più apparente che reale, più di facciata, superficiale; un miracolo che
non andò a incidere sugli assetti sostanziali della società.
Creò
un benessere materiale che solo all’apparenza poteva diventare appannaggio di
tutti.
Se
dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica possiamo considerarci sbarcati
quasi su un altro pianeta rispetto a quello che conobbero i nostri antenati,
dal punto di vista dell’evoluzione sociale e civile troppi passi da gambero
hanno tenuto fermo il percorso verso la modernizzazione e la maturazione del
nostro popolo.
A
conti fatti, possiamo dire che cent’anni fa non si poteva dare nulla per
scontato e per andare avanti era necessario che l’uomo, i singoli uomini,
puntassero sul loro coraggio e sulla loro intraprendenza. Erano le singole
eccellenze che dovevano darsi da fare per condurre la comunità verso nuovi
traguardi. Ora che tutto viene dato per scontato perché tutto è apparentemente
risolvibile e raggiungibile, almeno a livello individuale, occorre far leva
sullo spirito comunitario per non disperdere ciò che la comunità umana ha
saputo, in tutti questi anni, conquistare.
Se
volessimo raffrontare le sfide di ieri e di oggi, quelle che l’uomo si trovava
davanti cent’anni fa si chiamavano guerra, ricostruzione, fame, miseria,
ignoranza, analfabetismo. Oggi, oltre a dover ancora fronteggiare questi mali
universali, che inesorabilmente fanno parte del tessuto umano, di ogni epoca e
di ogni luogo, l’uomo del 2014 deve inoltre affrontare gli effetti collaterali
dei suoi stessi progressi: inquinamento, collasso urbanistico, speculazione,
avarizia materiale.
Ogni
epoca si porta appresso il suo bagaglio di conquiste, ma anche il fardello di
ciò che non è stato fatto in maniera giusta ed equilibrata.
Ci
sono cose che nel breve periodo danno grande risultato, ma nel lungo raggio
rivelano le loro anomalie e debolezze.
Nel
corso degli anni ci siamo resi consapevoli della grandezza del nostro
patrimonio artistico e culturale, abbiamo sfruttato il nostro capitale di
creatività e di saperi e questo ci ha permesso di essere presenti al tavolo
delle maggiori potenze del pianeta.
Ma
quelli che sono i mali e le vergogne ereditate dalla storia recente restano
come macchie indelebili nel nostro tessuto sociale: la piaga della criminalità
organizzata, le inefficienze dell’amministrazione pubblica, la litigiosità
delle classi politiche, un fievole senso civico e la scarsa attenzione al
rispetto dell’ambiente.
Nel
corso di questi cento anni, insomma, gran parte delle questioni vissute e
affrontate dai nonni e dai bisnonni di oggi, rappresenta tuttora una sfida per
i loro nipoti e per le generazioni alle porte. Marquez raccontava i “cent’anni
di solitudine” di una famiglia segnata da un destino ineluttabile; noi potremmo
raccontare i cent’anni di un popolo vissuto a cavallo tra grandi progressi ed
eterna barbarie. Sono i cent’anni di un popolo che è caduto, si è rialzato, ha
vinto ed ha perso, che ha conosciuto ogni sorta di vento politico, ha issato
bandiere con ogni tipo di simbolo e coltivato speranze che sono poi quelle di
ogni tempo.
Sicuramente
abbiamo molte più opportunità rispetto a quelle che c’erano cent’anni fa. Ma
questo è nella natura stessa dei tempi e del progresso. E’ qualcosa che
potremmo definire scontata, quasi banale. Non lo è, invece, la possibilità
effettiva, concreta di mettere poi a frutto quelle opportunità per avanzare in
termini di benessere generale e non soltanto elitario.
Ciò
che fa la differenza è la capacità di fare in modo che quelle opportunità siano
di tutti e che contribuiscano ad accorciare le disuguaglianze sociali e a
creare maggiore benessere, non solo in termini monetari, ma anche in termini di
qualità della vita e attenzione alla persona.
Da
questo punto di vista ne abbiamo ancora molta di strada da compiere per
arrivare, chissà, alle soglie del prossimo centenario con un bagaglio di
occasioni più ricco e un fardello di errori meno pesante. Ma di questo ne
potranno parlare solo le generazioni future.
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Un libro importante |
Biscotti con miglio, arancia e semi di sesamo |
Ingredienti:
-
4
cucchiai di farina di miglio
-
4
cucchiai di farina di farro integrale
-
½
bustina di lievito biologico per dolci
-
4
cucchiai di zucchero di canna integrale
-
succo di
2 arance
-
2
cucchiai di semi di sesamo
-
50 ml di
olio di semi di mais
Mescolate
in una ciotola farine, zucchero, lievito e un pizzico di sale.
In
un altro recipiente unite il succo d’arancia, l’olio e i semi di sesamo.
Versate
i liquidi nelle farine e mescolate con cura, aiutandovi, per impastare bene,
con altra farina.
Il
composto è morbido. Va lavorato con delicatezza: prendete un po’ di impasto
alla volta e ricavatene dei biscottini (nella forma che più vi piace…io ho
fatto delle stelline). Se occorre aiutatevi aggiungendo altra farina. Infornate
a forno caldo a 170^ per 15/20 minuti.