venerdì 26 agosto 2016
...e la Terra trema...
...mi ero detta no, non devi scrivere niente perché non c'è niente di sensato che si possa dire o scrivere davanti a tragedie come quella accaduta due notti fa, ma la tentazione di imprimere in un foglio i miei pensieri ha ora preso il sopravvento e allora mi lascio libera di esprimere qualche riflessione.
Un terremoto. Pochi istanti che sembrano infiniti. A Roma abbiamo percepito solo una forte vibrazione, letto che tremava, pareti che sembravano scricchiolare; a parte la paura, da noi non è successo niente rispetto a quanto nel frattempo stava accadendo in una rosa di paesi posti tra Marche e Lazio, ora devastati e, in alcuni casi, addirittura scomparsi. Inghiottiti dalla terra.
Un incubo che ci riporta alla dura realtà della fragilità umana.
Il rispetto per chi ha perso affetti, figli, genitori, cari, amici, case, tutto un quotidiano è infinito e dovrebbe essere alla base di ogni gesto, informativo, assistenziale e di solidarietà morale e materiale.
E mi spiace infinitamente sentire cronisti d'assalto rivolgere domande che sembrano un accanimento terapeutico straziante su corpi già devastati e provati dalla tragedia.
Mi spiace quando mi accorgo che ogni evento, anche il più tragico, può trasformarsi in un palcoscenico dove sinistri imbonitori danno fiato alle trombe per strumentalizzare il momento a servizio delle loro campagne ideologiche o del loro bieco egocentrismo.
Mi spiace accorgermi che ogni scusa è buona, per qualcuno, per sventolare le bandiere di uno sterile annichilimento sociale, culturale e politico.
Mi spiace quando sento inutili celebrazioni di doveri umani e professionali che sono l'abc del vivere in una comunità sociale evoluta. C'è un tempo appropriato per ogni cosa, anche per esercitare i propri diritti di opinione. Ma ci sono momenti in cui c'è un valore più profondo che va rispettato e celebrato. Nel silenzio, dietro le quinte, nell'appropriatezza dei toni e dei modi.
Ci sarà un tempo giusto per ragionare, responsabilizzare, cercare soluzioni e, ove occorra, per fare giustizia.
Ma nell'immediatezza è il tempo delle mani tese, delle maniche arrotolate o quanto meno, di un civile e riservato modo di approcciarsi alla gente e all'emergenza, a quegli adii che straziano il cuore.
E' il tempo di sentirsi tutti uniti, oltre il tempo, contro le calamità, persino al di là dell' umana debolezza. Quel tempo che si è maledettamente fermato alle 3.36 di una notte d'agosto ha bisogno di riprendere la sua corsa, ma per farlo occorre che tutti coloro che restano, che possono beneficiare ancora di un tempo di vita ne colgano la straordinarietà non dando mai per scontato neanche la più piccola opportunità e siano esempio di forza e speranza per chi, ora, ha perso, tra i detriti, anche quelle.
mercoledì 13 luglio 2016
...E ANCORA UN' ISOLA: CRETA...
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Creta è una terra che ti accoglie con gentilezza. Quella
gentilezza è racchiusa innanzitutto nelle premure dei suoi abitanti verso i
turisti italiani per i quali i greci sembrano provare autentica simpatia ed
empatia.
Quest’isola accontenta tutti i gusti. Basta percorrerla “coast to
coast” per rendersi conto della straordinaria varietà di panorami e di
suggestioni che essa può offrire.
Ci sono spiagge dorate, rosate, di ghiaia, rocciose; calette
romantiche e scogliere selvagge.
Il menu vacanziero può prevedere relax sotto le palme, passeggiate
lungomare o gite in aliscafo che ti portano, magari, ad approdare su un’isola
disabitata e paradisiaca come quella di Chrissi oppure ad inerpicarti sulle
rocce per scoprire quanto labile sia il confine tra cielo e mare.
Ho percorso l’isola in lungo e in largo, scoprendo, in
particolare, un versante nord est ventilato e godibile e uno sud ovest, ventoso
e selvaggio.
La prima tappa del mio viaggio è stato il villaggio di Elounda, a circa 10 km a nord del più famoso
centro di Agios Nikolaos. È una località
rinomata a livello mondiale, caratterizzato dalla presenza di numerosi resort e
ville di lusso. A parte il contesto che potrebbe far immaginare situazioni eccessivamente
patinate, Elounda è situata in una posizione di straordinaria bellezza: arrivandoci
dall’alto si rimane estasiati di fronte alla baia di Mirabello dove sono
racchiusi, come uno scrigno sul mare aperto, il pittoresco villaggio di Plaka e,
sullo sfondo, l’isola di Spinalonga.
A Elounda veniamo accolti con gentilezza e professionalità da
tutto lo staff dell’Ilion Hotel, pronto a dispensare consigli e chicche sui
dintorni nonché a tifare per la nazionale italiana alla partita degli Europei
che da lì a poco si sarebbe disputata.
A Plaka abbiamo vissuto
il primo giorno di mare e nelle sue acque abbiamo fatto naufragare gli stress
lavorativi del quotidiano che già sembrano molto lontano rispetto alla linea
dell’orizzonte che ci trasmette pace e quella sensazione dolce e leggera di
conquistata libertà.
Qui la spiaggia è di pietre lisce e bianche, l’acqua è cristallina
e diventa quasi subito profonda. Si possono noleggiare lettini e ombrelloni e,
come in numerose altre spiagge dell’isola, troverete sempre qualcuno pronto a
portarvi un caffè freddo o un’altra bibita direttamente a bordo sdraio.
Per la pausa pranzo, vi consiglio di addentrarvi nel villaggio dei
pescatori; qui troverete botteghe artigianali, localini e ristoranti che
servono pesce fresco e piatti della tradizione greca a prezzi talmente competitivi
che vi stupiranno. Non è raro che il gestore vi offra, a fine pasto, un
dolcetto, della frutta o un assaggio del famoso raki (una sorta di grappa/acquavite
che a Creta scorre a fiumi). A Plaka può succedere di incappare in panni…cioè
in polpi appesi con le mollette o di pranzare sul ciglio del mare.
Oltre a Plaka, le altre spiagge della nostra prima parte del
viaggio che vi segnalo sono: Istro,
con la sua splendida spiaggia di sabbia bianca e il mare turchese con fondali
digradanti e sabbiosi, ideali per nuotare, fare il bagno e per lunghe
passeggiate sulla battigia.
Ammoudi,
a solo 1 km
a nord del centro di Agios Nicolaos, piccola spiaggia sabbiosa con acque poco
profonde, attrezzata ma abbastanza affollata. Almiros, con sabbia dorata, litorale ampio e lungo, circondato da
colline. Anche questa è una spiaggia attrezzata e organizzata con acque azzurre, limpide e fondali
sabbiosi.
Se vi spostate verso Ierapetra,
con appena un’ora di aliscafo potrete raggiungere un vero angolo di paradiso:
l’isola di Chrissi. Lo scenario è
caraibico: spiaggia bianca di sabbia finissima e frammenti di conchiglie, acque
trasparenti, turchesi del Mar Libico e intorno dune di sabbia e scorci di natura incontaminata. La parte
centrale dell’isola ospita la più grande foresta di Cedri formatosi
naturalmente in Europa..L’isola è abitata permanentemente soltanto da un anziano
ultrasettantenne ed è dotata di due bar, uno per ciascun versante.
Dopo una certa ora, comunque, è d’obbligo prendere l’aliscafo per abbandonare
l’isola al suo aspetto selvaggio e incontaminato.
Spostandoci a sud ovest, lo scenario cambia. I venti pure. E
questi non girano decisamente in senso favorevole ai visitatori. Almeno in base
alla mia esperienza.
Arrivati a Plakias,
dopo aver affrontato il Canyon Courtaliotis e i venti avversi, giungiamo al
Kalypso Resort. E’ una struttura incastonata tra gli scogli, davvero
suggestiva, dotata di ogni comfort, ma purtroppo poco godibile a causa del
Meltemi che ha deciso di soffiare quasi perennemente durante il nostro
soggiorno.
E così nei cinque giorni di permanenza ci
rassegniamo serenamente ad pendolarismo verso la costa nord occidentale:
scopriamo, quindi, il vivace centro di Rethymno
con le lunghe spiagge di sabbia dorata, il porto e un lungomare ricco di locali,
negozi, alberghi, edifici moderni e case tradizionali, moschee e chiese
bizantine e soprattutto il villaggio di Bali,
situata in un ampio golfo, riparata dai venti, a metà strada da Rethymno e
Heraklion, dotata di piccole spiagge che si formano all’interno di calette
sabbiose con acque color smeraldo e scorci suggestivi.
Creta è uno di quei posti che ti fa capire di quante
sfumature di azzurro può essere il mare e quanta gioia e meraviglia può donare
al corpo e allo spirito la mera contemplazione della natura incontaminata.
Creta ha il colore azzurro delle sue acque e bianco delle
sue costruzioni; ha il sapore delle olive e della feta sempre presenti nei suoi
piatti tipici, il profumo delle piante che crescono selvatiche ai bordi delle
sue strade e ha trasformato un semplice bicchiere di ice coffee in un rito da
consumarsi in ogni dove e in ogni ora. Creta ha un fascino discreto, sobrio ed
essenziale in alcuni casi (km e km di roccia rossastra e distese di ulivi e
palme) e vivace e colorato in altri (cittadine come Agios Nikolaos e Ierapetra
hanno tutte le caratteristiche tipiche dei grossi centri balneari senza però
risultare eccessivamente turistiche).
In generale, Creta è economica per quanto riguarda i
prezzi nei bar e ristoranti.
Quando l’aereo del ritorno si solleva dalla pista,
ci si rende conto di quanto un luogo ti possa colpire al cuore proprio come
avviene quando incontriamo qualcuno che ci fa innamorare; così come il
desiderio di rivedere quanto prima quegli occhi, quel sorriso, ci agita da quel
momento in poi i pensieri e il cuore, così da posti del genere vai via sapendo già
che vorrai tornarci al più presto.
In ricordo dell’aroma
di cannella di cui si fa largo uso nella cucina greca, vi propongo questi
biscottini semplici veg con farina di riso aromatizzati, appunto, con la
cannella.
125 g di farina di riso
35 g di malto di riso
20 g di olio di mais
50 ml di acqua tiepida
4,5 g di lievito per dolci
cannella (ne ho messa 1/2 cucchiaino, decidete in base ai vostri gusti)
Procedimento:
Unire la farina di riso, il lievito e la cannella. Mescolare l’olio con il malto e versarli nella farina, mescolare e aggiungere l’acqua tiepida. L’impasto risulterà morbido quindi per posizionare i biscotti sulla teglia aiutatevi con un cucchiaino con cui potrete versare l’impasto nelle apposite formine. Cuocete a 180° in forno già caldo per circa 15 min.
Unire la farina di riso, il lievito e la cannella. Mescolare l’olio con il malto e versarli nella farina, mescolare e aggiungere l’acqua tiepida. L’impasto risulterà morbido quindi per posizionare i biscotti sulla teglia aiutatevi con un cucchiaino con cui potrete versare l’impasto nelle apposite formine. Cuocete a 180° in forno già caldo per circa 15 min.
martedì 7 giugno 2016
...FAVIGNANA...
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| Lo sguardo si perde nel blu |
30
minuti di navigazione, giusto di tempo di vedere naufragare le preoccupazioni
del quotidiano tra le onde del mare che battono forte sulle vetrate
dell’aliscafo e arriviamo a Favignana. Isola selvaggia che ci coccola appena
messi i piedi a terra. Ho letto recensioni entusiastiche su un certo caffè al
pistacchio del Bar du Marinaru e non posso perdermi il collaudo.
Fantastico! Il bar del porto sa certamente come viziare i turisti e far iniziare alla grande il soggiorno sull’isola. Un bicchierino che è un trionfo di golosità: crema al pistacchio e caffè sapientemente dosati, da mescolare con cura e sorseggiare con calma e “senza zuccherare”, raccomanda il simpatico gestore del bar ad ogni cliente…golosità che ci fa arrivare ultimi al transfert diretto all’albergo. Ma come ricorda il barman del Marinaru “qua si deve entrare senza avere fretta e senza portare problemi”. Per un caffè del genere, ben si può correre il rischio di venire bacchettati da turisti frementi di arrivare al loro albergo. Viziarsi con piccole cose è parte stessa del sentirsi in vacanza. Quindi chiediamo scusa per l’attesa e via…si parte in direzione Hotel Favignana.
Fantastico! Il bar del porto sa certamente come viziare i turisti e far iniziare alla grande il soggiorno sull’isola. Un bicchierino che è un trionfo di golosità: crema al pistacchio e caffè sapientemente dosati, da mescolare con cura e sorseggiare con calma e “senza zuccherare”, raccomanda il simpatico gestore del bar ad ogni cliente…golosità che ci fa arrivare ultimi al transfert diretto all’albergo. Ma come ricorda il barman del Marinaru “qua si deve entrare senza avere fretta e senza portare problemi”. Per un caffè del genere, ben si può correre il rischio di venire bacchettati da turisti frementi di arrivare al loro albergo. Viziarsi con piccole cose è parte stessa del sentirsi in vacanza. Quindi chiediamo scusa per l’attesa e via…si parte in direzione Hotel Favignana.
Hotel
in posizione ideale: nel mezzo, tra il centro del paese e tutte le principali
calette e lidi dell’isola.
In
bicicletta e in scooter la percorriamo in lungo e in largo, attraversando
leggeri le ali di questa isola a forma di farfalla. Un versante più morbido,
più attrezzato e più popolato e l’altro più selvaggio, meno battuto, più
solitario e anche più difficile da percorrere.
Lasciamo
le nostre orme in posti molto diversi tra loro; ce n’è per tutti i gusti.
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| Tramonto al Lido Burrone |
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| Cala Rossa |
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| Cala Rossa |
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| Cala Azzurra |
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| Faro di Punta Sottile |
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| Punta Longa |
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| Sagra del cannolo siciliano |
Lido
Burrone con il suo lembo di spiaggia di sabbia dal quale godiamo il più bel
tramonto; Cala Rossa con le scogliere affacciate sul mare dalle tonalità che
sembrano rubate alla tavolozza di un pittore; Cala Azzurra con sabbia bianca,
fondali bassi e che nulla ha da invidiare a certi scenari esotici; Bue Marino,
per accedere al quale si percorre in bicicletta un sentiero nel mezzo della
campagna favignanese.
E
ancora Punta Sottile, con il faro a ingentilire lo scenario aspro e solitario;
Punta Longa con le sue acque cristalline e i suoi angoli di natura
incontaminata, così come Cala Rotonda e Cala Grande.
A
sovrastare l’isola, il monte Santa Caterina, con il suo omonimo e imponente Castello.
Oltre alle sue calette e ai suoi spazi sconfinati nel verde e nel silenzio, si
caratterizza per le sue cave di tufo pregiato, per l’ex stabilimento della
tonnara di Favignana e Formica (oggi adibito a museo, ben ristrutturato, con
molte sale e suggestioni digitali, audio e video), il carcere di San Giacomo,
il suo centro storico sempre vivo e brulicante di gente che si gode il
passeggio e i sapori dell’isola (e della Sicilia in generale) nei vari locali
e ristoranti situati nei vicoli e
soprattutto nelle due piazze principali, Piazza Europa e Piazza Matrice.
Degne
di nota le pietanze più gettonate dell’isola: le busiate (un tipo di pasta
lunga, acqua e farina, che ricorda vagamente un fusillo molto allungato) che
vengono condite nei modi più disparati (allo scoglio, con pesto trapanese, con
le sarde, il pesto di pistacchi o con ragù di pesce e, a volte, con l’aggiunta
di muddica), il cous cous con il
pesce, la caponata, il tonno in agrodolce con la cipolla e, tanto per non farsi
mancare anche la dolcezza, i cannoli, cassatine e cassatelle a gogò. Nessun
locale si fa mancare questo trittico.
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| Caponata |
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| Busiate |
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| Cin cin |
E
dopo aver deliziato gli occhi con i panorami marini, le braccia con le lunghe
nuotate nel blu, le gambe con le pedalate verso la libertà, la pancia con le
tante proposte culinarie, le orecchie con il tono suadente del dialetto
siciliano, ogni sera portiamo il naso all’insù per far rilassare la mente in
maniera assoluta: il cielo diventa un tappeto scuro dove le stelle sembrano essere
state accese da un mago dell’illuminazione notturna, talmente se ne vedono tante,
belle e luminose. Uno spettacolo precluso nelle grandi città, dove le luci
artificiali e l’imponenza delle costruzioni non permettono di godere delle
meraviglie del cielo notturno.
L’atmosfera
essenziale tipica delle isole riesce sempre ad inebriarmi e anche Favignana mi
conquista, mi nutre l’anima, disseta la mia sete di natura e mi fa sentire
libera, un po’ meno coi piedi per terra e un po’ di più con le ali sulla
schiena. Libertà non è un concetto astratto. E’ uno sguardo che può spingersi
oltre la linea dell’orizzonte, è un cuore leggero e felice, è un sentirsi proprio
dove si è, una completezza incondizionata, una comunione con l’azzurro del
mare, del cielo, del verde e dei colori che la natura crea e che l’uomo può
solo tentare di riprodurre.
La
ricetta che vi propongo oggi è un ciambellone alla marmellata e lamelle di
mandorla. Un passepartout per le colazioni di tutto l’anno.
-
100 gr
di farina di kamutt integrale
-
100 gr
di farina di avena integrale
-
50 gr di
farina di riso integrale
-
due
cucchiai di fecola di patate
-
1
cucchiaino di bicarbonato
-
1
cucchiaino di aceto di mele
-
100 gr
di zucchero di canna integrale
-
250 ml
circa di latte di riso o di soia
-
Marmellata
ai frutti di bosco
-
Lamelle
di mandorla
-
30 ml di
olio di mais
Riunire
in una ciotola e mescolare le farina, la facola e lo zucchero di canna. Nel
centro aggiungere un cucchiaino di bicarbonato e versarvi sopra il cucchiaino
di aceto di mele. Mescolare con cura. Aggiungere pian piano l’olio di mais e il
latte vegetale fino a formare un composto né troppo liquido né troppo denso.
Versare
l’impasto nella tortiera da ciambellone, adagiarvi tutto intorno delle
cucchiaiate di marmellata e cospargere con lamelle di mandorla.
Infornare a forno caldo a 180^ per circa 30/40 minuti. Prova stecchino
prima di spegnere.
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lunedì 30 maggio 2016
..LA PAZZA GIOIA
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| Locandina del film |
Non è per niente facile scrivere e dirigere un film sulla pazzia.
C’è il rischio che la trama resti in superficie, perché il regista magari
preferisce strizzare l’occhio a soluzioni fin troppo politically correct o
viceversa che la tentazione di addentrarsi nei territori oscuri di certe realtà
scomode possa sconfinare in affreschi al limite del grottesco e dello spietato
pietismo.
Paolo Virzì, a mio modesto parere, è invece riuscito a imbastire
una trama delicata, rispettosa, folle il giusto e credibile quanto basta che
parte da lì, dalla pazzia per arrivare alla gioia, pazza non perché forte, ma
perché esiste, nonostante tutto anche nelle trame di tessuti umani sgualciti e
annichiliti.
E’ un film dai toni composti, dagli zoom (fisici ed emotivi) non
estremizzati nonostante la durezza del tema trattato e la pesantezza che grava
sulle spalle di ciascuna delle figure presenti sulla scena.
Gli sguardi, le lacrime, l’essere arruffate, scomposte e
scompigliate delle due protagoniste, affette da disturbi mentali (una, ex
benestante bipolare finita in declino per guai giudiziari e finanziari, l’altra
depressa e disgraziata dalla nascita e più volte schiaffeggiata dalla vita)
raccontano l’oscurità della malattia mentale più di quanto lo possano fare le
parole della sceneggiatura stessa.
E l’una porta luce all’altra.
Le due donne si conoscono all’interno di una comunità terapeutica
situata nella campagna toscana dove entrambe sono ricoverate. Sono portatrici
malate di fragilità estreme e ossessive.
Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi)
frivola, egocentrica, egoista, tagliente, tragicomica nelle sue ossessioni e
ancorata all’ideale di una bella vita di agi e di lussi che lei ha pure
incarnato, grazie prima alle sue nobili origini e poi a frequentazioni discutibili
nell’ambito del jet set politico e Donatella (Micaela Ramazzotti), schiva,
riservata, solitaria, taciturna, consumata nel fisico e nella mente, con un
numero di cicatrici almeno pari a quello dei suoi tatuaggi che più che vivere si
lascia sopravvivere al tempo, logorandosi nel tormento di un figlio dato in
adozione, con alle spalle un padre, ex musicista di successo che lei ha mitizzato
in gioventù nonostante la sua assenza fisica e morale, una madre pure incapace
di dare affettività e un uomo vigliacco che ha spezzato il suo cuore, già
debole e provato. Il film è il racconto del tentativo di fuga di due donne così
maledettamente sole e disperate verso qualcosa che le possa far provare brevi istantanee
di felicità, il folle tentativo, architettato soprattutto da Beatrice che si
trascina con sé Donatella, di ritagliarsi una parentesi di libertà e
spensieratezza: una cena raffinata, due braccia alzate al vento a bordo di
un’auto sportiva, un tuffo in mare, un’immersione nel passato per tentarne di
ricucirne la trama sfilacciata.
Significativo lo scambio di battute tra le due
donne:
“Ma dove si trova la felicità? chiede a un certo punto disperata Donatella; "Nei
posti belli, nelle
tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili", risponde,
alla faccia della sua pazzia, Beatrice, tenace e disperatamente convinta delle
sue affermazioni.
Una fuga alla “Thelma e Louise” per due anime fragili che trovano
proprio nella loro tenera e bizzarra amicizia l’unica possibilità di riscatto
da un passato violato e ruvido e nella solidarietà reciproca la forza e il
coraggio di ripercorrerlo, quel passato, per tentare, come un ultimo atto
disperato prima dell’oblio, di ricomporre i pezzi della propria identità.
Non a caso la colonna sonora del film è “Senza fine” (di Gino
Paoli), quasi a sottolineare il rifiuto di una pazzia senza via di uscita,
perché può non importare nulla della luna e delle stelle del sole e del cielo,
ma può esserci sempre qualcosa, qualcuno, un sorriso, un incoraggiamento, due
mani, uno sguardo, un perdono, una condivisione, una compassione, in grado di
regalare una salvifica “pazza gioia”.
Un film che consiglio vivamente. Uniche avvertenze: lasciare a
casa il pregiudizio e portare in tasca un pacchetto di fazzoletti.
Non che il film provochi il pianto in maniera maliziosa; commuove
sì, ma lo fa sempre con sguardo rispettoso e compassionevole, alternando i
sorrisi e i toni della commedia (soprattutto nella prima parte del film) a
quelli della commozione insita nei drammi e nelle fragilità umane.
E lo fa senza giudizio, senza una prospettiva ideologica, senza
filtrare con la lente di un ipocrita perbenismo o di un consolante e sterile
pietismo, ma solidarizzando con le protagoniste, regalandoci i loro stupori, le
loro ingenuità, la loro follia che non stride poi molto con quella dei
cosiddetti “sani”. Perché, al di là delle patologie psichiche più gravi e che
non rappresentano il focus del film, labile è il confine che ci separa da
quelle fragilità ancestrali in grado di sconvolgere e buttare all’aria, se non
si è più che radicati a terra e nutriti di amore, piani, progetti, sogni,
vestiti e i lumi della ragione.
E’ tutto magistralmente dosato: dalle luci alle musiche, dalla
rappresentazione del quotidiano all’interno di una comunità psichiatrica a
quella dell’immaginario collettivo di ciò che può esserci dentro l’esplosione o
la tenace ricerca di una “pazza gioia”.
Dopo la botta emotiva di un film del genere urgono senz’altro
colori, suoni, sapori estremamente delicati e carezzevoli.
E allora, associo a questo film una semplice crema di zucca e
patate con verdurine croccanti.
Mentre gli occhi e la mente smaltiranno la commozione, la pancia
ringrazierà del trattamento delicato che gli andiamo a riservare.
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| Cremosa di verdure |
Ingredienti:
-
patate e zucca lessa
-
semi di sesamo
-
glassa di aceto balsamico
-
verdure miste (carote, cavolfiore e broccolo)
-
olio, sale
Basta frullare le patate e la zucca già lessata nella stessa acqua
di cottura di quest’ultima (usatene poca).
Salate (eventualmente sostituendo il sale con un pò di salsa di
soia) e decorate con glassa di aceto balsamico e semi di sesamo.
Potete adagiare sulla crema di zucca e patate delle verdure miste
che avrete precedentemente cotto al vapore e fatto velocemente saltare nel wok
con un filo d’olio e sale.
giovedì 31 marzo 2016
AMPI RESPIRI
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| Panorami d'ampio respiro |
...quando
vorresti dire troppe cose, forse è il momento di dare voce al silenzio...quando
vorresti fare troppe cose, forse è il momento di fermare l'azione...
Il
nocciolo dello stress è quello: non sapersi fermare. E allora partono le corse,
i tanti, troppi input che si vogliono inseguire, le mille aspettative da non
deludere...che poi, spesso, le aspettative sono solo fantasmi creati dalla
nostra mente “(iper)perfezionista”. Quando si riesce a mollare la presa, ci si
imbatte in una scoperta sorprendentemente rassicurante: il mondo, la nostra
vita, va avanti lo stesso, anche se ci togliamo quelle
scarpe-da-corsa-tuttofare, se decidiamo di dimezzare gli appuntamenti, se
rimandiamo quell’impegno pseudo urgente a domani, se anziché entrare nel
turbinio isterico delle faccende scegliamo di adempiere ad un solo, essenziale,
imprescindibile, compito: respirare.
Nei
momenti in cui il corpo, la mente, tutto il nostro essere, sta rischiando il
tilt, l’unica cosa di cui dovremmo occuparci è il nostro respiro. Accorgersi di
esistere. In quei momenti, occorre solo riprendere contatto con la terra,
sentire che i piedi sono ben piantati a terra, che abbiamo delle mani con cui
sentire la nostra pancia, un naso con cui inspirare e una bocca dalla quale far
uscire l’aria, oltre a tutta quella polvere che lungo le corse del quotidiano
attiriamo sulle pareti del nostro corpo.
Lo
so, lo so: facile a leggersi nei manuali di yoga o a dirsi, ma nella pratica è
così difficile! E’ difficile eppure tanto banale interessarsi al proprio
respiro. Lo abbandoniamo lì, come un qualcosa che è inserito con il pilota
automatico e del quale non occorre preoccuparsi.
Solo
quando si cominciano ad avvertire i disagi legati ad una cattiva respirazione
(tensione all’addome, ansia, senso di confusione mentale, ecc.) ci si rende
conto che quel pilota automatico, in realtà, ha bisogno del nostro intervento.
E
non serve nemmeno chiudere il mondo fuori e stendersi su un tappetino (…anche
se a volte è una bella cosa anche questo…) per imparare, man mano, a respirare
bene; basta portare l’attenzione dentro questa semplice azione. Qualunque cosa
si stia facendo, proviamo a non perdere il contatto con il nostro respiro,
accompagniamolo affinché esso, a sua volta, ci conduca verso un auspicabile
stato di calma consapevole.
E
a proposito di calma…vi propongo una ricetta che ha davvero bisogno di calma e
di attenzione per la sua preparazione.
…si
può praticare meditazione anche cucinando...(purché lo si faccia “essendoci”,
respirandovi dentro)!! ;-)
| Dolci morbidi/croccanti |
TORTA VEGANA ALLA FRUTTA SECCA
Ingredienti:
100 gr di farina di grano saraceno
200 gr di farina di farro
50 gr di fecola di patate
1 bustina di lievito per dolci
50 gr di sciroppo di mais
1 pizzico di sale
scorza d’arancio
100 gr di olio di girasole
300 gr di latte di soia alla vaniglia (o altro vegetale)
100 gr di mandorle tritate a farina
100 gr di noci tritate a coltello
100 gr di farina di grano saraceno
200 gr di farina di farro
50 gr di fecola di patate
1 bustina di lievito per dolci
50 gr di sciroppo di mais
1 pizzico di sale
scorza d’arancio
100 gr di olio di girasole
300 gr di latte di soia alla vaniglia (o altro vegetale)
100 gr di mandorle tritate a farina
100 gr di noci tritate a coltello
Procedimento:
Miscelate le farine assieme al lievito, al pizzico di sale, e alla scorza grattugiata d’arancio;
frullate le mandorle e le noci grossolanamente e aggiungetele al resto.
Emulsionate il latte di soia con lo sciroppo di mais e l’olio, sbattete fino a quando diventerà tutto molto fluido ed amalgamato, a questo punto unite al resto degli ingredienti secchi girando energicamente con una frusta fino a formare un impasto fluido ma denso. Infornate a 180^ per circa 40 minuti. Fate la prova stecchino.
Miscelate le farine assieme al lievito, al pizzico di sale, e alla scorza grattugiata d’arancio;
frullate le mandorle e le noci grossolanamente e aggiungetele al resto.
Emulsionate il latte di soia con lo sciroppo di mais e l’olio, sbattete fino a quando diventerà tutto molto fluido ed amalgamato, a questo punto unite al resto degli ingredienti secchi girando energicamente con una frusta fino a formare un impasto fluido ma denso. Infornate a 180^ per circa 40 minuti. Fate la prova stecchino.
martedì 9 febbraio 2016
IL TEMPO FRAGILE
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| la foglia che giace |
“Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (Ungaretti)
…Può
sembrare un pensiero pessimistico, negativo, avvilente…
In
verità…letto in chiave zen assume tutto un altro significato.
Prendere
atto della realtà (almeno di quella che conosciamo nella dimensione del
“presente”) non significa che essa, pur labile, non possa assumere nel
contempo, contorni di gioia, di profondità, di straordinaria esperienza umana.
L’immortalità
risiede nel continuo mutamento…
Delle
cose…
Della
vita…
Dei
rapporti…
Delle
dimensioni…
Delle
forme…
Delle
visioni e dei colori…
“Rassegnarsi”
alla fragilità insita della vita non deve rivelarsi un processo mentale
deprimente.
Anzi,
forse proprio la mancanza di garanzie rispetto “ad un domani che verrà” può
costituire uno stimolo per vivere al meglio, in modo pieno, il proprio tempo,
sempre.
Non
aspettare…
Rendersi
presenti al proprio ATTUALE.
Riempire
o svuotare a piacimento il PRESENTE, senza rimandare sempre tutto ad un
ipotetico FUTURO…
La
vita è quella che scorre…non quella che prevedi possa scorrere un dì…
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| Istantanee di eternità |
“La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a
realizzare altri progetti” cantava John
Lennon….
In realtà, spesso, non siamo ‘presenti’ nel qui ed ora e, dando
per scontato che ci sarà un tempo per sistemare, per decidere, per fare, diventiamo
poco consapevoli di ciò che ci sta succedendo nel frattempo. Rimanere connessi
con le sensazioni del nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri è un
modo per affrontare il quotidiano in modo costruttivo. Assecondare il qui ed
ora è un modo per prendersi beffa delle folate di vento sempre pronte a
soffiare sull’albero della nostra vita…
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| Tentativi |
Oggi vi
propongo una ricetta in grado di rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata
in cui la freddezza, magari, non è stato solo uno stato dell’aria atmosferica.
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| Minestra cavolo nero e cannellini |
Ingredienti:
-
cavolo
nero
-
fagioli
cannellini già lessati
- brodo vegetale (o anche acqua)
-
olio,
sale
Preparazione:
Versate
in un tegame (basso e capiente) dell’olio extra vergine di oliva; adagiatevi il
cavolo nero lavato, strizzato e tagliato a pezzetti. Aggiungete mezzo bicchiere
di acqua (o di brodo vegetale) e fate stufare con il coperchio.
Quasi a
fine cottura del cavolo, aggiungete i fagioli cannellini, una spolverata di
sale e, a piacere, di pepe. Se occorre aggiungete altro liquido (brodo o acqua calda)
Servite con fette di pane tostato.
Servite con fette di pane tostato.
lunedì 28 dicembre 2015
LUOGHI DELL'ANIMA...
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Non dite: “Ho
trovato la verità”, ma piuttosto “Ho trovato una verità”.
Non dite: “Ho
trovato il sentiero dell’anima”, ma piuttosto, “Ho incontrato l’anima in
cammino sul mio sentiero”.
Poiché l’anima
cammina su tutti i sentieri.
L’anima
non procede in linea retta, e neppure cresce come una canna.
L’anima si schiude, come un fiore
di loto dagli innumerevoli petali. (Kalhil Gibran)
Ci sono luoghi dove
vorresti tornare sempre. Può essere un angolo della casa, una città dall’altra
parte del mondo o quel luogo disegnato da due braccia attorno alle quali vorresti
stringerti forte. Spesso non conta la collocazione geografica per assaporare il
gusto morbido e carezzevole che può regalare quel momento di perfetta fusione
tra il proprio sé che si vede in superficie e quello che si sente nel profondo.
Mi riferisco a quello
stato dell’essere che ognuno di noi sa di poter raggiungere soltanto in quel
posto preciso. Lì siamo liberi, felici incondizionatamente; quando sentiamo di
essere proprio lì dove vorremmo trovarci, non distratti, non protesi altrove.
Più che un luogo
fisico, raggiungiamo un luogo dell’anima. Un allineamento tra il tempo, il
luogo e il proprio abbandono.
Il bimbo che si
stringe al seno della madre sente che quello è il suo luogo, il posto dove vive
la sua pace.
Il viaggiatore
solitario la può ritrovare osservando e penetrando il cielo dalla cima di una
montagna o l’orizzonte oltre la linea del mare o le onde spumose dell’oceano o
ascoltando il silenzio di una notte estiva rotto dal frinire delle cicale.
Un musicista di
strada la può conquistare liberando le sue note blues tra i rumori
metropolitani di New York.
Uno scrittore la può
percepire sotto le sue dita nel momento stesso in cui riceve la visita
improvvisa di un’ispirazione inattesa. Prende carta e penna, scrive e in quelle
pagine trova conforto, la sua quiete.
Il pittore costruisce
mille luoghi dell’anima con le sue pennellate; in ognuno di essi c’è un pezzo
di sé.
Un genitore spesso
assente che in un pomeriggio d’autunno ritaglia un’ora del suo tempo dal suo planning
lavorativo e si ritrova ad attendere il suo bimbo all’uscita di una scuola,
vedrà ripristinare il senso delle cose da quel sorriso innocente che celebra la
sua presenza. In quel momento, lì, davanti a quel cancello, uno di noi vivrà un
momento di pienezza...i suoi piedi, avvezzi a calpestare con forza luoghi
fisici, avvertiranno la leggerezza che può donare un luogo dell’anima.
Ci sono momenti in
cui non conta più il mondo esterno, visibile, reale; spazi senza tempo e senza
luogo in cui ci si guarda dentro e ci si riappropria del vero sé.
E allora, come se
fossimo dietro una cascata, osserviamo scorrere il flusso dei nostri pensieri.
Questi non ci sommergono più, lasciandoci stanchi, naufraghi e bagnati. E’ uno
scorrimento calmo. Lento. Aperto alle opportunità. Possiamo decidere di
rimanere fermi dietro la cascata o di
lasciarci raggiungere da qualche schizzo di acqua o di immergerci per
affrontare le rapide, abbandonandoci al flusso della nostra vita. In ogni caso,
vivremo con consapevolezza le opportunità scoperte o riscoperte grazie al
nostro luogo dell’anima.
| Acqua, terra, montagne, vento, movimento |
La ricetta di oggi allieterà il vostro palato, in qualunque luogo
dell’anima deciderete di assaporarla…una torta morbida e croccante allo stesso
tempo.
| Torta simil sbrisolona vegan |
Ingredienti per la pasta:
70 g di olio di mais
100 g di zucchero di canna Dulcita
250 g di farina di semi o integrale
60 g di farina di grano saraceno
½ cucchiaino di bicarbonato
50 g di latte vegetale
1 pizzico di sale
70 g di olio di mais
100 g di zucchero di canna Dulcita
250 g di farina di semi o integrale
60 g di farina di grano saraceno
½ cucchiaino di bicarbonato
50 g di latte vegetale
1 pizzico di sale
Uvetta passa (o pezzetti di cioccolato fondente)
Ingredienti per la crema:
100 g nocciole tostate
50 g di cacao
80 g di zucchero di canna Dulcita
100 ml latte vegetale
2 cucchiai olio di mais
100 g nocciole tostate
50 g di cacao
80 g di zucchero di canna Dulcita
100 ml latte vegetale
2 cucchiai olio di mais
Procedimento:
Per la crema frullate nel mixer le nocciole fino a ridurle a crema, poi unire
gli altri ingredienti fino ad ottenere una crema il più liscia possibile.
Tenete da parte.
Per la pasta mescolate in una
ciotola l’olio, il latte vegetale, lo zucchero, le farine, l’uvetta passa o
pezzetti di cioccolato fondente, il bicarbonato e il sale. Si otterrà un
impasto piuttosto “sbricioloso”, non compatto. Rivestite uno stampo da crostata
di 20 cm di diametro con carta da forno e versate sul fondo metà delle briciole, livellatele con un cucchiaio e ricoprire con tutta la crema alle nocciole. Sopra mettete le briciole di pasta rimanenti senza schiacciare troppo. Infornata e a 180° per 40 minuti circa, comunque fino a leggera doratura.
Spolverizzate con zucchero a velo.
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